Vite da NBA: Dennis Rodman, storia di un Bad Boy

Vite da NBA: Dennis Rodman, storia di un Bad Boy

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Spari, urla, panico… poi la fuga rocambolesca con le sirene della polizia alle calcagna. Un cinema, l’assedio… e infine la resa, l’arresto e la morte per omicidio qualche giorno dopo. Beh, sono certo che se queste parole fossero state l’incipit della storia di un Michael Jordan o di un Magic Johnson, avreste subito sgranato gli occhi per lo stupore… ma essendole per quella di tale Dennis Rodman, probabilmente non vi meravigliano più di tanto. Di tutto questo non può ricordarsi il piccolo Dennis, troppo piccolo e ancora in braccio a sua madre proprio il giorno in cui nel suo quartiere si nascose l’assassino di John Kennedy, lo stesso in cui premette il grilletto, prima di essere catturato. Dennis Rodman nasce il 13 maggio 1961 a Trenton (New Jersey) ma cresce a Dallas, dove frequenta le scuole e comincia a giocare a basket vista la sua prematura alta statura. Gioca per la Southeastern Oklahoma State University, dove mostra grandi doti sia in difesa che in attacco. Viene scelto da Detroit al secondo giro nel draft 1986, arrivando in una squadra che già allora prometteva di minacciare la strapotenza della Eastern Conference chiamata Boston Celtics. Il suo soprannome? THE WORM, riferito alle movenze con cui usava “attorcigliarsi” mentre da ragazzo giocava ai flipper nei locali. Con i Detroit Pistons comincia la sua carriera nella NBA, in quei Bad Boys ancora un po’ acerbi ma affamati di vittorie. I tempi ancora non sono maturi per la squadra guidata da Chuck Daly, che ai playoffs fa i conti con l’esperienza dei Boston Celtics nel 1987, in una serie da tutti ricordata per la palla rubata a pochi secondi dal termine di gara 5 da Larry Bird che risolve in sostanza la serie. Costruendo però sulle capacità atletiche del proprio roster, la squadra della città del Michigan diventa una delle più pericolose contententi al titolo, che viene sfiorato nel 1988 quando solo i Lakers di Magic, Worthy e Jabbar riescono a fermare un Isiah Thomas posseduto dal demonio, nonostante gli infortuni. Rodman è un elemento prezioso per la squadra, corre in contropiede, è intelligente, ha un ruolo di spessore a rimbalzo e soprattutto difende estremamente forte! Il 1989 rappresenta per Detroit l’anno del riscatto, dopo una stagione piena di successi e l’arrivo di Mark Aguirre in cambio di Adrian Dantley, si fanno beffe senza troppi problemi dei Celtics al primo turno dei playoffs e dei Bucks al secondo. Per proseguire c’è però da superare l’ostacolo chiamato Michael Jordan, che con i suoi Bulls rappresenta la nemesi dei Pistons. La marcatura alternata di Isiah Thomas e di Dennis Rodman sul numero 23 da però i risultati sperati da Chuck Daly, che applicando le famigerate “Jordan Rules” (tattica difensiva creata dai Pistons appositamente per contrastare MJ) rende vita difficile ai Bulls. Chicago cade, stretta nella morsa difensiva dei Pistons e gli uomini della Città dei Motori staccano un altro biglietto per le Finals. La vendetta contro i Lakers per la sconfitta dell’anno precedente arriva in sole 4 partite e Dennis diventa campione NBA per la prima volta. Da persona estremamente emotiva quale è, alla parata di festeggiamento piange sincere lacrime di gioia, cosa che si promette di non fare più, senza riuscirci. Nel 1990 viene nominato Difensore dell’ Anno e appena arrivato in conferenza stampa non riesce a dire nemmeno una parola, senza prima scoppiare nuovamente in un pianto liberatorio. La sua attitudine al gioco duro, molto in voga nella NBA dell’epoca e molto tipico del Gioco dei Bad Boys, portano nuovamente Detroit alle Finals, dove battono i Trail Blazers di Clyde Drexler chiudendo la serie in gara 5 con un tiro di Vinnie Johnson quasi sulla sirena.
