Vite da NBA: Boris Diaw

Vite da NBA: Boris Diaw

“Uomo di panza….”

Esattamente 33 anni fa, in una cittadina chiamata Cormelleis-en-Parisis, a circa 20km da Parigi nasce lui: Boris Babacar Diaw-Riffiod. Che noi conosciamo meglio come NonAvraiAltroDiawAllinfuoriDiBoris. E non poteva fare altro che nascere un talento da una famiglia cosi sportiva. Il padre Issa Diaw, campione di salto in alto. La madre Elizabeth Riffiod, étoile nella storia del basket femminile francese. Il fratello Martin, anche lui ex giocatore professionista nel Bordeaux: serve altro?? Quindi Boris si avvicina praticamente subito al mondo della pallacanestro. Già da adolescente infatti fu notato dalla JSA Bordeaux (del quale ora, ironia della sorte, detiene il 33% delle quote di maggioranza). Per poi approdare nel 1998  all’INSEP di Parigi. Scuola per atleti, ragazzi baciati dal talento, future stelle dello sport, come lui, come il suo compagno di merende Tony Parker e come anche Ronny Turiaf. thepractitionerd.com

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Nel 2000-2001 dà il via alla sua carriera da professionista con la maglia del Pau-Orthez (squadra che milita in Pro A, massima divisione francese). Cifre discrete per i primi anni, ma nulla che potesse scomodare gli scout da oltreoceano. Almeno fino al 2003, quando la squadra vince 41 di 45 partite giocate, per il secondo anno consecutivo la Coppa di Francia e a Boris va il premio MVP dell’anno per la Lega francese. Ora sì che si possono scomodare. E se c’è un talento da far decollare l’NBA lo fa. Precisamente lo fanno gli Atlanta Hawks, in questo caso. 21esima scelta nel draft del 2003, un draft qualsiasi oltrettutto (Lebron, prima scelta a Cleveland. Carmeluzzo terza scelta a Denver. Velociraptor Bosh quarta scelta a Toronto. Wade quinta agli Heat…. Così per dire eh!). Piccola partentesi ignorante: che intitoleremo ‘L’apparenza inganna’. Durante un classico workout pre draft, Boris presentandosi in palestra in infradito e con il suo immancabile cappuccino (vi lascio 4/5 secondi per elaborare il fascino della scena, degna del miglior Lebowski), resta incuriosito nel vedere il Vortec e chiede cosa mai potesse essere quell’affare. Alla risposta “E’ lo strumento che misura l’elevazione dei giocatori” rilancia “Ah si? E chi ha fatto il massimo?”. Amar’e Stoudermire, 32 inches. Il nostro eroe si toglie le infradito, posa il cappuccino e salta. 35,5 inches. Alchè si rimette le ciabatte, riprende a sorseggiare il cappuccino e facendo spallucce dice “Non era poi cosi difficile”. Questa lettura non era dal Vangelo secondo Diaw, ma dalle scritture di David Griffin (GM dei Cavaliers).

Diamo quindi una maglia a quest’uomo. Allora via la vecchia maglia azzurra con il numero 13, per quella nuova rossa firmata Atlanta Hawks con il numero 32 (il 13 gliel’aveva già fregato Glenn Robinson). La prima stagione non è proprio eccezionale, cifre bassine, forse dovute anche al cambio di coach a stagione inoltrata. Il ragazzo comunque, è sempre presente sul parquet, su 76 partite parte in quintetto 36 volte. E questo gli permette di iniziare a farsi conoscere. La svolta però arriva quando passa a Phoenix, nel 2005. Complici un allenatore come D’Antoni, compagni di squadra come un certo canadese (di cui non farò il nome perché ho appena smesso di piangere e non ho Kleenex a portata di mano) e anche la sua intelligenza cestistica, aiutano il nostro francese, che arriva a chiudere la prima stagione con cifre più che positive. Queste gli portano non solo il premio di Most Improved Player ma anche un nuovissimo soprannome: ‘3D’ (numero, nome e tridimensionalità nel gioco…e anche un po’ nella fisicità, un po’ eh).

Purtroppo il destino a volte è un burlone e nelle finali di conference della stagione 2005/2006 i Suns si trovarono davanti proprio loro, gli acerrimi rivali, gli Speroni. E fuori per 4-1. L’anno dopo, altro episodio che ha del discutibile, ma che aimé peserà parecchio nelle sorti di quei Playoffs. San Antonio contro Phoenix, finale gara 4. Vantaggio mantenuto dagli Spurs fino all’ultimo quarto, finchè i Suns non tirano fuori il cuore. Ed è proprio nell’ultimo quarto che arriva il fattaccio, l’”Horrybile” fallo sul Canadese (sniff!!) che è finito planando sui tavoli a bordo campo. Il nostro Boris e il compagno Amar’e, colpevoli di aver superato la linea tra la panchina e il campo, per scaraventarsi contro Robert Horry, vengono squalificati per gara 5 (…). E questa assenza costerà cara alla serie. Nel dicembre 2008 passa alla franchigia di vossignoria Michael Jordan, i Bobcats. Non propriamente il contesto che sognava Boris, tant’è che le cose non vanno granchè bene. Anzi dopo il cambio allenatore da Brown a Silas, le cose non vanno per niente bene. I due si scontrano spesso, ma d’altronde, non si può piacere a tutti. Voglia di cambiare aria quindi.

