L’NBA prima dell’NBA, parte II – Le squadre viaggianti

L’NBA prima dell’NBA, parte II – Le squadre viaggianti

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Uno deve immaginarla, l’atmosfera di una partita “barnstorming”, di una squadra viaggiante. In paese compaiono i cartelli, i ragazzi guardano e ne parlano agli amici, che ne parlano ai padri e gli dicono che la domenica una squadra da una città lontana verrà a giocare contro i ragazzi locali, o contro una squadra professionista come lei. La gente più o meno sa cosa sia il basket, ma sa che c’è la festa del paese, che la strada sterrata verrà chiusa per mettere due canestri e che dei ragazzoni grandi e grossi giocheranno qualcosa che non si è mai visto. I giocatori arrivano su una delle prime, sgangherate automobili. È un anno qualsiasi tra il 1915 e il 1925. L’auto è qualcosa di più di una Ford modello T, magari una Overland, o una Standard, tutte marche dimenticate, bestioni che portavano sette o otto giocatori da chissà che posto della sera prima. I ragazzi cercano di darsi un tono, scendono dalla macchina ben vestiti e sorridono, pronti a dare a questi burini uno spettacolo che non hanno mai visto prima. Approdano a un hotel non troppo costoso in cui si preparano per la partita. Tirano fuori la divisa. La lavano, se ci sono strappi li ricuciono, passano canfora e diavolerie portate da qualcuno che si fa chiamare massaggiatore (ma è forse imparentato con un becchino) sulle botte prese la sera prima. Si guardano, l’allenatore/ impresario li ha pagati i loro 5 o 10 o 20 dollari a testa, una fortuna a quei tempi, e ora possono mangiare qualcosa. La gente li guarda incuriositi: “Questi sono i giocatori?”. I ragazzini li guardano da dietro l’angolo, gli uomini adulti offrono da bere, la solita atmosfera da prima della partita. In altri casi l’atmosfera è più tesa. Magari ci sono i Rens a giocare, la squadra di neri, e gli hotel non sono tutti aperti per loro, i ristoranti pure. I Celtics, gli Original Celtics, quelli che discendono dai New York Celtics di prima della guerra, la prima guerra, sono accolti generalmente bene, anche se pure loro sono mezzi ebrei e dell’Europa dell’Est, non esattamente gli originali irlandesi immaginati dai fratelli Durey della contea di Kilpatrick… I Celtics erano dei missionari di quei primi tempi. Scelsero l’attività viaggiante perché portava più soldi, semplicemente, e potevano giocare contro chi volevano. A ogni partita organizzata in giro, gli spettatori pagavano 10 centesimi o 5, a seconda dei posti, e se riunivi mille persone erano 100 dollari. I giocatori ne prendevano una decina a testa, gli altri per le spese. Per fare un centinaio di dollari la settimana, una paga rispettabile quando un lavoratore medio ne prendeva una decina, dovevi fare un sacco di partite. Chiaro, c’erano i posti in cui incassavi di più: le partite con i Rens, gli SPHAS, o quando organizzavi in grandi sale da ballo, in casino, o in grandi città come Chicago, Washington, Boston. Il giorno della partita, bisogna dare spettacolo. Uno spettatore non spreca 10 centesimi per nulla. Vuole qualcosa di serio. Si esce dall’hotel già in divisa, in fila, dando alla gente l’impressione di disciplina, di forza, di un qualcosa che conoscono a malapena. Si recano al campo e cominciano il riscaldamento. Qualcuno tira da metà campo, altri palleggiano, o provano per gli standard del XXI secolo, poi si passano la palla, fanno qualche drill e si preparano a fronteggiare gli avversari dall’altra parte. In genere sono squadre di paese, o di ragazzini dell’High School. Bisogna non sotterrarli, far figurare bene quelli del posto, dargli l’illusione di esserci, di giocare. Poi, verso la metà del secondo quarto, cominci a difendere, a farti sentire. Lì fai il primo solco, vai avanti. Dai spettacolo, fai pensare a quei bifolchi cosa ci sia in città. Il tuo gioco non è solo palleggio, passaggio, tiro. No, è Brooklyn, è Park Avenue, Manhattan, quelle cose che sentono la sera alla radio e non vedranno mai. Il tuo gioco è un insieme di grattacieli, di canestri, di tecnica. Il tuo gioco tiene gli avversari alle corde, li fa muovere di qua e di là, li costringe a inciamparsi, a mettersi a nudo, in ridicolo. Il tuo gioco è il sogno di una vita