NBA Coast to Coast (parte seconda)

NBA Coast to Coast (parte seconda)

philstar.com
Ancora voi?! Mollatemi. Pensavo di avervi seminato a metà dell’Atlantic Division e invece niente vi siete proprio fissati con questo sport. Va beh! Comunque vi avviso già, se la vostra carnagione in questo momento si avvicina di più come gradazione a quella di Larry Bird allora potete continuare a leggere. Se invece siete più tendenti ad un’abbronzatura in stile Magic J., potete comunque continuare a leggere, ma sappiate che io starò scuotendo la testa in segno di disapprovazione. Allora.. l’ultima volta abbiamo visitato Toronto, Boston, New York e Philadelphia. Oggi ci addentriamo più verso il centro. Quindi gambe in spalla e andiamo con la Central Division. Bulls: Beh sui tori di Chicago non credo di dovermi soffermare più di tanto. E’ quasi sicuramente la squadra più conosciuta dell’NBA. Ho comunque voluto far la prova chiedendo a mia mamma, (che sta al basket come Josh Smith sta alla povertà), se “Bulls” le ricordasse qualcosa e cito testualmente la risposta: “Mmmm… mi sembra di si.” (Pausa.. il mio cuore si ferma per un attimo, penso che allora non è tutto perduto…) “Non è la marca del tuo pigiama?”. Mi sono sentita come Jordan durante il crossover di Iverson. Lasciarle credere di potermi sorprendere, ma ehi… io sono pur sempre Jordan. Solo che la mamma è pur sempre la mamma e quindi scusate, ma non me la sono sentita di controbattere. Ma torniamo a noi. Con tutta probabilità posso dire che questa squadra, la sua fortuna se la sia giocata tutta in quel lontano Draft dell’84. Al tempo anche Dio era appassionato di basket e certamente tifava Chicago. La leggenda narra infatti che una volta abbia addirittura voluto giocare, camuffandosi da Michael Jordan. Correvano gli anni ’90 e dopo i Backstreet Boys, l’unico quintetto in grado di far bagnare… di lacrime le masse, ce l’avevano sicuramente i Bulls. Purtroppo però il tempo passa. E per rispondere a Raf che si chiedeva cosa resterà di questi anni ’90 (si diceva ’80, ma voleva dire ’90), dico una manciata di ciucciotti di plastica colorati, qualche cd del Festivalbar, immagini viste e riviste centinaia di volte… e il mio pigiama. Fazzoletti alla mano quindi. Cavaliers: squadra di Cleveland, in Ohio. Stato famoso per il nulla più assoluto. Anche i cavalieri di Cleveland, esattamente come quelli della tavola rotonda, hanno un loro Re. Prescelto e incoronato a gran voce da tutti durante la cerimonia del 2003. Fedelissimo ai suoi sudditi fino al 2010. Vince tutto quello che c’è da vincere a livello personale. Quasi tutto quantomeno. (So che potrebbe sembrare vi stia raccontando la storia di Lebron anziché quella dei Cavs, ma… si ok lo ammetto. Ma la storia di Lebron E’ quella dei Cavs) Dicevamo… rimane fedele ai suoi cavalieri fino al 2010 per poi passare ai tre moschettieri in quel di Miami. Nel 2014 però annuncia il suo ‘I’m coming home’, dando vita alla più classica delle parabole, quella del figliol prodigo e Dan Gilbert (proprietario della tavola rotonda, anzi rettangolare in questo caso) entusiasta, organizza una grande festa, con giullari, menestrelli, un grande banchetto dove sacrificherà il suo il vitello più grasso e il tutto accompagnato dalle urla della sua gente “Lunga vita al Re. Viva la monarchia!”. Per la gioia di quasi tutti, fatta eccezione per quella cerchia di eretici, sostenitori della repubblica, chiamati ‘Haters’. Do per scontato abbiate visto tutti le Finals quest’anno e quindi la battaglia tra i Guerrieri, il cui motto era ‘Tutti per uno’ e i nostri Cavalieri che invece erano ‘Uno per tutti’. Tanto cuore, ma a gara 6 tutti a casa. Come si dice però, inutile piangere sul sudore versato e dunque persa una battaglia ma non la guerra. Anno nuovo, gare nuove. Nella foto potete vedere il Re, mentre fa le classiche foto di rito con la plebe.
Syracuse.com