Ma arriva il 2011, Lockout. Uno dei periodi più bui e tristi della mia esistenza, quasi come dopo aver scoperto che Babbo Natale non esisteva. Ma Diaw intenzionato a non perdere la sua impeccabile forma fisica, decide intanto di fare ritorno nella patria dell’Escargots e continuare ad allenarsi nella SUA squadra, il Bordeaux. All’epoca nella seconda lega francese, grazie al suo arrivo è riuscita a piazzarsi ai piani alti della classifica. E con tutta probabilità la corsa alla promozione sarebbe continuata se non fosse stato per la fine del Lockout e per il suo ritorno all’ENBIEI. Ma già a inizio stagione iniziano a sentirsi rumors su un suo possibile taglio anticipato ed a un interessamento proprio da parte degli Spurs (sotto dritta di Parker). In marzo 2012 la conferma, rescissione del contratto e Boris approda alla corte di Mr.Popovich. Inizio discreto per lui. Riesce in questa frazione di regular season e nei playoffs poi, a riprendere quella pallacanestro che nei Bobcats aveva un po’ accantonato. Buona da ogni latitudine.  Purtroppo nella finale di Conference escono, per mano dei Thunder. Anno nuovo, maglia nuova.

Quindi, stagione 2012/13 ci si riprova. Saltiamo tutta la RS per arrivare sparati ai Playoffs. Tra le battaglie cestistiche più emozionanti di sempre, io personalmente penso di aver ancora del sonno arretrato da smaltire. Scontro finale di due generazioni a confronto, due filosofie diverse, due personalità opposte. All’angolo rosso gli Heat di Lebron, Wade e Bosh (con l’aggiunta per l’occasione di Jesus Shuttlesworth), mentre all’angolo blu abbiamo i veterani Duncan, Parker e Ginobili. Il nostro uomo durante queste Finals gioca molto poco, entrando al suo posto Splitter. Non entrerò nel merito della serie perché do per scontato l’abbiate seguita tutti (in caso contrario non vi meritate gli occhi) e che dunque sappiate anche come sia purtroppo finita. (NDR: Si, lo ammetto l’imparzialità non è mai stata il mio forte, ma l’articolo è mio e ci scrivo quello che voglio) Arrivano anche gli Europei quell’estate, che il nostro Boris potrebbe tranquillamente ribattezzare EuroMaiNaGioia (quarti Svezia 2003, ottavi Spagna 2007, quinti Polonia 2009 e secondi Lituania 2011), almeno fino a quel 2013. Leader di una nazionale da NBA (con anche Parker e Batum) che batte la Lituania 80-66 e si porta a casa il suo primo oro.

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Stagione 2013/14. Ricomincia la regular season. Solito gruppo di amici ‘L’Argentino, il Francese e il Caraibico’, (con qualche aggiunta speciale per noi: Marco Rocky Belinelli). Ovviamente ricomincia anche il solito ping pong tra “Ormai sono vecchi dai, hanno già dato, sono finiti”e i “Ne riparliamo a primavera”. E loro a primavera ci sono sempre. Soprattutto in questa, dove c’è fame di rivincita, nonostante non abbiano bisogno di dimostrare niente a nessuno.  Ognuno fa il suo. E anche Boris. Coach Popovich c’aveva visto lungo, sapeva che il gioco degli Spurs gli sarebbe calzato a pennello. Un lungo che riuscisse con umiltà a spiegare la pallacanestro, ad oliare una macchina da guerra tra le più efficienti del parquet di questi tempi. Su di lui infatti aveva dichiarato:“E’  uno di quelli che fa le stesse cose ogni volta, aiutando la squadra ad essere più intelligente in entrambi i lati del campo. Lui capisce cosa sta per succedere sempre prima degli altri. In attacco, è un passatore sublime ed è bravo a capire i mismatch; in difesa, è molto attivo, sa benissimo quando deve aiutare.” Ed è esattamente così. La mossa giusta al momento giusto. Every time. Non riporto le statistiche perché, sebbene i numeri non mentano, nel suo caso non gli rendono abbastanza giustizia. E’ stato quindi fondamentale il suo contributo nelle Finals che si concludono in gara 5 con gli Spurs che si portano a casa rivincita e il quinto titolo.

Japan Times

Ma non basta. Ci sono i Mondiali. E alla Nazionale Boris proprio non sa dire di no. Nonostante l’assenza del collega Parker, Boris e l’amico Batum riescono, davanti ad un pubblico di circa 15mila spettatori, a battere in casa loro la favoritissima Spagna dei fratelli Gasol. Fermandosi poi solo al cospetto della Serbia. Bronzo per i transalpini. Quindi dall’NBA alla FIBA non ha lasciato niente per nessuno quell’anno. Potrebbe non piacere a tutti. Potreste non volerci scommettere un euro su quel fisico da sollevatore di dubbi, cosi diverso dalle macchine preparate ad hoc che siamo abituati a vedere spesso sul parquet. Ma ragazzi, io ho avuto l’onore di vederlo giocare dal vivo l’anno scorso al Barclays Center e posso solo dire: Tanta pancia quanto cuore!

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