Vite da NBA: Bill Laimbeer, Bad Boy to the bone

Vite da NBA: Bill Laimbeer, Bad Boy to the bone

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Nella lunga epopea NBA troviamo predestinati, reietti rinati, talenti sprecati e altri costruiti, scansafatiche, lavoratori maniacali, atleti baciati da Madre Natura… E poi c’è Bill Laimbeer. Le etichette affibbiategli sono state più d’una (e per la maggior parte affatto lusinghiere), ma la sua natura particolarmente istrionica gli fa prendere naturalmente le distanze da qualsivoglia marchio. Già tenendo solo in considerazione la famiglia in cui cresce, per il mondo NBA è una mosca bianca: con il padre alto dirigente di una compagnia multinazionale di contenitori in vetro, Bill passa la giovinezza tra gli alti sobborghi di Chicago e le ville a strapiombo sul Pacifico di Palos Verdes. Altro che ghetto. Tra 9 buche sul campo da golf dietro casa e un’uscita a pesca, il giovane Bill si fa più che valere nella squadra di basket della sua high school, stuzzicando le narici di più d’uno scout collegiale in giro per gli Stati Uniti; la scelta di Laimbeer cade su Notre Dame, al tempo uno degli atenei caposcuola sia dal lato sportivo che da quello didattico.
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Purtroppo i bei tempi del liceo in cui spadroneggiava grazie al suo fisico dominante erano finiti, e a Notre Dame si deve acclimatare al ruolo di riserva; è quindi proprio con i Fighting Irish (nome alquanto profetico, almeno nella prima metà) che il nostro forgia quelle che diventeranno le sue caratteristiche principali tra i professionisti: sacrificio per il bene della squadra e gomiti appuntiti. Ma le cifre non esaltanti e le voci che lo vedrebbero più spavaldo che capace lo rendono carne poco appetibile per il Draft del 1979: il suo nome scivola ben 64 posizioni dietro a quello di Magic Johnson e appena dopo a personaggi buoni solo per i trivia come Ricardo Brown o Ernesto Malcolm. I Cavs temporeggiano, non sono sicuri che sia il caso di soddisfare i desii di Lambs, il quale non scende a compromessi e accetterebbe solo un contratto garantito fin da subito; a risolvere la questione ci pensa tale Mario Pedrazzini, presidente di una Basket Brescia targata Pinti Inox che ci vede lungo e acquista due giovani americani di belle speranze: Marc Iavaroni (visto poi anche a Forlì e a Milano, oltre che nei Sixers ’83 vincitori dell’anello) e, appunto, il nostro Laimbeer. Il piazzamento della Pinti Inox si rivelerà il migliore nella storia della Leonessa d’Italia, con un sesto posto che è manna dal cielo per una neo-promossa in A1. Conclusa l’esperienza nel Bel Paese dopo una sola stagione, si aprono per Laimbeer le porte della Nazionale; peccato però che siano a spinta, tipo saloon per intenderci: il raduno per le Olimpiadi di Mosca 1980 si risolve col via libera visto il boicottaggio americano, e viene buono a Bill quasi solo per l’amicizia nata con un talentuoso piccoletto di nome Isiah Thomas. Ma comunque il nostro si mette in mostra e Cleveland decide di far valere la famosa 65° scelta per la stagione 1980/81.
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Le cifre non deludono, ma ancora in Ohio non riescono a fidarsi delle possibilità di Bill, che al contrario è fin troppo sicuro di essere il cavallo su cui puntare; le divergenze di vedute giungono al naturale punto critico intorno a metà febbraio del 1982, quando la dirigenza Cavaliers lo inserisce in uno scambio a 4 con i Detroit Pistons, che per averlo rinunciano anche a un paio di scelte al Draft prossimo venturo. Non sappiamo se l’allora rookie Thomas avesse già voce in capitolo riguardo alle scelte manageriali dei Pistons, ma conoscendo il tipo non ci stupiremmo se avesse messo una buona parola a proposito di Laimbeer. L’arrivo di Vinnie “Microwave” Johnson nella stessa stagione chiude il terzetto che formerà il nucleo portante degli storici Pistons di fine anni ’80.
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Detroit è comunque una squadra in piena trasformazione, e non ha ancora definito la linea da seguire per raggiungere il top della Lega: nelle stagioni tra l’82 e l’87 furono infatti svariate e cocenti le sconfitte ai Playoff per mano dei vari Knicks e Celtics di turno. Laimbeer è ormai un All-Star fatto e finito, vantando 6 stagioni consecutive con doppie doppie di media (viaggia all’incirca a 16+12 a partita, conditi da un paio d’assist) e il titolo di miglior rimbalzista nel 1986; è però nella stagione successiva che Chuck Daly, coach simbolo se ce n’è uno dell’NBA a cavallo tra gli anni ’80 e i ’90, prende sotto braccio proprio Laimbeer e Thomas e fa notare loro che così non si può andare avanti. È strettamente necessario un cambio di rotta, e il nostro Bill non se lo fa ripetere due volte: nascono i Bad Boys.
