NBA Advanced Stats: il nuovo Barnes e i quattro tattici

NBA Advanced Stats: il nuovo Barnes e i quattro tattici

Primo appuntamento con la rubrica NBA Advanced Stats.

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Si sta per concludere a breve la quinta settimana di regular season NBA, ed è quindi già tempo di osservare con la lente di ingrandimento l’evoluzione, la crescita o l’eventuale declino di giocatori e squadre, grazie all’utilizzo delle statistiche avanzate, sempre più importanti nel basket come in qualsiasi altro sport.

Harrison Barnes e i nuovi Dallas Mavericks

Scelte al draft, rebuilding, tanking, sono tutti concetti che non appartengono minimamente a Mark Cuban, owner dei Dallas Mavericks. Infatti, dopo che Kevin Durant è approdato nella baia durante la free agency, i texani si sono messi subito al lavoro per ottenere due pezzi importanti del titolo 2015 dei Warriors: Andrew Bogut e Harrison Barnes. L’australiano è arrivato tramite scambio sostanzialmente per nulla, in virtù della necessità di GSW di liberare spazio salariale, mentre l’oro olimpico a Rio 2016 è stato convinto in offseason con un quadriennale da 94 milioni di dollari , cifre che fanno di lui il nuovo giocatore franchigia, considerando che il rinnovo fatto a Dirk Nowitzki (biennale da 40 milioni di dollari) è da leggere come un semplice gesto di riconoscenza per gli ultimi due anni in cui il tedesco, cercando di aiutare la squadra ad allestire un roster da titolo, è stato retribuito ampiamente sotto il proprio valore di mercato.

Onde evitare un caso a-là DeAndre Jordan. Fonte: DallasMorningNews

Barnes, però, ha caratteristiche diverse da Chandler Parsons – accasatosi ai Memphis Grizzlies dopo due stagioni passate a Dallas più in infermeria che in campo -, perché l’ex North Carolina ama giocare senza palla e non è da considerarsi come un playmaker aggiunto, data la scarsa visione di gioco in suo possesso. Questo non è però un problema per coach Rick Carlisle, che considera J.J. Barea il principale ball handler della squadra: in situazioni di pick and roll, infatti, nel 48.3% dei casi è il portoricano a guidarlo, con Barnes che invece funge più da rollante, più precisamente come seconda opzione dietro a Dwight Powell, coinvolto nel 37% dei casi.

Sono due i dati di squadra che però impressionano di più in questi Mavericks: il pace con cui giocano – 94.6, 29esimi nella lega – e i tantissimi isolamenti che si prendono: hanno segnato 125 punti nei 134 possessi giocati (terzi nella lega), con una media di 0.933 punti per possesso. Il numero 40 è chiaramente il giocatore principe in questa situazione di gioco per i Mavs, ma in generale di tutta l’NBA: è dietro solamente a Russell Westbrook e James Harden in termini di possessi presi (63), e a Jahlil Okafor nella percentuale di tempo in cui è coinvolto in questa categoria – 28.9%, davanti a Jamal Crawford, per citarne uno a caso.

In generale quella di Barnes è una stagione fin qui molto positiva: 22.9 punti, 5.5 rimbalzi e 0.9 assist di media (vedi visione di gioco scarsa), con quasi il 50% di realizzazione dal campo. Ancora troppo bassa la percentuale da tre punti (30%) se consideriamo che, Finals a parte, la specialità della casa sono stati i tantissimi tiri piazzati realizzati con efficienza a Golden State; chiaramente la qualità dei tiri presa in Texas è diversa, ma crediamo che la miglioria di questo dato sia ampiamente alla portata del ragazzo, che in questo momento è molto in fiducia.

Talmente in fiducia che contro i Bucks esce dai blocchi, sfida Antetokoumpo, lo batte con un cambio di direzione dal palleggio e conclude con la mano sinistra (!!!) al ferro.

Chiudiamo il discorso Mavericks e Barnes proponendovi un grafico emblematico del suo cambiamento offensivo da una stagione all’altra: il grafico qui sotto mostra, basandosi su una proiezione di 36 minuti di gioco, tutte le play type in cui viene coinvolto adesso (torre alla sinistra) e in cui veniva coinvolto nella stagione passata ai Golden State Warriors (torre alla destra).

Gli isolamenti erano roba di Stephen Curry.
Gli isolamenti erano roba di Stephen Curry.

