Vite Parallele : LeBron & Kyrie

Vite Parallele : LeBron & Kyrie

LeBron James, Kyrie Irving ed il primo titolo nella storia dei Cleveland Cavaliers.

Commenta per primo!

8 luglio 2010, ESPN trasmette “The Decision”.
10 milioni di persone incollate davanti a televisore, computer e cellulare stanno aspettando che il Re, LeBron James, da poco free agent faccia la scelta riguardo al suo futuro.
Corteggiato dalla lega intera, il più forte giocatore del pianeta, MVP nel 2009 e nel 2010, ha ben chiara la sua scelta e, dopo ben 45 minuti di trasmissione la annuncia al mondo intero; In this fall… this is very tough… in this fall I’m going to take my talents to South Beach and join the Miami Heat. I feel like it’s going to give me the best opportunity to win and to win for multiple years, and not only just to win in the regular season or just to win five games in a row or three games in a row, I want to be able to win championships. And I feel like I can compete down there.”

South Beach, Miami, Florida, alla corte di Pat Riley, general manager dei Miami Heat.
Dopo “The Drive”, “The Fumble”, “The Shot”, “The Move” un altro nefasto evento per Cleveland si materializza arricchendo la ben nota “Hall of Shame” della città.
Nel giro di pochi minuti la notizia viene riportata dalle principali testate giornalistiche spaccando il mondo in diverse fazioni, “lovers e haters”, chi giustifica la scelta di LeBron, chi lo considera un codardo, chi si spaventa per la dinastia che vede profilarsi all’orizzonte e poi c’è Cleveland.
La reazione dei Cavaliers alla bomba non si lascia attendere e, nel giro di pochi minuti compare sul sito una lettera aperta a firma Dan Gilbert (proprietario di maggioranza dei Cavs): “I PERSONALLY GUARANTEE THAT THE CLEVELAND CAVALIERS WILL WIN AN NBA CHAMPIONSHIP BEFORE THE SELF-TITLED FORMER ‘KING’ WINS ONE”.

L’eloquenza di queste poche righe non da spazio ad alcuna interpretazione, l’eroe cittadino, luce e simbolo della città viene di fatto ostracizzato.
Storicamente i tifosi americani sono molto corretti, mai violenti e pronti a godersi sempre lo show delle principali leghe sportive americane, tanto che spesso si vedono tifosi avversari ridere e gioire insieme sulle tribune di palazzetti e stadi nella normalità più assoluta. Eppure le seguenti 24 ore a Cleveland raccontano un’altra storia, cruda e assurda, quella di una città in rivolta per l’addio del proprio beniamino, una caccia alle streghe in cui il male assoluto è incarnato dal feticcio numero 23 del prescelto: gruppi di tifosi che macchiano con pennarello indelebile e bomboletta il retro della maglia, che strappano, che lacerano con ira e cattiveria la maglietta considerata fino a poco prima alla pari di un bene vitale, una follia collettiva che culmina nei falò appiccati per la città intera bruciando quello diventato ormai il simbolo del male assoluto.
Pubblicamente LeBron non risponde, troppo maturo e intelligente, ma dentro incassa e soffre, le immagini che ha visto e il riflesso degli occhi colmi d’odio degli abitanti grandi e piccoli della sua ex-città lo segneranno indelebilmente.
La sfida tra LeBron e la sua vecchia franchigia ha inizio: 4 finali NBA per il Re, 2 vittorie e 2 sconfitte, 2 titoli di MVP delle finali e 2 MVP della stagione regolare. Not bad! E Cleveland?

Nel frattempo la città è tornata ad essere la celebre “Mistake on the Lake” (letteralmente “l’errore sul lago”).
Senza LeBron sono rimasti un lago, bruttino, la “Rock and Roll Hall of Fame” dell’architetto Ieoh Ming Pei (quello della piramide del Louvre), un palazzetto (dei Cleveland Cavaliers), uno stadio per il football (dei Cleveland Browns) e uno per il baseball (dei Cleveland Indians).
La prima senza il Prescelto si consuma in una stagione fallimentare, pessimo record di 19 vittorie e 63 sconfitte, con tanto di primato per l’epoca di 26 sconfitte consecutive.
Ma l’NBA è un sistema quasi perfetto per cui più in fondo una squadra si posiziona, più possibilità ha di ottenere la prima chiamata alla Draft Lottery l’anno seguente.

NBA.com

E poi c’è il fattore C, la dea bendata della fortuna che in barba ai Timberwolves tende la mano ai Cavs che nonostante il miglior record si aggiudicano la chiamata numero 1.
With the first pick in the 2011 NBA Draft , the Cleveland Cavaliers select Kyrie Irving”.
Kyrie Irving, figlio di Drederick, nasce a Melbourne il 23 marzo 1992, ma a causa del rientro in patria del padre cresce a West Orange, New Jersey. Per molti aspetti il suo rapporto con la pallacanestro ricorda quello di Oliver Hutton e il calcio; all’età di un anno è già in grado di palleggiare guardando papà Drederick negli occhi, all’età di 9 anni sogna di arrivare in NBA e a 19 dopo una stagione a Duke segnata da un grave infotunio che lo costringe a disputare soltanto 11 partite finalmente arriva la tanto attesa chiamata.
8 anni dopo la storica chiamata che ha portato in Ohio “The Chosen One” i Cleveland Cavaliers si aggiudicano il talento straripante (accompagnato però da qualche dubbio) di Kyrie Irving.

