Vite da NBA: Paul Arizin

Vite da NBA: Paul Arizin

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1962 Paul Arizin era stanco di giocare. Da quando aveva quindici anni non aveva fatto altro che giocare a basket. Anche se la sua High-School, La Salle, non lo aveva preso in squadra, lui non si era dato per vinto e aveva solcato tutti i campetti di Philadelphia: scuole, chiese, sale da ballo, ovunque ci fosse un canestro c’era anche lui. Nessuno gli aveva insegnato, il basket era venuto alle sue mani come uno scultore impara a scolpire o un bambino a scrivere. Forse per questo aveva sviluppato il suo tiro, quello che nessuno aveva, a una mano saltando. Forse per questo Al Severance, l’allenatore di Villanova, una sera lo aveva avvicinato e gli aveva chiesto se voleva giocare nella sua squadra. La faccia che fece quando gli disse che lui a Villanova già ci andava, l’avrebbe ricordata per sempre! Wilt passò davanti a lui, allegro come sempre. Aveva appena segnato un’altra caterva di punti e gli rivolse una battuta. Paul sorrise. Nessuno si aspettava da lui che facesse troppo lo spiritoso, Paul era sempre stato un po’ introverso, non era un compagnone. Forse perché era cresciuto nella stessa casa in cui i nonni avevano un negozio di pompe funebri. Forse perché lui era capace di stare bene sul rettangolo di gioco. Il suo rettangolo di gioco, quello in cui era cresciuto. Lì stava bene. Ma adesso le regole stavano cambiando, come le aveva cambiate lui quando era entrato nell’NBA. Ogni generazione cambia le regole, le adatta a se stessa, inutile dare la colpa a questo e a quello. Ma Wilt, beh,ui le regole se le era scritte e le portava avanti lui come voleva. Intendiamoci, Wilt Chamberlain non è mai stato grossolano, prepotente, arrogante. No, Wilt era Wilt. Uno che arriva una volta sola in un secolo. un miracolo atletico, qualcuno che non si era mai visto. E con lui, Elgin, Oscar, Bill, insomma, quelli che cambiano la storia, tutti insieme… Quando Paul Arizin era entrato nell’NBA, ai Warriors, la lega era ancora poco più di un divertimento per pochi. Ben pagato, s’intende. Lui, il primo anno, fece ben 9000 dollari solo giocando, quando la gente ne guadagnava 2000 con un onesto lavoro. Joe Fulks giocava con lui, il miglior tiratore della lega, uno da più di venti punti a partita. Si ricordava ancora i primi allenamenti contro di lui, la sua velocità, la sua forza, il suo tiro. Poi, le difese. Non era come ai campetti, nell’NBA erano tutti grossi, delle bestie. E Gottlieb?
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Eddie Gottlieb era una leggenda per uno di Philadelphia. Dall’inizio del secolo non c’era stata manifestazione sportiva, evento, squadra o lega, locale o nazionale, in cui non avesse messo lo zampino. Eddie arrivava con Zinkoff, discuteva animatamente con qualcuno e non se ne andava se non ci guadagnava qualcosa che metteva nel business successivo. Spesso Paul aveva pensato che servivano le persone come Eddie. Serviva la gente che sapesse sempre galleggiare, lavorare nel buio, vendere. Pensava che quelli come lui, come Paul, dipendevano da quelli come Eddie, che se Eddie non si fosse sfiancato a trovare ogni giorno un nuovo canestro, una palestra, uno spettatore a cui vendere due dollari di biglietto, la gente come Paul e Wilt avrebbe fatto altro nella vita, sarebbero stati più poveri, sicuramente. E quanto basket conosceva Eddie? La sua conoscenza era sconfinata. Aveva allenato tutti, discusso con tutti, insegnato a tutti. Per questo, quando aveva visto Paul Arizin, aveva capito che doveva ingaggiarlo per la sua squadra di Philadelphia. E l’aveva preso eccome. Paul ricordava il primo anno. Subito a segnare. Non se l’aspettavano, uno che tirava così, uno che difendeva e lottava come lui. Subito 17 punti a partita il primo anno, poi 25,4 a partita il secondo anno e sempre sopra i venti. E i duelli! Che giocatori. Ed Macauley, Sweetwater Clifton, Schayes, Mikan. Si giocava sempre quasi nella stessa zona, il nord-est. Tra Phila, New York, Boston, Syracuse. In palestre grigie, magari trovate all’ultimo da Eddie, come quella sera a Hershey, la sera dei cento punti di Wilt. La gente non si rendeva conto. Dicevano che i Knicks erano deboli, e va bene, ma fare cento punti! Andare su e giù per il campo 50 volte in 48 minuti e ogni volta tirare, tirare, tirare, con gli avversari che si incattiviscono, perché non ci stanno a subire quello, a entrare nella storia dal lato sbagliato. Invece, no, con Wilt non si poteva fare altro che guardare, era come un adulto in mezzo a dei ragazzini, l’Erode della pallacanestro antica. Certo, anche Paul, i primi anni! Nel ’51 aveva giocato 63 minuti in un triplo overtime contro Minneapolis. Si ricordava ancora la fatica alla fine, le braccia nello spogliatoio rifiutavano di alzarsi, era distrutto, ma, fin che era stato in campo, avrebbe continuato, non avrebbe mai smesso. E le partite a Boston, al Garden? Lo sentiva ancora Auerbach imprecare perché sentiva il suo fastidioso grugnire. Paul aveva un difetto congenito ai setti nasali e Auerbach gridava, nei time-out: “allora? Non fateci caso, ha l’asma e corre come un dannato! Cosa c’entra, anch’io ho l’asma!”. Ma il suo grufolare su e giù per il campo gli era rimasto. Ciò non toglieva che, per istinto, per voglia o chissà cosa, lui arrivasse prima degli altri a rimbalzo, rubasse palloni, palleggiasse in modi che non si conoscevano per un’ala, qualcosa che ogni tanto ricordava Cousy, dicevano alcuni.