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Le belle storie però sono destinate, prima o poi a finire… Jordan e i Bulls diventano troppo forti e i Pistons devono soccombere e i Bad Boys tramontano inesorabilmente. Dennis si trova a un bivio della sua vita, nonostante le annate 1992 e 1993 lo vedano in cima alla classifica dei rimbalzisti, attraversa un periodo difficile in cui cambia molto sia emotivamente che psicologicamente. Un giorno, nel parcheggio dei Pistons viene trovato un fucile carico, con il quale Rodman sostiene di “aver ucciso il vecchio Dennis, per far posto a quello nuovo”. Lo stesso anno, viene ceduto ai San Antonio Spurs dove gioca 2 anni, cominciando a tingersi i capelli nelle più svariate fantasie cromatiche, cambiandole praticamente ad ogni partita. Ma le soddisfazioni sono poche, il suo carattere estremamente particolare lo rende poco incline a stringere legami forti con i compagni. Una sera, in una discoteca, una ragazza per attirare la sua attenzione gli spegne letteralmente una sigaretta sulla spalla. Quella giovane, altri non è che la Pop-star Madonna; i 2 iniziano una breve ma chiacchieratissima relazione, durante la quale Rodman ha scontri sempre più frequenti con compagni di squadra e dirigenza, arrivando a rifiutarsi di sedere allo stesso tavolo di David Robinson e ad allontanarsi dalla panchina togliendosi le scarpe durante una partita. Diventa chiaro che dopo la stagione 1995 Rodman non farà più parte della squadra texana. I sospetti su un suo scambio non tardano a essere confermati, quando Chicago lo chiede a gran voce, dando agli Spurs il veterano Will Perdue.
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A Chicago, Dennis ha un impatto fortissimo con i compagni e Phil Jackson, ma non può fare a meno di essere perlomeno incuriosito da Michael Jordan, fresco di ritorno in maglia Bulls dopo la pausa baseball. Nonostante il suo carattere particolare e qualche infortunio, tra una bizza e l’altra, da modo a Phil Jackson di accorgersi che anche grazie alla sua presenza in campo, la franchigia della Città del Vento, stà andando a gonfie vele. Con l’area protetta da Dennis (e Luc Longley), coordinando e favorendo l’attacco di Jordan, Pippen e delle seconde linee, i Bulls polverizzano record su record, ma le controversie non mancano. Durante una partita contro i New Jersey Nets, Rodman protestando per un fischio, colpisce un arbitro con una testata e si toglie la maglia, buttandola sul campo, prima di uscire coprendo di insulti il direttore di gara. Il momento è complicato, Rodman viene espulso e reintegrato in seguito, quando a conti fatti i Bulls sono già largamente i primi in classifica in vista dei playoffs. La post season si dimostra solo una breve formalità, i Bulls dominano fino alle Finals dove incontrano i Sonics che si arrendono in gara 6, con un duello psicologico fra Rodman e Brickowsky fatto di trash talking, falli tecnici, sfottò ed espulsioni. Dennis è tornato in cima alla NBA, durante la stagione ha inoltre pubblicato “Bad as i wanna be”, una sorta di auto-biografia condita dagli aneddoti più bizzarri sulla sua vita, che presenta in sella ad una Harley Davidson e vestito da sposa. Nel libro sono contenute le spiegazioni sulla vicenda del fucile carico nel parcheggio dei Pistons; Dennis racconta di aver cercato di togliersi la vita. Vengono inoltre riportate critiche a David Stern, al tempo commissioner della NBA, a Gregg Popovic, allora General Manager degli Spurs e a giocatori quali David Robinson, Karl Malone (che definisce senza troppi complimenti “troppo fottutamente colletto bianco”), Chuck Person e Anthony Mason.
