Vite da NBA: Michael Ray Richardson

Vite da NBA: Michael Ray Richardson

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Non ce lo ricordiamo, ma negli anni ’70 non c’era consapevolezza di cosa fosse la NBA. Solo negli anni ’80 le telecronache di Peterson e le pagine di Superbasket la portarono, per la prima volta, in casa nostra. Questo mese di aprile vede compiere gli anni di tre figure che militarono nel campionato italiano nella seconda metà degli anni ’80. Parlare di loro significa anche parlare di noi, del tempo che è passato e di che cos’era il basket di allora, sondando anche le diverse motivazioni che ce li consegnarono. Michael Ray Richardson, Michael Cooper e George Gervin sono tre carriere, tre personalità e tre motivazioni diverse per cui vennero in Italia a giocare. Oggi cominciamo con uno che ha assaggiato lo stardom NBA senza mai riuscire a farne parte, ma che quando è piovuto nel nostro campionato ci ha lasciato con la bocca spalancata a vedere cosa fosse uno scarto del campionato maggiore. Quando Michael Ray Richardson sbarcò nel nostro campionato, pensavamo che la difesa fosse una cosa ben precisa: scivolamenti, attesa, anche nei casi più proattivi, uno stare a una certa distanza per evitare entrate e tiri pericolosi. Quando Michael Ray Richardson sbarcò nel nostro campionato, pensavamo che l’intensità fosse una cosa ben precisa, fatta di correre, sì, correre, fare entrate eleganti, giocare tutto il tempo necessario, stancarsi, ma non andare oltre, non volere la vittoria come la voleva lui. Quando Michael Ray Richardson sbarcò nel nostro campionato, non pensavamo che fosse un granché. Arrivava da storie di droga, aveva una reputazione poco raccomandabile, costruita nei bassifondi di New York, in cui il suo talento per la NBA si era sciolto lentamente, fino a che un bando di anni non lo costrinse ad attraversare l’oceano.
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I giocatori che arrivavano dall’NBA allora erano davvero di alto livello. Quando JB Carroll giocò i play-off con Milano, vinse praticamente da solo la partita di ritorno con Torino segnando gli ultimi dieci canestri. Joe Bryant, quello che a Rieti, quando vedono Kobe dicono: “Ecco il figlio di Joe”, sparava cinquantelli a piacere, in modo certe volte annoiato, come fosse troppo facile. Roundfield, a Torino, giocando rilassato, faceva 20+10 regolare. Ma Michael, quando arrivò da noi, aveva qualcosa di diverso. A lui avevano detto che non c’era più posto dall’altra parte. Era un esiliato, un Temistocle, un Annibale, o meglio, un Esiodo sulle rive del Mar Nero a diventare il primo scrittore balcanico. La prima volta che difese in campionato mise paura. Sembrava potesse tenerne cinque insieme, metteva un’intensità nel suo gioco che noi non conoscevamo, perché non era un idolo al tramonto, lui era ancora, interamente, uno che poteva stare di là dell’Atlantico, che se non avesse avuto debolezze umane come altri avrebbe davvero marcato Michael, o Magic. I Knicks e i Nets Nell’NBA era stato scelto dai Knicks con il numero 4 assoluto. Un draft strano, quello del ’78, degno di un’età oscura, un medioevo in cui la NBA non era più l’accolita di amici degli anni ’60 e la grande crescita ancora mancava, ci si barcamenava tra entusiasmi e scelte strane. Per dirne una, la prima assoluta di quell’anno fu Mycal Thompson, il cui figlio Klay oggi scorrazza allegramente sulla linea da tre punti nei Warriors. Alla 2 Purvis Short, un tiratore micidiale che aveva una traiettoria arcuata, altissima, ma degnissimo cannoniere. Alla 3 Rick Robey, vabbè, passiamo. Alla 4 Michael Ray, il primo giocatore completo. Alla 6? Beh, l’anticamera del messia, Larry Bird, scelto da junior dai Celtics e lasciato ancora un anno a Indiana State.
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Ai Knicks, Michael Ray è il successore di Walt Frazier. Non ne ha l’aspetto eclettico e la collezione di vestiti, ma è un difensore arcigno, gran passatore, la cosa più vicina a un nuovo idolo che abbiano avuto a New York da una decina d’anni. Per quattro anni fa il buono e il cattivo tempo, cresce in punti e assist, dimostra di essere un gran difensore. I Knicks lo scambiano in modo inatteso per Bernard King e lui finisce ai Warriors dove rimane poco, meno di un anno, perché, inferocito e motivatissimo, torna in zona NY, ma sull’altra sponda: i Nets. Nessuno crede ai Nets, diciamocelo. Ma come guardie ci sono lui e Otis Birdsong, sotto canestro Buck Williams e poi il tuono di cioccolato, Darryl Dawkins, al numero tre mr media: Mike O’Koren, l’uomo che aveva i numeri più vicini alle medie generali dei giocatori NBA, una specie di ragioniere ben ordinato… In panca Larry Brown, che però nell’83, nel pieno di una cavalcata fragorosa, se ne va all’università del Kansas. I Nets batteranno i campioni Sixers al primo turno in cinque partite, poi cederanno a dei Celtics in corsa per la finale con i Lakers, lo showdon più atteso.