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Gli dispiaceva di aver perso due anni per il servizio militare. Sotto le armi aveva giocato comunque un sacco e questo lo aveva tenuto lontano dal fronte. Appena ritornato, Eddie sarebbe venuto a prenderselo a casa al posto della moglie. Lo rimise in campo e la squadra fece i play-off. L’anno dopo, era il 55-56, rivinsero il titolo. Uno squadrone! Johnston in centro, lui ala piccola, Jack George play e Tom Gola come ala forte. Passarono nei play-off come un turbine. In cinque partite fecero fuori Syracuse e in altrettante i Fort Wayne Pistons per vincere il titolo. Strano, se ci pensava, era l’ultimo titolo di una squadra senza giocatori neri. Ci provarono ancora gli Hawks a battere i Celtics, e ci riuscirono, nel ’58, ma fu l’ultima volta. Dopo, Bill Russell dominò, arrivò Wilt, da loro, ai Warriors, dopo che Gottlieb e Saperstein, il proprietario dei Globetrotters, fecero all’asta per tenerselo, e la lega cambiò. La NBA, a vederla anni dopo, cambia sempre, ma quel cambiamento fu profondo. L’atleticismo e la forza dei giocatori neri cambiò l’atteggiamento delle squadre in campo. Paul segnava sempre, quello non smetteva di farlo. Nel ’59 aveva raggiunto i 10.000 punti segnando una media di 26,4, anche se quel demonio di Pettit gli era stato davanti. Nel ’61 era arrivato a 15.000 punti segnandone 33 contro i Lakers, il terzo dopo Cousy e Schayes nella lega.
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Da quando era arrivato Wilt, si erano sempre scontrati col muro dei Celtics. Non importava quanto giocassero, quanto ce la mettessero tutta, quei diavoli vincevano sempre. Erano incredibili. Auerbach ormai sembrava un demonietto con quel maledetto sigaro. Ma non si poteva fare niente. Forse perfino Eddie ci aveva rinunciato. Per quello, quella mattina, Gottlieb lo aveva chiamato da parte e glie l’aveva detto, che aveva venduto la squadra e che trasferivano tutto a San Francisco. Il suo posto era assicurato, ne avevano bisogno per vendere biglietti! Eddie era sempre uguale. Ma Paul sentiva che era la sua fermata. Aveva parlato con un tipo di un’azienda che cercava un rappresentante, IBM, non un granchè, ma per l’immediato andava bene, avrebbe trovato di meglio poi. Voleva far fruttare la sua laurea in chimica e farsi una vita più tranquilla, senza lunghe trasferte. Stare con la moglie e i figli. La lega sarebbe andata avanti senza di lui. Gli spiaceva di perdere i Warriors, aveva messo l’anima in quella squadra, ma tant’era. Wilt lo salutò come salutava lui, con il sorriso. The Stilt andò a Frisco, con Tom Meschery e Al Attles, fecero una buona squadra. Anni dopo, senza ancora saperlo, avrebbe capito qualcosa di Wilt, quel qualcosa che lo separava dagli altri e che lui non capiva. Nessuno lo capiva. Fu quando sua nipote, che era malata al cervello, gli chiese se lui aveva davvero giocato con Wilt, che era il suo idolo. Chiese a Paul se poteva scrivergli e lui lo fece. Non si aspettava nemmeno una risposta, invece Wilt non solo rispose, ma iniziò una corrispondenza con lei, le fu vicino, fu incredibilmente umano. Quando fecero il ritrovo della squadra dei 50 anni dell’NBA, in cui Paul c’era, come Wilt, The Stilt prese la sedia rotelle di sua nipote e le fece ottenere la firma da ogni giocatore presente, sul pallone che le regalò. Nemmeno Bill Russell poté sottrarsi.
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Paul capì solo da vecchio, qualcosa che non capiva in quello spogliatoio, di quel tempo e di Wilt. Di quando bianchi e neri iniziarono a giocare insieme e il gioco si rivoluzionò in un attimo. E capì che fu una fortuna avere incontrato Wilt, perché se non fosse stato per lui, per uno così più forte di tutti, forse non avrebbero capito. Uno che sembrava inseguire forza e potere, invece era spesso più solitario di tutti, uno che non gli somigliava per niente, ma con cui si poteva stare in silenzio per ore. Uno che era incredibile e che gli aveva fatto capire che lui, Paul, quando era entrato nella lega, un po’ era stato così: quello che cambiava le regole, le adattava a sé. Paul Arizin era stato questo. Un silenzioso traghettatore, un innovatore nella tecnica individuale, uno che aveva cambiato il modo di giocare. E ora, che finiva la stagione regolare, ora che cominciava l’ultima corsa dei play-off, era pronto, era pronto a provarci ancora, per l’ultima volta. Come tutte le cose della vita, solo alla fine avrebbe colto il significato di quel tempo, quando si vide incastonato nella storia della Hall of Fame, in cui nemmeno pensava di arrivare, nel 1977. Ma quel tempo lo aveva trascorso correndo e non se ne era accorto. Fino a un giorno del 12 dicembre del 2006, quando morì senza quasi accorgersene. “la gente mi chiede di descrivere come mi sento[a entrare nella Hall of Fame], e io credo che il modo più semplice sia di rivolgere la domanda a loro. Come pensate che si senta a entrare qui, in mezzo a tutta questa gente famosa, un ragazzo che alla scuola superiore giocava solo basket per divertimento?” Buon compleanno, Paul.

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