NBA Finals 2015 – Father Playoff: artiglieria contro fanteria

NBA Finals 2015 – Father Playoff: artiglieria contro fanteria

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Una serie finale è una cosa a sè stante: una storia senza titolo e autore, che prende forma durante le partite, minuto per minuto, senza che si possa fare altro che scriverne canovacci, caratteri, possibilmente i più grandi, che raggruppino in sé le anime delle squadre e siano solo la campana d’inizio di un qualcosa che si intravede a malapena. Nel caso di Cavs e Warriors, le anime delle squadre sono incarnate dai loro giocatori più grandi: un unicum fisico e mentale, quello dei Cavs, LeBron James, e una visione del futuro, una proiezione del basket che sarà, Stephen Curry. LeBron è un giocatore arrivato a un livello di consapevolezza altissimo. Sa chi è, sa cosa vuole, è disposto a caricarsi tutto il peso della squadra sulle spalle per farcela. Lasciamo che i soloni delle percentuali parlino, che gli haters si portino dietro tutta l’acredine da ammirazione per uno dei campioni più incredibili dell’NBA, che gli allenatori da divano lamentino i suoi interventi durante i time-out e il suo tener troppo palla. La gente vuole che LeBron abbia la palla, e la NBA la gente l’ascolta. Blatt, che non ascolta la gente, ha però l’intelligenza di capire che, nella squadra di Lebron, tutti gli altri sono contorno. A Miami, Bosh e Wade lo avevano capito, occorre dare merito all’intelligenza di questi grandissimi giocatori, mentre Love ha sempre dimostrato di non gradire troppo questo ruolo, il che spiega qualcosa anche della SUA intelligenza cestistica, oltre che gettare fosche ombre sullo scambio con cui i Cavs hanno fatto un all-in sull’annata 2014-2015, più un’ipoteca sul futuro, che un lasciapassare per le vittorie di oggi. Steph, invece, sta esplorando adesso le proprie potenzialità. Ci ha messo tempo e allenatori a sviluppare il suo gioco, arrivare fin dove l’immaginazione da bambino lo aveva già portato e aprire uno spiraglio sul futuro non solo suo, ma del basket come gioco. A pensare all’introduzione del tiro da tre, primi anni ’80 in Europa, ’70 nella ABA in USA e poi in NBA, a quanto sembrava lontana quella linea, quanto il tiro venisse quasi snobbato in favore del machissimo andare sotto canestro… A pensare quando gli slavi per primi usarono in modo insistito quell’arco e il resto del mondo guardava e pensava: “figurati, un tiro da così lontano che percentuale può avere”. A pensare a quello, trent’anni dopo, Steph risulta l’incarnazione di quel basket, l’estremo diffusore, il punto di transito per un futuro ancora più incredibile. Come uomo, Steph non ha ancora la forza di pareggiare lo sguardo di LeBron, non ha ancora esplorato dentro di sé l’abisso del fallimento, le aspettative deluse della gente, nonostante sia in campo da sei anni, la sua carriera è ancora in parabola ascendente, vive quel “matrimonio” con il pubblico, la stampa, la critica, che LeBron ha celebrato e stracciato infinite volte nella sua carriera. Steph non sa ancora cosa sia quella capacità di LeBron di incenerire con un’occhiata, la sua voracità in campo e la sua generosità verso i compagni. Vive con leggerezza tutto perché tutto gli viene facile, non ha ancora dovuto superare nei Playoffs un vero punto di svolta, non è ancora morto e risorto dalle sue ceneri come i veri grandi alla Magic, alla Jordan, alla Kobe. La sua vera grandezza la vedremo dopo una sconfitta, dopo un momento di vera difficoltà, da come saprà rialzarsi e lottare. La lunga ombra dei due protagonisti copre gli altri giocatori che, a prescindere da chi sono e da quanto giochino, sono tutti, inevitabilmente, comprimari. I due assi non si marcheranno, se non in qualche pick-and-roll, si eviteranno per non fare reciproche figure barbine e gli allenatori studieranno mosse e contromosse per limitarli. Certo, Steph può contare su un gruppo più forte. LeBron arriva con un commovente battaglione disposto a immolarsi per lui, gente dal talento limitato ma dalla voglia sconfinata, che promette di non arrendersi. Finora, i centimetri, sarebbe meglio dire metri, di Mozgov, sono stati sottovalutati, ma chiunque entri in quell’area dovrà fare i conti con le sue braccia alzate che, pur non entrando in alcuna statistica, sono una delle variabili difensive più difficili da superare nella lega. Dall’altra parte, Bogut gioca un ruolo simile ma con meno fisico, strano dirlo di un australiano, e con eguale spirito. Thompson contro Green, l’altro duello sotto canestro, sarà una lotta di muscoli contro tecnica. LeBron contro Iguodala/Thompson/Barnes/Speights, sarà un vero e proprio duello rusticano in cui nemmeno l’alternanza dei quattro potrà, realisticamente, fare molto.
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Steph/Klay contro DellaVedova (Irving)/JR sarebbe indubbiamente più equilibrato se Irving stesse bene, ma non è detto che il play titolare abbia recuperato abbastanza dalla tendinite. Inutile dire che su questo piano si decide tutto, con le guardie dei Cavs a cercare di rallentare, di infastidire, di mettere davanti a Steph non un muro, ma una rete, che renda i suoi movimenti meno fluidi, la testa meno lucida e anche il tiro un po’ asimmetrico e sghembo, quel che basta per farlo sbagliare. Sarà artiglieria pesante (Warriors), contro fanteria di terra (Cavs). La fanteria non sembra avere possibilità, ma LeBron non è mai da mettere fuori dalla competizione. Ha una consapevolezza quasi mitologica del suo ruolo e sa che, alla fine delle sue dodici e più fatiche della sua carriera, come Ercole, sarà nella storia. Per i Warriors, queste finali sono le Argonautiche, alla ricerca del vello d’oro, in cui Giasone (Steph) esplora una terra che non conosce, alla guida di un drappello di eroi che si affidano a lui, senza nemmeno loro sapere bene dove si debba andare. Il copione sembrerebbe già scritto, ma cosa gli dei del basket abbiano in mente, loro che in questi Playoffs sono intervenuti abbondantemente, illudendo e seducendo giocatori ingenui, che credevano di aver trovato la strada della vittoria, e facendo infortunare più di una promessa, noi non lo sappiamo. Sappiamo solo che le loro strade sono contorte e i risultati, al più, inattesi, salvo poi piegarsi all’unica legge che vale nello sport: quella del più forte.

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