Vite da NBA: Allen Ezail Iverson, il campo era la sua terra promessa

Vite da NBA: Allen Ezail Iverson, il campo era la sua terra promessa

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Afrika Bambaataa viene dal Bronx. Alla fine degli anni ’80, mentre impazzava la febbre del sabato sera nelle black disco di New York vietate ai bianchi, si mise per strada, con le casse acustiche collegate ai semafori, intrecciando rime di protesta con le percussioni in sottofondo. Così è nato il rap. Che non è solo musica, è filosofia di vita. Afrika infatti, oltre a deejay e musicista, era un pluri-pregiudicato, ma lo era convinto. Il codice del ghetto è semplice: grandi crimini significano grande onore. Se la polizia ti dà la caccia, sei un idolo. Allen Iverson, campione dei Philadelphia Sixers, è stato il più grande idolo della comunità nera americana. È cresciuto con Afrika Bambaataa nel walkman prima e nell’I-pod poi, è diventato un duro imparando la differenza che passa tra una pistola Glock ed una Smith and Wesson molto prima di conoscere i segreti di una palla a spicchi. Gli 89 milioni di contratto con Reebok non servirono a tenerlo lontano dai guai. Non è questione di soldi, non è questione di stato sociale. Se sei cresciuto sempre al limite, con il crimine come tuo compagno di viaggio, non saranno i miliardi a salvarti la vita. Oltre alla caterva di punti segnati, nell’almanacco di Iverson spiccavauna bella condanna a 5 anni di riformatorio per rissa aggravata e associazione a delinquere a scopo di intimidazione a nemmeno 18 anni: è rimasto dentro cinque mesi, solo perché il Governatore l’ha graziato. Ma non è cambiato. Al suo secondo anno nella NBA, Iverson venne condannato a 100 ore di lavoro sociale perché trovato in possesso di droga e di una pistola non registrata. Il suo passato non gli sarà d’aiuto. Ma pensare al caso di Allen Iverson come a un fatto isolato sarebbe un errore. Crimine e sport in America sono legati da uno stretto rapporto. La mancanza di educazione e l’improvvisa ricchezza di atleti giovani e sprovveduti di solito costituiscono una miscela esplosiva. A fine carriera, i problemi con la compagna (e poi moglie) di sempre Tawanna Turner, soprattutto a causa di mancanza di soldi, li vogliamo lasciare alle spalle. Sembra che i verdoni li abbia bruciati a Las Vegas, ma anche e soprattutto per colpa di gente che Iverson credeva fidata e invece gli ha succhiato anche il sangue dopo vari investimenti sbagliati. Quando non hai una famiglia (nonostante una mamma con le palle), tendi a fidarti troppo facilmente di gente sbagliata (e questa ne approfitta). Ok, era solo per introdurvi il lato oscuro di questo Davide che ogni sera se la vedeva contro i vari Golia del basket d’oltreoceano. Allen Iverson è nato il 7 giugno 1975 ad Hampton, in Virginia. È alto 1,83 (sì, con le scarpe) e pesa 75 chili. Porta il 46 e ha un’elevazione di 110 centimetri da fermo. Ha 22 tatuaggi sparsi su tutto il corpo, dai nomi delle persone più care alle frasi che gli servono per motivarsi, dai passi biblici alle rime di sue canzoni.