fuori da questo posto, da questo paesello dell’Illinois, dell’Indiana, del Winsconsin, dove tutti si annoiano e tu, proprio tu, sei quello che sono venuti a vedere. Dutchman passa la palla a Lapchick, Lapchick la fa scomparire e la ritrovi nelle mani di Dutchman in quello che noi chiamiamo “dai e vai” ma che allora è poco meno di un gioco di prestigio. I ragazzotti sotto canestro sentono i gomiti di Lapchick, i piccoli cercano di togliere la palla a Holman, ma un gioco di prestigio e di nuovo i Celts vanno a segnare. Il paese grida, prova a tifare, ma poi no, è troppo bello così, sono troppo più forti. Poi ci sono le partite vere. Ci sono un pugno di squadre in giro per l’America, di professionisti. Lì le organizzazioni sono migliori, i palazzetti hanno duemila o tremila posti, i biglietti si vendono a un prezzo ben più alto e in fondo, dall’altra parte, ci sono i soliti che hai imparato a conoscere negli anni. Lì, non si recita. Sono gomitate, falli, tiri, e le vuoi vincere. Sono le partite che ti fanno incassare e ne giocheresti un sacco. Si indicono serie per decidere i campioni del mondo e si cerca sempre di giocarle tutte, le partite. Tutte e sette, chissà che non si prenda qualche soldo in più… È un basket che faticheremmo a riconoscere. Dopo ogni canestro si salta a due dal centro, quindi chi ha il pivot più forte ha sempre la palla in mano. Si palleggia poco e si passa molto. C’è gente che tira a due mani dal petto da metà campo e le leggende del tempo dicono che segni sempre. Il tempo di gioco non è così preciso. Si giocano due, tre o quattro tempi di lunghezza variabile. Il tiro libero si fa dal basso, in sottomano. L’area da tre secondi non c’è ancora, verrà introdotta ai tempi di Leroy Edwards, il pivot da Kentucky che dominerà la fine degli anni ’30 e parte dei ’40, prima dell’era di George Mikan. Il pubblico non è mai troppo sofisticato. La gente grida, non ne capisce molto di questo gioco, protesta. Ma i bambini guardano e assorbono. Magari appendono un canestro nell’aia, sopra il portone della stalla, e giocano per interi pomeriggi, scalzi, mettendo in piedi la loro idea di basket, che non è ancora contemplata nei manuali. Fece così Joe Fulks, il grande scorer dei Philadelphia Warriors, del Kansas, quando si inventò quel suo modo di tirare, sbagliato per il manuale ma terribilmente efficace. Lo stesso fece Jerry West in West Virginia, dove non c’era molto altro da fare, e migliaia di altri giocatori in giro per l’America.
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Quando finisce la partita, si sale in macchina subito, magari si deve giocare la sera stessa in un altro posto. L’impresario prende i soldi, i ragazzi si stringono in macchina ancora sudati e pensano alla fatica di quella sera stessa. Le tabelle di marcia sono impietose, si fanno anche 200 partite all’anno in posti diversi, luoghi sabbiosi, piovosi, pieni di erba e piante o di paludi melmose, si va ovunque e in fondo è l’America di allora che è così. Robert Johnson inventa il suo suono di chitarra vendendo l’anima al diavolo a un incrocio di strade in Georgia e poi gira per il paese a mostrarlo a tutti. Robert Mitchum, poi attore premio Oscar, fugge di casa a 14 anni e gira i paese per i successivi due. Un’orda di immigrati, dall’esterno e dall’interno, prendono e lasciano tutto per cercare il meglio e in quest’ondata di gente si inseriscono i giocatori viaggianti, di ogni sport. Lo sport barnstorming, la tempesta delle aie, è nella natura di quegli anni, in cui lo spettacolo si porta a casa dello spettatore. Nessuno si muove per andare in città. Per diffondere il gioco e trovare nuovi, lucrativi posti, bisogna muoversi, organizzare, andare a cogliere tutte le opportunità. Il basket prima della NBA non è un silenzio prima della tempesta, ma un movimento costante, un suono che non si ferma mai, in cui le squadre, i giocatori, gli organizzatori, cercano di costruire il loro business in un mondo che non ha molti punti fermi, che brucia le sue fortune in un attimo ma le ricrea l’attimo dopo, in un barnum collettivo che travolge le persone e le lascia in mezzo alla strada, salvo poi sollevarle sull’onda successiva e rialzarle, senza fermarsi mai.

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