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La stagione successiva è una quasi replica di quella appena passata e i Bulls festeggiano un altro titolo, stavolta a spese degli Utah Jazz, con il numero 91 che definisce con epiteti non troppo lusinghieri i mormoni di Salt Lake City, suscitando reazioni indignate dalle comunità sparse per gli Stati Uniti. Rodman dichiara, prima dell’inizio della stagione 1997-98 che avrebbe giocato ancora per 1 anno e poi si sarebbe concentrato sul cinema e avrebbe tentato la carriera nel Wrestling. In effetti esce durante l’estate il suo film “Double Team” con Van Damme, che viene massacrato dalla critica. The Worm fa ormai parte più del jet set che della NBA, eppure continua ad essere dominante sotto canestro e sebbene i Bulls siano in rotta totale (scadenze di contratto, liti tra giocatori-staff e dirigenza, Jordan e Jackson intenzionati più che mai a lasciare tutto alla fine dell’anno) riescono a vincere un altro titolo, bissando il 3-peat con i ben noti 40 secondi finali di gara 6 in cui Jordan scrive definitivamente la sua Leggenda.
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La squadra come promesso si sfalda totalmente e Dennis prosegue la sua vita tra apparizioni televisive e incontri di Wrestling (tra cui uno in coppia con Hollywood Hogan contro Karl Malone e Diamond Dallas Page allo show WCW The Great American Bash), in cui per la verità ebbe rapporti problematici con la dirigenza della federazione di Eric Bischoff, in quanto spesso non rispetta gli impegni stipulati. Nel frattempo si “consola” frequentando e poi sposandosi con Carmen Electra, anche se la relazione tra i 2 termina dopo pochi mesi. Torna a vestire la maglia NBA dei Dallas Mavericks e Los Angeles Lakers, ma il giocatore che aveva dominato nella lotta sotto i tabelloni è ormai un ricordo passato. Si ritira dalla NBA ma gioca per federazioni minori, tra cui la lega finlandese, dove farà registrare il record assoluto di spettatori per una gara, durante una partita di finale del campionato ad Helsinki, in cui segna 17 punti con 5/13 dall’arco.
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Nonostante dichiari più volte di voler tornare nella NBA, non lo fa mai e nel 2011 viene inserito nella Basketball Hall Of Fame. Visibilmente emozionato, davanti ai vecchi compagni e pubblico, si dice onorato di una nomina così importante. Nel corso degli anni successivi, nonostante qualche grana con la legge, rimane nel cuore degli appassionati che ne ammiravano le gesta negli anni ’90; lui stesso inoltre afferma di aver trovato praticamente un padre in Phil Jackson e che Jordan e Pippen sono senza dubbio i cestisti più forti con i quali ha giocato. E’ il primo americano ad aver incontrato il leader della Corea del Nord Kim Jong-un, che più avanti definirà un “amicone” consigliando a Barack Obama di chiamarlo telefonicamente. Naturalmente questa sua amicizia non tarda a far discutere i media e addirittura anche i membri del Congresso degli USA. E’ stato e rimane il giocatore più controverso della storia del Gioco, uno di quei soggetti che lasciano il segno e che a prescindere dai comportamenti sopra le righe, ogni volta che scendono in campo dimostrano amore per quello che fanno. Ha sempre definito i tiri liberi “una seccatura”, durante le serie finali a Salt Lake City, mentre i compagni si allenavano o riposavano, lui andava a lanciare dadi a un tavolo di Las Vegas. Si buttava sui palloni della prima partita di regular season come se fossero quelli di una gara 7 di finale; durante un volo per un salvataggio fuori dal campo, atterra tra le coscie delle cheerleaders dei Bulls, rialzandosi con il ghigno di chi sarebbe stato volentieri tra le ragazze piuttosto che continuare a giocare… in un’altra occasione, furibondo per la sempre criticatissima eccessiva vicinanza dei fotografi al terreno di gioco, ne colpisce uno con un calcio, prendendo sospensione e multa dalla Lega.
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Era tatuato quando era una cosa da avanzi di galera, è stato l’anti-eroe per eccellenza, il capostipite di una parte di basket che andava oltre un palleggio, un tiro o uno schema. Quanto abbiamo capito di Dennis Rodman in 13 anni di NBA? Poco. Quanto avrebbe potuto ancora sorprenderci? Tantissimo.

Auguri Bad Boy!

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