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A Bethel HS, ha vinto il titolo statale nell’ultimo anno sia nel basket che nel football. Era fortissimo anche in quell’altro sport, nessuno riusciva a tenere la sua incredibile velocità. Ma per andare al college dovette scegliere: e per nostra fortuna scelse il basket. Approdò a Georgetown dove il coach John Thompson per due anni divenne quasi il padre che Allen non ha mai avuto. È stato inserito nell’NCAA Associated Press All-America First Team. Decise di dichiararsi al draft nel famoso 1996, nel quale vennero scelti tantissimi giocatori che avrebbero fatto la storia della NBA degli anni 2000. Sarà la prima chiamata, da parte dei Philadelphia ’76ers. Vi rimarrà per 11 stagioni (alle quali va aggiunta l’ultima) prima di gironzolare prima a Denver, poi Detroit e Memphis. Ha vinto il premio come miglior rookie nella stagione 1996-97 e questo è il primo di una lunga serie di regali che ci ha donato durante la sua carriera: il crossover su “His Airness”. I Sixers non saranno molto competitivi fino alla stagione del lockout, nella quale arrivarono ai playoff con un record di 28-22. Un nuovo “padre” trova posto nella vita di A.I. È Larry Brown, nuovo coach dei Sixers che riuscì a tirare fuori sempre il meglio dal suo campione. Ma è un rapporto che va oltre quello tra giocatore e allenatore. Iverson rivede in Brown quello che è stato Thompson al college. Una figura maschile che è mancata per troppo tempo nella sua vita. Nel 2001 è stato nominato Most Valuable Player dell’All Star Game e di tutta la stagione regolare. Per coronare quell’anno, lui e Phila sono arrivati alle finali NBA, perse però per 4-1 contro i Los Angeles Lakers di Kobe Bryant e Shaquille O’Neal, guidati in panchina da Phil Jackson. Ma prima bisogna soffermarsi su tre momenti in particolare: le due gare da oltre 50 punti (e l’incredibile duello con Carter) nella semifinale di Eastern Conference contro i Raptors, gara 6 della finale di Eastern Conference contro i Bucks di Ray Allen e, ovviamente, gara 1 delle finali NBA contro i Lakers. Nel primo, Iverson segnò 54 punti in gara 2, ma Carter gli rispose con 50 (e le prime 8 triple tutte a segno, record eguagliato un mese fa da CP3 in gara 1 a Oklahoma City) in gara 3. Iverson non si abbatté e ne infilò altri 52 in gara 5, appena dopo aver ricevuto il premio di MVP della Regular Season. Quella serie la vinsero i Sixers, in una drammatica gara 7, finita 88-87 con l’errore di Carter all’ultimo secondo. Nel secondo, i Bucks, sotto 3-2 nella serie, ma in vantaggio di 31 punti nel terzo periodo, stanno ipotecando la decisiva gara 7. Eh no, di là c’è un piccoletto a cui hanno insegnato che si gioca fino a quando non si sente la sirena finale. 46 punti nell’ultimo quarto per i Sixers, guidati da un Iverson da 46 punti (Ray Allen ne mise 41). Vinse Milwaukee di 10, ma quella rimonta diede la spinta necessaria per vincere facilmente gara 7, con altri 44 di “The Answer”. E poi gara 1 allo Staples Center. Lakers imbattuti, e così volevano finire i playoff (mai successo in postseason). Una cosa è certa: Iverson non parte mai sconfitto. La vinse praticamente da solo con 48 punti e canestro con addosso (o forse è meglio dire “ai piedi”…) Tyronn Lue. E’ il suo compleanno, ma il regalo lo facciamo noi a voi: tutte le volte che l’avete visto non sono e non saranno mai abbastanza. Nella sua carriera ha mantenuto medie realizzative di 26.7 punti, relegandolo al settimo posto di sempre in questa classifica. Nel 2004 ad Atene fu il capitano della spedizione statunitense, ma fu una delle più grandi delusioni sportive di sempre, nonostante fossero arrivati terzi dietro ad Argentina e Italia. Si sa, se gli States non vincono, spesso si parla di delusione.
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Nella stagione 2004-05 è stato MVP dell’AllStar Game e, per la quarta volta, miglior marcatore del campionato. Nel corso della stagione 2006-07 è stato ceduto ai Denver Nuggets, in cambio di Andre Miller, Joe Smith e due prime scelte future. Con Carmelo l’attacco vola (oltre 50 punti di media in due), ma il problema di avere due primedonne in squadra non è facilmente risolvibile. E allora il 3 novembre 2008, Iverson passa ai Detroit Pistons. In Colorado approdano Chauncey Billups, Antonio McDyess ed il giovane Cheikh Samb. Dopo aver indossato la maglia numero 3 per tutta la carriera, ai Pistons Iverson porta la casacca numero 1. Nonostante Rodney Stuckey, giocatore che attualmente porta il numero 3, avesse dichiarato di essere disposto a cedere il proprio numero di maglia al nuovo compagno, le regole NBA vietavano cambi di numero a stagione in corso. Nel 2009 venne mandato a Memphis ma vi rimase solo tre partite perché non accettava il ruolo da panchinaro. I suoi tentativi in Turchia e in D-League fanno ribrezzo se confrontati alla sua carriera. Dopo l’ultima gara in maglia Sixers il 20 febbraio 2010 non fu più un giocatore di basket. Forse ci credeva solo lui, per la sua grandissima autostima. Ma nessuno dei suoi tifosi ci credeva. Peccato che sia finita così, senza una degna uscita di scena dopo 24368 punti in sole 14 stagioni (al 22esimo posto di sempre, ma tra questi è quello che ha giocato meno gare di tutti, 914). Oggi è il suo compleanno, ricordiamolo come un giocatore che tutti hanno un po’ amato, in primis la città di Philadelphia, forse proprio per il suo fisico così esile, così normale, in un’era di superuomini. Ed ecco perché il modo in cui il pubblico di Phila ha accolto il suo beniamino l’1 marzo 2014 al ritiro della sua maglia numero 3 è lo stesso che avrebbe ricevuto in qualsiasi altro palazzetto in giro per il mondo. O si ama o si odia. Ma tutti noi, in fondo, abbiamo amato almeno un po’ Allen Ezail Iverson.

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