Nat Clifton, la prima stella di colore nel firmamento NBA

Nat Clifton, la prima stella di colore nel firmamento NBA

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Happy Birthday, Nat “Sweetwater” Clifton e grazie. “I’m not drawing, and I want approval to buy Nat Sweetwater Clifton from the Globetrotters to help me win ball games. If I don’t get it, I’m going to walk out of this room and we’re going to withdraw from the NBA. We’re not going to continue to lose ballgames just because you fellows won’t approve it” Ned Irish, proprietario dei New York Knickerbockers nel 1950, quando annnunciò che avrebbe ingaggiato Nat Sweetwater Clifton, il terzo giocatore nero professionista della NBA, ma di gran lunga il più importante, e star dei Globetrotters. “Bennett, you dumb son of a bitch, you know what’s giong to happen? In five years we’ll be 75% black – if we survive. We won’t draw any people and we’ve just ruined the game of basketball” Carl Bennet, allora a capo dei Fort Wayne Pistons, ricorda cosa gli disse un imprecisato presidente di un’altra squadra, dopo il voto favorevole al passaggio di Clifton ai Knicks. Quando l’NBA iniziò le sue operazioni, i giocatori neri non vennero esclusi per regolamento. Da nessuna parte era scritto che la lega fosse “segregata”. La “segregazione razziale” in USA nella prima metà del secolo era una serie di norme, che nel sud prendevano il nome di “Jim Crow laws”, che avevano lo scopo di tenere segregata la popolazione nera rispetto alla bianca. Un sistema di norme che era penetrato profondamente nella mentalità americana tanto che, anche quando non era enunciato in una legge, veniva applicato dalla mentalità delle persone. Nel basket, i giocatori neri e bianchi si erano mescolati raramente. Esistevano grandi squadre di neri, in particolare i New York Renassaince di New York (sembra inutile specificarlo ma si capirà a breve il perché), e gli Harlem Globetrotters, di Chicago (Ecco perché… ndr). I Renassaince furono la squadra più forte degli anni ’30, sostituendo gli Original Celtics, che affrontarono più volte in serie che dichiaravano degli informali campioni del mondo. Nei Celtics giocava Joe Lapchick, il primo centro simile a qualcosa di un pivot moderno, che divenne negli anni amico di Robert Douglas, nero, fondatore dei Renassaince, e lottò per integrare i neri nel gioco professionistico.
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I Globetrotters erano invece una creatura di Abe Saperstein, un impresario di Chicago che ebbe l’accortezza di capire che il talento dei giocatori neri per il basket poteva essere usato per l’attività di una squadra viaggiante (barnstorming, come si diceva allora), e creare uno spettacolo unico che solo dopo molti anni divenne la clownerie per cui ancora oggi sono famosi. A quel tempo il modo più sicuro per un nero per prendere in giro un bianco era farlo su un campo da basket, anche se si potrebbe discutere, dato che spesso i neri erano oggetto di minacce, raid del Ku Klux Klan e non potevano dormire nella maggior parte degli hotel, o mangiare nei ristoranti delle altre squadre. Al ritorno dalla seconda guerra mondiale, però, si capì che per le leghe professionistiche non era più possibile ignorare gli straordinari talenti neri. La Negro League di Baseball esprimeva giocatori straordinari e nel 1947 Jakie Robinson fu il primo giocatore nero ingaggiato da una squadra professionistica: i Brooklin Dodgers. Robinson divenne un all star e aprì la strada per altri talenti come Satchel Paige, che esordì nelle majors a quasi 40 anni ma fu ancora dominante, e Roy Campanella. Anche il football aprì le porte ai neri nel 1946. Uno di questi, Woody Strode, divenne uno degli attori preferiti di John Ford e recitò in “l’uomo che uccise Liberty Valance” tra gli altri. È quindi strano che la NBA non abbia subito aperto le porte ai neri. La ragione principale sembra essere stata la preoccupazione di rovinare il rapporto con Saperstein, che allora era uno dei grandi manovratori dei giocatori afroamericani. I Globetrotters erano spesso lo spettacolo di apertura delle partite NBAe garantivano incassi più robusti del solito. Sicuramente c’era una buona dose di pregiudizio e se non ci fosse stato il potere del Madison Square Garden dietro a Ned Irish, il mammasantissima dei Knicks, forse non si sarebbe riusciti nemmeno allora. Fu così che un quieto giocatore listato a 6’7”, o 6’9” per altri, conosciuto per il suo ball handling e la finezza in campo, venne preso dai Knicks a un salario forse inferiore a quello che percepiva nei Trotters, ma con l’obiettivo di diventare uno dei primi professionisti del basket. Certo, c’erano almeno altri due o tre rookie, quell’anno, ma Clifton era l’elemento di rottura, la stella che tutti conoscevano e la gente riempiva il Garden per vederlo. Nat Clifton, detto “sweetwater”, un modo di dire acqua tonica allora negli Stati Uniti, per la sua passione per quella bevanda, era nato il 13 ottobre del 1922 a Chicago. A Du Sable High School guidò la squadra di basket a vincere il primo titolo dello stato per una scuola coloured e fu un ottimo battitore mancino e prima base di baseball e softball. Come molti giocatori neri del tempo alternava l’attività barnstorming del basket con la Negro League di baseball, anche se a livello più basso di altri che furono vere stelle in entrambi gli sport. Clifton frequentò l’università a Xavier in Louisiana e subito dopo entrò nei Renassaince in una delle loro ultime edizioni. Dopo tre anni in guerra, tornò in patria e venne ingaggiato dai Globetrotters. Quando Irish, spinto da Joe Lapchick, nel frattempo diventato allenatore dei Knicks, insistette per prendere Clifton, da tempo si sussurrava di un suo possibile passaggio ai Knicks. Le squadre, quelle delle città più grandi e a nord della lega, spingevano per avere giocatori neri che sapevano più forti, mentre quelle dell’entroterra temevano l’effetto sul pubblico.
