Vite da NBA: Kevin Garnett, there and back again

Vite da NBA: Kevin Garnett, there and back again

Compie 40 anni “The Big Ticket”.

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Controverso, provocatore, antisportivo, codardo. Straripante, trascinatore, geniale, unico. E’ complicato definire un giocatore come Kevin Garnett, autentico idolo per molti e odiatissimo da altri per i suoi comportamenti, spesso volutamente oltre le righe in campo.
Quinta chiamata al Draft 1995 (subito dopo Rasheed Wallace) senza passare dal College, è stato scelto dall’allora GM dei Timberwolves Kevin McHale, che cercava un giocatore di impatto per poter raggiungere i Playoffs, impresa mai riuscita dall’anno della fondazione (1989). Se dopo un primo anno di “rodaggio” la franchigia non riuscì nell’intento, dall’anno successivo i Timberwolves raggiunsero i Playoffs per otto anni consecutivi, trascinati da quest’autentica forza della natura su ambo i lati del campo. La Garnett-mania era talmente forte in quel di Minneapolis, che la sensazionale estensione contrattuale offertagli (126 milioni di dollari in sei anni) è stata utilizzata come principale motivazione per il Lock Out della stagione 1998/99.

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  Se per sette anni, tuttavia, i Timberwolves vennerò sempre eliminati al primo turno dei Playoffs, nella stagione 2003/2004, con l’arrivo di Sam Cassell in regia e di Latrell Sprewell a completare il reparto degli esterni, Garnett vinse prima il titolo di MVP della regular season, per poi trascinare i Lupi sino alla finali della Western Conference, perse dai Lakers di Kobe, Shaq, Malone e Payton. E’ stato il punto più alto della storia dei Timberwolves, da allora non sono più arrivati ai Playoffs; dopo altre due stagioni in maglia Wolves, Garnett fu ceduto ai Boston Celtics in uno scambio che rimane tuttora da record: fu scambiato per 5 giocatori, premi in denaro e scelte al Draft, riuscendo a vincere in maglia biancoverde il tanto desiderato Anello a discapito proprio dei Lakers.

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Al termine del suo corso in maglia biancoverde, assieme a Paul Pierce è stato ceduto agli ambiziosi Brooklyn Nets, ai quali sceglie di indossare il numero 2: il 2 è stato il numero di Malik Sealy, compagno ai tempi dei Timberwolves e suo migliore amico, che morì in un incidente stradale nel 2000, mentre tornava a casa dopo la festa compleanno di KG. Il 19 febbraio del 2015, a 38 anni suonati, invece che inseguire la possibilità di un titolo a Brooklyn o in una qualsiasi contender, è tornato a Minneapolis, alla franchigia che lo aveva scelto nel 1995. Ai Timberwolves ritrova così il Coach che lo lanciò nella Lega, Flip Saunders, e lo storico proprietario che, tra le altre cose, gli affibiò il suo celebre soprannome “The Big Ticket” (“il grande biglietto”, poiché andare a vederlo giocare al palazzetto ripagava ampiamente l’acquisto del biglietto); proprietario che da anni è in cerca di acquirenti, e Kevin, nella sua conferenza stampa di presentazione, ha annunciato che in futuro ha tutta l’intenzione di diventare il proprietario dei Lupi, magari a capo di una cordata di investitori. Il suo ruolo, in una squadra di giovani quale è attualmente Minnesota, è da ascriversi al voler fare da insegnante a tutti loro: dovunque KG sia andato, ha unito spogliatoi, infiammato tifoserie e fatto odiare dagli avversari.

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Che Garnett sia un giocatore speciale, lo si nota fin da prima di entrare in campo mentre effettua la routine prepartita: il fissare e appoggiare la testa contro il sostegno del canestro, il lanciare sul tavolo il talco per poi sbattere due volte le mani, l’entrare in campo e salutare a pugno chiuso gli avversari, battersi il pugno due volte sul petto prima di salutare i 4 lati del campo e eventualmente saltare per la palla a 2, sono gesti che comandano letteralmente rispetto. Dilungarsi e descrivere per fila e per segno la carriera di KG oggi non ha particolare significato, non ha ancora annunciato il ritiro e siamo certi che, pur essendo un’idea non lontanissima dalla sua mente, abbia ancora qualche riga da scrivere nel grande libro della sua carriera. Buon Compleanno Big Ticket!

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