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“Non sono cattivo, è che mi disegno così.” Tralasciando l’indegna immagine di un Laimbeer con lucidalabbra rosso fuoco e abito da sera scosciato, potrebbe essere questa una semi-citazione che lo descrive negli anni del boom dei Pistons (e dei gomiti alti): non che prima fosse uno stinco di santo, ma dal 1987 comincia a vestire i panni del cattivo d’America, e li scopre fatti su misura per lui. “It’s my job.”, così suole rispondere Bill a chi gli domanda del suo spigoloso modo di giocare. Ogni palazzetto che non sia quello di casa (prima Silverdome e poi Palace) si riempie di scalmanati che invocano la sua testa e di migliaia di occhi puntati su di lui per 48 minuti filati, in attesa di scorgere anche solo una mezza spinta sotto i tabelloni (che vi assicuriamo, non ci ha mai messo 48 minuti prima di essere rifilata) per potergli urlare ogni improperio. Ma i colpi proibiti di Laimbeer non arrivano mai per caso: ogni gesto è scientemente studiato per far innervosire gli avversari e/o cambiare l’inerzia della gara. Attira su di sé tuoni e folgori prendendo (volentieri, va detto) il proscenio, spesso incassando metaforici lanci di pomodori marci, ma uscendone ogni volta immacolato nello spirito. Immolato invece è il corpo, tra contusioni e fratture varie: narra la leggenda che sia stato lui il primo giocatore ad aver mai indossato una maschera per giocare col naso rotto; a noi risulta che il primato vada al Rudy Tomjanovich del 1977, ma ci piace comunque alimentare il mito.
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A proposito di stoica continuità, Laimbeer detiene il 5° miglior record di partite consecutive giocate con 685, chiuso solo da una squalifica (chi l’avrebbe detto?). Bill non disdegna continuare a mettere qualche punto a referto, ma la sua specialità diviene il ramo difensivo della faccenda: leader indisturbato della Lega nei rimbalzi difensivi dal 1982 al 1990, sa miscelare alla perfezione la gamma completa di giocate quando il pallone è agli avversari, dallo sfondamento subìto alla tirata di maglia, dal flop alla rissa vera e propria, compreso tutto quello che sta in mezzo. Le sue diaboliche doti di provocatore offuscano quelle cestistiche, comunque sopraffine ma lui non se ne cale: il suo ruolo è quello dell’antagonista d’America e poco cambia se nessuno parla dell’87.3% ai liberi in carriera o della sua sempre più alta precisione nel tiro dalla lunga distanza, che all’epoca sono merci più uniche che rare per un lungo. Negli anni d’oro di Celtics e Lakers e con i Bulls in rampa di lancio, i Pistons sono gli unici a sapersi elevare al livello dei sopradetti, e addirittura batterli. Nel 1989 e nel 1990 il titolo va infatti a Detroit per un back-to-back figlio anche delle ben note Jordan Rules, di cui sicuramente Bill redisse almeno un paio di paragrafi. Il 1991 è decisamente il suo anno: prima la Nintendo decide di puntare su di lui e dedicargli un videogioco: “Bill Laimbeer’s Combat Basketball”. La trama è presto detta: nel 2023 Laimbeer gioca ancora (!!!) e tanto per gradire ricopre anche il ruolo di commissioner della Lega. Va da sé che ha licenziato tutti gli arbitri e permesso ogni tipo di nefandezza in campo, dal contatto fisico più acceso al lancio di bombe, lame rotanti e affini.
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Anche il genio comico di Jim Abrahams si accorge di lui e lo vuole nel suo “Hot shots!”: Bill e Sir Charles compaiono, con tanto di rispettive divise, per una brevissima sequenza durante una rissa da bar (sob), parodia della zuffa scatenata dai due nell’ultima gara di stagione regolare appena un anno prima. Autoironia ben oltre i livelli di guardia. Nei Playoff di quell’anno però la storia non si ripete, e sono proprio i Bulls di MJ a mandare a casa i Bad Boys con un sonoro 4-0 in Finale di Conference, maturato al Palace of Auburn Hills. Scottati dalla storia che li rinnega e devoti alla loro immagine di duri senza fronzoli, i Pistons lasciano il campo rifiutandosi di stringere la mano ai vincitori. Ormai la loro epoca è finita, ma hanno pur sempre una reputazione da difendere.
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Laimbeer gioca ancora 2 stagioni, ma i suoi Pistons sono ormai sgonfi e vecchi, la loro epoca è andata. All’incipit della terza stagione post-titolo capisce che non ha più granché da dare indossando canotta e pantaloncini e decide di ritirarsi. Chiusa la carriera da giocatore, passa poco prima che si apra quella da allenatore: è la WNBA che gli dà la possibilità di fare esperienza in panchina, dove il fisico imbolsito e i capelli brizzolati non intaccano la fine arte della psicologia di cui è stato sempre maestro indiscusso. 3 titoli vinti con le Detroit Shock, più quello di coach dell’anno nel 2003. Al momento è a capo dello staff delle New York Liberty, e in attesa di un ruolo di capo allenatore nella NBA dimostra di non essere cambiato: solo un paio di stagioni fa ha dichiarato che un’avversaria, lasciata in campo nell’ultimo quarto di una gara ampiamente persa dalle Liberty, “si sarebbe dovuta infortunare”. D’altronde, un Bad Boy è per sempre.

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