Nel 1958 con Goose Tatum || thesportsseer.com
Non furono anni facili. Rosa Parks nel 1955 si sarebbe rifiutata di cedere il suo posto nell’ancora segregata Montgomery, Alabama, e questo portò a sollevazioni popolari e segnò l’inizio delle lotte per i diritti civili. Clifton non era un carattere impegnato politicamente, e non protestò, lottò sul campo sentendosi spesso insultato ma diventando nel tempo un idolo del Madison. Giocò sette anni ai Knicks facendo tre finali consecutive e perdendole tutte. Gli altri presidenti cambiarono atteggiamento rapidamente. Se la “testa” del basket non vedeva di buon occhio i neri, molti degli uomini di campo, il “corpo” della lega avevano invece un’altra opinione. Auerbach e Lapchick, per cominciare, ma non solo loro. In realtà i giocatori neri erano già osservati speciali e divennero rapidamente la chiave per la vittoria dei campionati. Clifton non raggiunse la notorietà di Robinson. Come primo giocatore in campo si cita sempre Earl Loyd, Washington Capitols, ma con lui Clifton e Chuck Cooper aprirono la strada. La notorietà di Robinson si deve al fatto che il baseball è un gioco intimamente americano, la porta di ingresso per tutte le etnie che cercano di affermarsi nel paese. Fu così per primi giocatori di origine tedesca , per gli ebrei (Hank Greenberg), per gli italiani (Yogi Berra e Joe Di Maggio). Rompere le barriere nel baseball significa essere segnato sulla cartina geografica di quel continente etnico molto complesso che sono gli Stati Uniti. Ma Clifton è stato, ciononostante, un giocatore molto importante nella storia del basket. La prima star nera a entrare nella NBA non dalla porta di servizio, anche se negli hotel e ristoranti spesso quella dovette usare. Nei viaggi al sud e all’ovest la vita non era facile, ma lui accettò tutto in silenzio facendosi forza per continuare una missione che andava oltre quella di, semplicemente, giocare. Oggi, a posteriori, la profezia di quel presidente di squadra di cui parlava Bennet, senza citarlo, ma che si sospetta possa essere addirittura Gottlieb, si è dimostrata approssimata per difetto. I neri dominano il gioco, anche se non è bastato che arrivassero nelle leghe professionistiche per risolvere il rebus della segregazione razziale, che era nella mente e nel cuore di molti, carnefici e vittime. Clifton, dopo aver giocato sette anni ai Knicks e uno ai Pistons, si ritirò a Chicago, dove fece il tassista per diversi anni. Ai tempi una stella guadagnava 10.000 dollari all’anno, soldi in quantità per allora, ma nulla di paragonabile a oggi. Morì nel 1990, di un attacco di cuore a 68 anni. La NBA ne riconobbe l’importanza a posteriori inserendolo nella hall of fame nel 2014.
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Gottlieb, che si era opposto ferocemente all’introduzione di giocatori neri nella NBA, fece velocemente dietro front e riuscì a ottenere addirittura Wilt Chamberlain per i suoi Warriors, a fine anni ’50. Retrospettivamente, la NBA sta riconoscendo molti di questi giocatori e il loro contributo. Giocare negli anni ’30 e ’40 non era facile, per dei neri in trasferta. In alcune città non c’era verso di trovare un posto in cui mangiare e dormire e il pullman dei Renassaince era addirittura predisposto per far dormire i giocatori dentro. Pop Gates, Joe Isaacs, Tarzan Cooper, Nat Clifton, sono solo alcuni che hanno lottato per l’esistenza di un basket di neri, sviluppando un concetto di gioco che ha gettato i semi per quello che vediamo oggi. Come in tutte le cose, l’ingresso dei giocatori neri ha portato un cambiamento di percezione, di atteggiamento, come se lo sport uscisse dalle palestre di ginnastica ritmica per entrare nell’età del jazz. Queste star sono stati eroi a disagio con il loro ruolo. Avrebbero preferito vivere in un posto in cui si poteva giocare tranquillamente, senza problemi, invece divennero loro malgrado i messaggeri del loro colore di pelle, ruolo che dovettero assumere sapendo che sarebbero stati sotto lo sguardo di tutti, scrutinati e con folle ostili da conquistare. Gli eroi sono così: preferirebbero non esserlo, ma vivere in pace, ma sanno che la pace si conquista giorno dopo giorno combattendo le insensatezze del mondo, che ci vengono, al più, somministrate da gente altrettanto insensata… Quindi, buon compleanno, Sweetwater, e grazie. Certo, diranno che ci avrebbe pensato un altro, ma c’hai pensato tu, a essere il primo, davvero importante. E buonanotte, ovunque tu sia…

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