Bucks e Rockets: il diverso utilizzo dei 4

In una lega in cui il tiro da tre punti sta diventando sempre più fondamentale, è giusto osservare come le franchigie abbiano accettato questo cambiamento e si siano adeguate di conseguenza. Un caso su tutti sono gli Houston Rockets, da quest’anno allenati da Mike D’Antoni, uno che già molto tempo fa prediligeva un tipo di gioco che moltissime squadre adesso sono solite fare: run and gun, corri e tira, meglio se da tre punti e in un tempo relativamente breve, senza esitazione. I razzi già nel 2014-2015 stipulavano il record NBA di tiri dall’arco tentati in media a partita (32.4), realizzandone 933; ora sono sicuramente sulla buona strada, visto che in 12 partite di triple ne hanno già messe 164, e a partita ne stanno provando 36.5, davanti a Cleveland Cavaliers (34.9) e Brooklyn Nets (34.7), già al di là del record.

L’incremento di questo tipo di tiri è dovuto anche all’innesto di Ryan Anderson, stretch four ex New Orleans Pelicans, grande colpo di mercato in free agency dei Rockets, che l’hanno firmato con un quadriennale da 80 milioni di dollari. Se il nativo di Sacramento è considerato come una delle peggiori ali difensive dell’intera NBA, la sua attitudine ad aprire il campo è di fondamentale importanza per lo svolgimento della manovra offensiva della sua nuova squadra: Ryan prova in media 11.8 triple a partita, e nel 27.3% del suo tempo in campo è coinvolto in situazione di spot up, dove segna 1.205 punti per possesso, un dato decisamente positivo.

Questa volta Ryan ci sorprende con una finta di tiro che fa volare il miglior difensore sugli esterni della lega, in un momento clutch della partita.

Una squadra invece gli antipodi rispetto agli Houston Rockets sono i Milwaukee Bucks allenati da Jason Kidd. Complice anche l’infortunio di Kris Middleton – problema al tendine del ginocchio sinistro – che li ha privati del loro miglior tiratore, sono tutto fuorché un team che fa del gioco perimetrale la sua forza. Al momento le triple provate a partita sono 24.3 (18esimi nella lega) con una percentuale di realizzazione bassissima, del 32%, che li mette davanti solamente a Mavericks, Suns e Pelicans. Per ovviare a questo problema è stato preso in estate Mirza Teletovic, giocatore che per tipo di impatto sul parquet di gioco assomiglia molto a Ryan Anderson: nei pochi minuti in cui scende in campo (16.8 a partita), infatti, nel 48% dei casi viene coinvolto in una situazione di spot up.

I Bucks in quintetto, però, schierano sistematicamente come quattro titolare Jabari Parker, seconda scelta assoluta del Draft 2014. Il nativo di Chicago ha un repertorio offensivo davvero notevole, che al momento però non contempla il tiro dalla lunga gittata: solo 22 canestri realizzati su appena 81 tentati (9-30 in questa stagione), a testimoniare che abbiamo di fronte un ibrido tra un quattro tattico e una classica power forward. Segna molto in transizione (1.2 punti a possesso) e in situazioni di spot up (1.0 punti a possesso), dove viene coinvolto nel 30.4% dei casi, mentre latita a trovare continuità – chiaramente il campione è ancora insufficiente – in situazioni di isolamento e post-up.

Non ci metterà 3 passi per farsi tutto il campo come il suo compagno di squadra greco, però fa ugualmente impressione.

Se mettiamo a confronto le produzioni statistiche di Ryan Anderson e Jabari in un grafico, sempre proiettato sui 36 minuti di gioco, noteremo l’incredibile differenza di utilizzo di due giocatori che solo all’apparenza occupano la stessa posizione in campo.

Di simile c'è da dire che provano ad andare a rimbalzo, ecco.
Di simile c’è da dire che provano ad andare a rimbalzo, ecco.

Shotchart

Chiudiamo la nostra rubrica oggi con una shotchart di un giocatore che in queste prime partite di stagione, a differenza della sua squadra, sta viaggiando a cifre incredibili, ossia Andrew Wiggins. Esploso con i 47 punti segnati contro i Lakers (career high), il canadese ne sta mettendo 27 di media a sera, con il 52% (!!!) da tre punti. Il dato è destinato ovviamente a calare, ma al momento può vantarsi di essere il leader in NBA per percentuale di canestri realizzati dal’arco, davanti a Mike Conley (.491%) e Jared Dudley (.488). In carriera la stella dei Timberwolves ha chiuso le prime stagioni col 30% da tre, testimoniando di essere ancora grezzo sotto questo punto di vista. Riuscirà a migliorarsi quest’anno?

Nel prossimo articolo vi mettiamo la shotchart di Kidd-Gilchrist, che tutto questo verde dopo un po' annoia.
Nel prossimo articolo vi mettiamo la shotchart di Kidd-Gilchrist, che tutto questo verde dopo un po’ annoia.

Alla prossima!

 

Statistiche aggiornate al 18 novembre 2016.

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