Vite da NBA – George Gervin

Vite da NBA – George Gervin

La storia di George Gervin, dai San Antonio Spurs a Roma passando per Chicago.

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Detto d’inizio anni ’80: – se la tua vita dipendesse da un tiro, a chi lo faresti fare? – Iceman Gervin

I San Antonio Spurs all’inizio degli anni ’80 erano uno dei più grandi spettacoli cestistici sulla terra. Non che facessero le cose che piacevano agli allenatori, tutt’altro, erano pessimi difensori e non li avresti convinti a fare un gioco complicato nemmeno sparandogli, cosa che, in Texas, era tutt’altro che impossibile. Ma mettere insieme in campo Johnny Moore play, Gene Banks in 4 e come altri George Gervin, Mike Mitchell e Artis Gilmore, aveva dell’illegale, persino a quei tempi. Erano gli Spurs prima che fossero Spurs, una squadra simbolo di un approccio al gioco e alla vita, tutto attacco, velocità e tiro, prima che gli avversari potessero respirare.

George Gervin era una specie di capo di quella banda. Uno di quei capi silenziosi che parlava solo con i canestri fatti, un carattere ombroso, introverso, che palla in mano diventava pressoché immarcabile. A 2,03 non c’erano molte guardie, allora, non ce ne sono molte nemmeno adesso, ma di guardie capaci di fare quello che faceva lui, beh, non c’era nessuna. Nato a Detroit nel 1952, cresciuto in quartieri che sono lo sfondo di molte storie edificanti e non del basket, all’inizio, di edificante, in lui non c’era nulla. Talento cristallino, scoperto alla high school al 5° anno, quando porta la squadra alle semifinali dello stato del Michigan, Gervin viene reclutato da un altro grande irregolare: Jerry Tarkanian a Long Beach University. George e la NCAA non vanno mai molto d’accordo. Al secondo anno, dopo essere fuggito da Long Beach, gioca a Eastern Michigan a Ypsilanti, ma alla fine dell’anno provoca una rissa con un giocatore di Roanoke University e viene squalificato, decidendo di saltare il resto dell’università. La ABA lo nota subito e lo arruola nei Virgina Squires, squadra notevole che però viene smontata velocemente per incassare qualche soldo per restare in vita, fino a non aver praticamente più nessuno da far giocare.

George viene acquisito dagli Spurs, in cui si trova perfettamente nel gioco corri e tira di Bob Bass, tanto da rendere la franchigia una delle più appetibili per l’NBA. Nel 1976 il merger NBA- ABA lo porta nella lega “maggiore”, in cui continua indefessamente la sua carriera di pistolero dei canestri. Nel 1978 mette in piedi un epico duello con David Thompson, che finisce all’ultima partita. Quando, nel pomeriggio, Thompson segna 73 punti, sembra essersi aggiudicato il titolo, Gervin ne deve segnare 58, non può farcela, pensano tutti. Peccato che quella sera George sia una specie di Barnum del basket, metta dentro 63 punti di cui 33 in un quarto, record detenuto fino a poco tempo fa’, vedi alla voce Klay Thompson, senza peraltro il tiro da due, per pochi centesimi di punto. Per la cronaca gli Spurs ne prendono 153 dai Jazz, ma non sono in molti a pensarci. È che se Gervin decideva di segnare non ce n’era. Non è mai facile descrivere questa cosa dei grandi attaccanti. Insomma, loro, se prendono palla, è perché segnano. Nei momenti chiave, quando pensi che, se dessi la palla a qualcuno marcato di meno sarebbe più libero, beh, no, la palla devi darla a loro, perché anche marcati, anche con le mani in faccia e addosso, questi vanno a segnare.