  Pistons: squadra di Detroit. Città con il più alto tasso di omicidi degli ultimi vent’anni. Città natale di Eminem. Quella con la ‘8 miles’, la strada che divide la civiltà dal ghetto, la working-class dai Bad Boys. E di ragazzacci su quel parquet ne sono passati parecchi. Il parquet in questione è quello del palazzetto di Auburn Hills. Che se potesse parlare vi racconterebbe sicuramente di quella volta… di quel 19 novembre 2004. Quando, scusate il mio romanticismo, ma le risse erano ancora risse. La chiamano ‘The Brawl’. La Rissa. E andò pressoché cosi: partita d’inizio regular season, ma comunque tra le più interessanti. Pistons campioni in carica contro i classici antagonisti vicini di casa, i Pacers. Siamo a 45’’ dalla fine, Indiana ampiamente in vantaggio, Ben Wallace tenta un terzo tempo ma viene fermato da Ron Artest (generalmente un giocatore mite, ma che quel giorno si era alzato pensando che la pace del mondo potesse aspettare), che gli urla ‘Ehi fratello guarda che gli anni ’70 sono finiti, quella pettinatura afro non è più di moda’. Ben pensando alla sua musa ispiratrice, Diana Ross, non la prende benissimo. E reagisce. Qualche spintone, qualche frase del tipo ‘Ce l’ho più lungo io!’, ma finisce là… so’ ragazzi. Il vero spettacolo comincia quando un tifoso, vedendo Metta che cercava di ripigliarsi sdraiato sul tavolo dei segnapunti (…), decide di tirargli una birra. E giustamente lui scatta. NON SI SPRECA LA BIRRA COSI’! E’ il caos. Giocatori contro giocatori, giocatori contro tifosi, tifosi contro tifosi, allenatori contro addetti alla sicurezza, sedie contro birre, basket contro wrestling. Il resto delle partite della stagione Metta le ha seguite comodamente dal divano di casa. E per un po’ a fargli compagnia c’è stato anche il suo amico Stephen Jackson. Comunque della serie ‘Ancora tu, ma non dovevamo non vederci più…?’, le due franchigie si rincontrano durante i playoff per la resa dei conti, dove al secondo turno Indiana viene spedita a casa. I nostri Pistoni invece ci vengono spediti nella finalissima di gara 7 da Tim e soci. Pacers: Li abbiamo incontrati poc’anzi. Sono l’’altra metà della rissa che vi ho appena raccontato. Squadra che approda in EnBiEi nel 1967, ma che comincia i giochi veri nel 1987. Quando al draft viene scelto nientepopodiemeno che Reginald Wayne Miller, per gli amici Reggie. Sguardo da killer, fisico da Pietro Fassino e una innata capacità di farsi notare sul campo. Mica male per un ragazzino che per anni ha dovuto camminare con i sostegni metallici come Forrest, sognando di poterne un giorno fare a meno. Quindi dagli anni ’90 in poi questa squadra, con Miller attore protagonista e Larry Bird in regia, fa’ il suo. E’ una squadra da bene ma non benissimo. Un po’ come me a scuola, avevo le capacità, mi applicavo (ok magari non proprio sempre), ma non c’arrivavo comunque…c’è sempre qualcuno più bravo. Quindi io sono ancora qua a scrivere per voi e loro ancora a rincorrere il trofeo Larry O’Brian.     Bucks: Beh se siete appassionati di basket e vi capitasse l’occasione di passare per la città di Milwaukee, il mio consiglio è certamente quello di andare a vedere la casa della famiglia Cunningham e il bar di Arnold, dove girarono Happy Days. Poi basta, potreste andare via perché avreste sbagliato città. Si insomma per quanto riguarda i Bucks non c’è molto da dire. I loro ultimi very Happy Days risalgono al tempo in cui mia mamma girava con i pantaloni a zampa d’elefante e mio padre giocava a basket con pantaloncini a dir poco illegali. Ma hanno una squadra di giovani stelle, (nel draft 2013 si sono cuccati un novellino originario della Grecia e con un cognome che nemmeno lui stesso senza l’aiuto di Google saprebbe scrivere, ma con un potenziale che farà sicuramente chiacchierare), un progetto per un’arena nuova di pacca e un allenatore come Jason Kidd. Quindi insomma come direbbe Elio “Non è proprio la prima della lista, ma nemmeno l’ultima delle stronze”.
dvdizzy.com
    Anche la Central division è andata. Dai che per fine ottobre ce la facciamo, voi mi offrirete un sacco di birra e io potrò finalmente andare in vacanza. No scherzo, non vi abbandonerei mai sul più bello e non mi pagano abbastanza per andare in vacanza. Comunque anche per oggi solite raccomandazioni… non fate il bagno dopo mangiato, non accettate droga dagli sconosciuti e non mettete ‘mi piace’ ai post di Salvini. Ci si vede ad Atlanta!!!        

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