Vite da NBA – Tracy McGrady: Do you believe in miracles?

Vite da NBA – Tracy McGrady: Do you believe in miracles?

Bartow, Florida, 24 maggio 1979.

Data e luogo che possono dire poco a molti, eppure per il mondo della pallacanestro è  una delle giornate più belle della propria storia. Nell’ospedale della cittadina in Florida, Melanise Williford dona alla vita un pargoletto afro-americano, di quelli che in futuro faranno parlare di sè. Nasce oggi Tracy Lamar McGrady Jr.

 

 

Houston, Texas, 9 Dicembre 2004.

It’s game day in H-Town!

Il teatro è il Toyota Center di Houston, le fazioni sono due compagini texane, i San Antonio Spurs da una parte e i Houston Rockets dall’altra. Il protagonista è un ragazzone di 2 metri, afroamericano. Segni particolari: occhiaie perenni e sguardo che sembra perdersi nel vuoto. Il suo nome? Tracy McGrady. Proprio lui, quel bimbo che nacque 24 anni prima a Bartow.

Quella faccia sempre assonnata gli sarebbe costata il suo più poetico soprannome: The Big Sleep, il grande sonno. E come Humphrey Bogart nell’omonimo film che ha ispirato il nickname di Tracy, la notte del 9 Dicembre il numero uno di Houston decide di esser protagonista.

Gli bastano solo 35 secondi per trasformare l’acqua in vino, e rendere un derby di inizio stagione dall’importanza relativa in una delle più grandi prestazioni  della storia dello sport.

San Antonio è reduce da una stagione deludente, dopo esser uscita in semifinale di conference contro i Lakers da detentrice del titolo. Questo è l’anno della maggior responsabilizzazione per i vari Parker e Ginobili, che da lì a qualche mese sarebbero stati di nuovo campioni NBA insieme al già superaffermato Tim Duncan. A fare da contorno il collante difensivo Bowen, il signore dei buzzer beater Robert Horry e tanti altri abili gregari.

Per i Rockets la situazione è un tantino differente. La squadra di Jeff van Gundy, privata di Steve Francis e ancora in transizione dall’era Barkley-Olajuwon, è fondata sui due talenti più puri e probabilmente più sfortunati mai passati per la città dei razzi. Nonostante loro, il supporting cast è poca roba in confronto a quello dei cugini dell’Alamo, e la squadra uscirà al primo turno anche quest’anno.

Torniamo alla partita.

I Rockets partono volonterosi, e mettono subito le cose in chiaro con Yao e lo stesso Tracy, che segna la tripla del 18-12 che fa calare il sipario sul primo periodo. A inizio secondo quarto, H-Town tocca anche la doppia cifra di vantaggio ma uno strepitoso 9-0 firmato Duncan-Ginobili rimette le cose in discussione. Dopo tanto lavoro nel tenere a bada gli Spurs, Houston cede e concede il vantaggio all’armata Popovich sul finire della terza frazione di gioco.

Il quarto quarto, periodo decisivo, lo apre McGrady con 4 punti. Non segnerà più per dieci minuti. Sembra una sconfitta annunciata, T-Mac si eclissa dalla gara e Yao non basta. Dall’altra parte un caldissimo Devin Brown segna 12 dei 20 punti con cui chiuderà questa gara. A 44 secondi dalla fine, Houston è sotto di 8 distanze.

La tradizione parla chiaro: a inizio dicembre una partita del genere su questo risultato finisce presto, si fa scorrere il cronometro e ci si dà appuntamento alla prossima partita, salvo imprevisti.

Qui, però, c’è un imprevisto grosso come il Texas, e fa rima con McGrady.

Dopo il 2 su 2 dalla lunetta siglato da Devin Brown, la palla va in mano al ragazzone con le occhiaie.

Palleggio, palleggio, palleggio, tripla. T-Mac va a segno e accende un lume di speranza per i propri compagni, ora sotto di 5 a 35 secondi dalla sirena. Van Gundy chiama il fallo sistematico, comincia a crederci pure lui.

Devin Brown è glaciale “dal dischetto”, scongiurando la possibilità di un errore dalla lunetta. Possesso Rockets con 31 secondi sul cronometro, palla ancora in mano all’ex guardia di Orlando. McGrady sfida Bowen, Ming lo chiude con un blocco granitico e T-Mac sgancia l’atomica in faccia a Tim Duncan, in un matchup che sa di All Star Game. L’arbitro fischia, la palla entra: gioco da 4 punti. Quando il destino gioca per la tua squadra, anche un esperto difensore come Duncan può commettere un errore non da lui, ed è quella volta che un tiro supercontestato nonché fuori equilibrio entra nel cesto senza nemmeno toccare il ferro.

Tracy ha così tanta fiducia nelle proprie mani da poter segnare quel tiro libero con una mano, bendato. Non è ancora finita, Houston continua a crederci, ma ha ancora bisogno di un miracolo.

Fallo sistematico a 16 dalla sirena, in lunetta va Tim Duncan che, nonostante non sia un eccellente tiratore di liberi, tende a metterli quando contano davvero e trova anche lui il bottino pieno.
Van Gundy spende il timeout per avanzare la palla nella metà campo avversario, dove ovviamente l’indiziato principale a ricevere è T-Mac. The Big Sleep sfida ancora dal palleggio Bowen, e forza un tiro veloce elevandosi alla Michael Jordan. Esito positivo, meno 2 con 11 secondi sul cronometro. Popovich chiama il timeout.

Ed è dopo la rimessa in gioco che si consuma il dramma. Palla ricevuta da Devin Brown, fino ad ora impeccabile. La guardia degli Spurs cerca la linea di fondo ma scivola sul terreno di gioco, e la biglia torna nelle mani del nostro T-Mac.

Non la passerà più. Tracy si invola verso il canestro, e in punta d’arco si alza per il game-winner, sopra 3 difensori. Gioco, partita, incontro.

Tracy McGrady consegna ai posteri il più memorabile finale di gara della storia, per quanto concerne la prova di un singolo giocatore.

Tredici punti in trentacinque secondi, roba da matti. Roba da McGrady.

 

 

26 Agosto 2013

E’ finita. Tracy McGrady lascia il basket, dopo 15 anni di carriera divisa equamente tra gloria e delusioni, infortuni e splendore, genio e difficoltà, premi e critiche. Il mondo del basket si ferma: assieme a lui, un altro grande Re senza corona come Allen Iverson lascia la palla a spicchi. Non importa che entrambi non giocassero ad alti livelli da almeno 3 anni. Vederli uscire così, da ex celebrità cadute, fa male a chiunque.

Tracy McGrady era un giocatore, era un artista, e come tale la sua eredità vive nelle sue opere d’arte, non nei riconoscimenti ricevuti. Non lascia titoli alle sue squadra, ma tramanda alle generazioni future capolavori come la rimonta contro San Antonio, la schiacciata remix all’All Star Game, le triple veloci dopo le rimesse, il suo continuo giocare fuori equilibrio. La classe, l’eleganza di Tracy McGrady vengono consegnate alla memoria storica dello sport più bello del mondo.

 

Oggi, 24 Maggio 2014, festeggiamo il compleanno di quel giocatore che a detta di molti, se non avesse avuto la schiena di un vecchietto, sarebbe arrivato lassù, dove solo Michael e i più grandi hanno osato volare. Buon Compleanno, Tracy.

Do you believe in miracles?

 

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