Gervin non ha mai giocato per farsi guardare, né ha mai avuto comportamenti estremi. Cresciuto in un ambiente durissimo, in povertà, Gervin sviluppa un amore per il gioco tramite lunghe ore solitarie a tirare nella palestra di sera. In seguito dirà che quelle ore passate da solo stimolavano la sua immaginazione, erano il suo momento di libertà. Sono anche quelle ore di allenamento che sviluppano il talento per il canestro, per segnare, affinano quella sua capacità di capire dove si trova, il senso radar che trasforma la posizione in campo in un pericolo per chiunque. Gervin ha due movimenti principali: un tiro in sospensione mortifero e una finta con entrata in finger roll che, come sempre, qualsiasi difensore si illude di aver capito e regolarmente viene buggerato. Come sempre vuol dire “per un grande attaccante ci sono mille difensori che pensano di poterlo marcare, in video, ma che nella realtà fanno la fine degli altri mille prima di loro”.

Gervin, come Alex English, fa parte di quella genìa di attaccanti dalla faccia perennemente uguale, che non hanno bisogno di versi o grida per definire la loro superiorità. Sono attaccanti che segnano, non costruiscono il loro brand personale, e questo, a ben vedere, è il loro pregio cestistico insieme al loro difetto d’immagine. Quattro titoli dei marcatori in cinque anni forse sono abbastanza per dirne la grandezza, ma non per farlo sopportare a coach Cotton Fitzsimmons nel 1985, uno che voleva insegnare basket, a cui questa cosa degli Spurs che corrono come matti e segnano ma non difendono, non piace per niente. Ceduto ai Chicago Bulls, Micheal Jordan lo vede come un qualcosa che gli è capitato tra i piedi. Non sopporta di avere uno che può segnargli in faccia e l’ultimatum per la squadra è chiaro, tanto che Gervin siede progressivamente sempre di più in panchina, fino a lasciare i Bulls nell’86. Gervin finisce la carriera con 26,2 punti di media nella NBA, uno dei mark migliori. Quando Dido Guerrieri, allora allenatore della Virtus Bancoroma Basket, vide Gervin scendere dall’aereo nel 1987 per cominciare a giocare per lui nella capitale, pensò che gli fosse arrivato l’estremo bidone. Vedere da lontano quel lungagnone con la faccia triste e una borsa a tracolla gli tolse un po’ di coraggio. Gervin avanzò tra la folla, raccolse il bagaglio e fu accolto dalla dirigenza capitolina. Fu poi quando lo vide esibirsi la prima volta e segnare, uno in fila all’altro, 50 tiri liberi, che cominciò a ricredersi. Oddio, le prime partite non furono un granché, ma quando si sgranchì le gambe e cominciò a tirare come sapeva, Dido capì che non era, letteralmente, marcabile. Forse solo Guerrieri aveva il tatto e l’intelligenza umana per accogliere bene un personaggio come Gervin. Uomo timido e solitario, poteva essere soggetto a scatti d’ira, come quello che pregiudicarono la carriera NCAA, ma nel complesso si dimostrò, nel ricordo del Professore, una delle sorprese umane più vivide. È che questi mostri della NBA, quando venivano dalle nostre parti, allora, si dimostravano semplicemente uomini. Professionisti fino al midollo, in grado di fare vita da atleti, in orario agli allenamenti, capaci di lottare per la vittoria, ascoltavano gli allenatori, erano, insomma, diversi dalla mitologia che gli creavano intorno.

Iceman, così è sempre stato chiamato Gervin, era questo: un animale cestistico totale, un uomo nato per stare in campo. Il suo rapporto con il canestro fuori discussione, in attacco una macchina feroce, letale, e, come tutti gli attaccanti integrali, un uomo che esisteva in virtù del canestro. Il che può diminuirlo agli occhi di alcuni, togliergli quegli spicchi di grandezza destinati ai Micheal Jordan e ai Magic, ma non  ai nostri occhi di appassionati. In quella NBA George Gervin era il prodotto bizzarro di una qualche lontana mutazione genetica, una novità cestistica da tenere con le sue caratteristiche: un unicum per cui pagare per andare a vederlo, come disse Jerry West una volta. E che questo avvenisse a discapito della sua difesa è un qualcosa che, per la gioia degli occhi, possiamo anche perdonargli… Auguri George.

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