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La caduta e la rinascita Nell’86, però, beccano Michael Ray per coca, la terza sospensione, bannato a vita da Stern. Finisce così la carriera NBA di un grande giocatore. I suoi numeri parlano di 14,8 punti di media in 556 partite, 7 assist di media e quasi 6 rimbalzi. Ha avuto al suo meglio 20 punti e 8,5 assist nell’84-85, con 3 steals a partita. Rimane la memoria di un grande difensore, un giocatore completo che avrebbe potuto ottenere molto di più in una squadra di livello. Michael Ray sembra avere il talento per rovinare tutto ciò che ama, per ridurre in cenere i suoi sogni e quelli di chi gli sta vicino. Ma uno così ha anche la voglia di ricominciare, di non darsi per vinto. Entra in leghe minori, gioca nella CBA e per un paio d’anni si mantiene in forma, fino a quando Bob Hill alla Virtus decide che può essere il giocatore su cui costruire la squadra, formando con Brunamonti una delle coppie di guardie più forti d’Europa. Insieme a lui Coldebella, Clemon Johnson, Villalta, Bonamico. Arriva anche qualche vittoria. Le coppe Italia del 1989 e del 1990, la Coppa delle Coppe del 1990. Lo guardavamo come un alieno, come si guardavano quei giocatori. Ci stupivamo di quello che significava essere professionisti, anche nel caso di quei pazzi che, ci dicevano da oltre oceano, erano intrattabili e poco professionali. Quando arrivavano qui, scoprivamo gente che era fisicamente in forma, imparava gli schemi, ascoltava gli allenatori, poi buttava l’anima in campo. Quindi, cos’era questa poca professionalità, che a noi non risultava? Era la differenza tra noi e loro, tra Europa e NBA, tra un campionato in cui sei responsabile di te stesso e uno in cui sei solo un dilettante, accudito, seguito, e poco pagato. Non tutti erano così, chiaro, ci ricordiamo di Wes Matthews, di Theus, di certi caratteri difficili anche qui, ma la maggior parte portò un messaggio di come si comporta un professionista, come si migliora, si adatta al gioco, rimanendo professionale, non nel senso del mestierante ma dell’atteggiamento per cui dai il 100% per te e il pubblico: l’essenza, insomma, dello spettacolo NBA. La finale Coppa delle Coppe 1990 La finale di Coppa Coppe con il Real Madrid è una partita-testamento dell’atteggiamento di Richardson. Brunamonti si infortuna all’inizio del secondo tempo ( si giocava con due tempi di venti minuti, solo i più vecchi di noi se ne ricorderanno), e la partita sembra scivolare nelle mani del Real. Ma Richardson inizia un personalissimo festival della difesa dicendo quasi all’inesperto Coldebella: “Claudio, stai con me che ci penso io”. Crediamo che Biriukov se lo ricordi ancora nei suoi incubi. Con i passettini, le mani ai fianchi, una velocità di piedi che quasi non si ricorda in altri, Michael ipnotizza il Real e porta la sua squadra sulle spalle vincendo la partita con atteggiamento, voglia, rabbia agonistica. Il suo sguardo fisso sull’attaccante, la rapacità del movimento con cui porta via la palla, la sua finta in attacco che fa sparire la palla per un attimo per farla ricomparire a canestro… Questo era l’NBA che si vedeva solo in TV. Calato nella nostra realtà, Michael era un lucifero, un angelo caduto all’inferno. Non era qui in villeggiatura, ma a riguadagnare i quattro quarti di nobiltà cestistica, per dimostrare che lui c’era comunque. Dopo, salvò Livorno e Forlì quasi da solo, ma erano solo le aurore boreali, le ultime luci. Abbacinanti, è vero, ma ultime. Michael è stato una di quelle figure di un tempo strano della NBA, in cui non era ancora il business di oggi, non esistevano più i grandi team come i Celtics e la rivalità Magic-Bird, che fece ripartire l’NBA, era appena all’inizio. Era una figura pazza, uno di quelli che la droga rovinò, come David Thompson, o rischiò di rovinare, come Mike Mitchell o George Gervin. Ne girava allora negli spogliatoi anarchici, zeppi di figure borderline lasciate più libere di oggi. I talenti che si trovavano qualche soldo in tasca (non erano così tanti i soldi allora, lo sembravano, ma si parlava di duecentomila all’anno per i migliori), spesso cedevano a lusinghe di droga o criminalità che ne rovinavano la carriera.
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Ecco, noi eravamo l’inferno per Michael, nel senso della foresta oscura attraverso cui dovette passare per ritornare un uomo rispettabile, per dimostrare di valere qualcosa sul campo e potersi di nuovo guardare allo specchio. Che lo abbia fatto insegnandoci un livello di intensità come non avevamo ancora visto in Italia, come lottava un vero difensore da NBA, con il fuoco negli occhi, è solo una cosa di cui dobbiamo ringraziarlo. I giocatori NBA ci hanno fatto risvegliare, hanno messo in crisi la nostra idea di gioco, ci hanno fatto evolvere. Ed erano veri giocatori. Per dire, Mark Landsberger che dominava a Forlì, era uno di quelli che il Doctor dribbla in uno dei canestri più belli della storia. Lui c’era, lì. Guardandoli siamo migliorati, ci siamo costretti a migliorare. Abbiamo anche scoperto cosa fosse la vera grandezza e i nostri si sono rimessi in discussione per raggiugere quel livello, sotto la guida di coach di valore. Poi, anche se lo abbiamo dimenticato, anche se era la coppa cugina sfigata di quella dei Campioni, quella finale di Coppa delle Coppe ci ha consegnato un vero competitor, un giocatore in grado di ribaltare la partita che aveva anche la capacità di migliorare i compagni. Anche un pazzo, perché no, uno che viveva la sua vita sul campo ai mille all’ora. Ma che trasmetteva la scossa solo a vederlo e ti faceva venire voglia di andare al campo a provarci tu, a soffocare l’avversario come una piovra, e ribaltare la partita quando tutti ti davano per finito, anche nella vita vera. Buoni 60 anni, Ray…

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