La prima stagione di Kyrie è degna della chiamata, 18.5 punti, 5.6 assist col 47% dal campo gli valgono il premio di Rookie dell’anno davanti a giocatori del calibro di Klay Thompson e Kawhi Leonard. Stan Van Gundy, da sempre avaro di complimenti per quanto riguarda i Rookie, questa volta impressionato e stupito ha speso parole bellissime su Kyrie, definendolo uno delle migliori point-guard della lega. Allen Iverson, probabilmente il numero 1 della storia NBA per ball-handling ha serenamente affermato di essere stato sorpassato per abilità nel palleggio dal prodotto di Duke.

Niente male davvero per un ragazzo neanche ventenne.
Nelle due stagioni seguenti come da copione Irving accresce confidenza nei propri mezzi e raggiunge personalità e carattere necessari per caricarsi sulle spalle franchigia e città.
Ma c’è un problema, la città di Cleveland. Il talentuoso playmaker si scontra infatti contro la montagna che nemmeno King James era riuscito a scalare.
Dal 27 dicembre 1964 infatti nessun neonato della città del lago Erie ha mai visto un trionfo sportivo cittadino, i Cavs non hanno mai vinto nella loro ultraquarantennale storia, i Browns sono una delle uniche 4 squadre a non aver mai raggiunto il Super Bowl avendo vinto l’ultimo titolo nel 1964 quando ancora non esisteva e gli Indians non vincono addirittura dal 1948.

Vincere a Cleveland è impossibile, ma i Cavs nelle prime tre stagioni di Kyrie non raggiungono nemmeno la qualificazione alla postseason nonostante un suntuoso Irving che nel 2014, selezionato per la partita delle stelle, ne diventa MVP e la medesima estate ai Mondiali di pallacanestro con gli U.S.A. del suo ex coach K a Duke si aggiudica anche il titolo di MVP della competizione.
A inizio luglio 2014 con zero apparizioni ai Playoffs e una squadra da costruire con una prima scelta alla lotteria seguente accade l’impensabile.

I’m Coming Home”.
LeBron James, free agent dopo quattro stagioni a Miami, senza bisogno di un evento di portata mediatica quale “The Decision” comunica l’intenzione di tornare a Cleveland, la città che solo pochi anni prima l’aveva esiliato.
E’ un LeBron totalmente diverso da quello che aveva lasciato la squadra dell’Ohio, perché ha vinto, perché è cresciuto molto dal punto di vista mentale e psicologico e perché finalmente può tornare a casa per provare a realizzare il suo vero sogno, quello della SUA città, l’impresa più ardua della sua intera carriera, riportare dopo più di mezzo secolo un titolo a Cleveland.

Al di là dell’aspetto prettamente sportivo l’impatto del ritorno di LeBron può essere stimato in un aumento nel numero dei biglietti (tutto esaurito alla Quicken Loans Arena dalla prima all’ultima partita) e nel prezzo medio (dell’ordine dell’8-10%). Ricavi di bar, ristoranti e negozi adiacenti al palazzetto di circa 1-1.5 milioni di dollari a serata (rispetto a 4 anni prima + 100%), parzialmente riflesso nell’incremento del 10% della “Sales Tax” (praticamente l’IVA in Italia) della Contea di Cuyahoga e discorso analogo per le tasse su motel e hotel della zona.

Le stime valutano in 500 milioni di dollari l’impatto “Leconomics” per città, contea e stato.
Il ritorno del Re riporta subito Cleveland sulla mappa dei Playoffs NBA e, nonostante la peggior stagione realizzativa del nativo di Akron dall stagione da Rookie (25.3 punti a partita) i Cavs si qualificano per la finale NBA da disputare contro i primi della classe, la squadra rivelazione e sorpresa dell’anno, i Golden State Warriors dell’MVP Steph Curry e di coach Steve Kerr.

Con Love fuori per infortunio i Cavs si presentano sfavoriti alla serie finale, otto anni dopo la prima della loro storia persa 4-0 con i San Antonio Spurs.
Capita a volte che il destino non debba compiersi e nonostante una prestazione mostruosa di sua maestà il Re da 35.8 punti, 13.3 rimbalzi, 8.8 assist complice l’infortunio in gara 1 di Irving, i Cavs sono sconfitti 4-2.
LeBron James, il più forte giocatore del pianeta e del decennio, il perdente. Nonostante più conversioni di haters dall’ultima sconfitta che dalle precedenti vittorie in casa Miami, il Re è ancora solo contro tutti. A nulla vale la consapevolezza che gli ultimi due MVP delle Finals siano stati quelli che hanno cercato di marcarlo (prima Leonard poi Iguodala).

NBA.com

La stagione 2015/2016 è altalenante per i Cavaliers, Irving a causa dell’infortunio rimediato contro i Warriors salta la prima metà di stagione e non viene selezionato per l’All-Star Game, ma LeBron è quello della stagione precedente, un Cyborg ibernato in attesa dello scongelamento per il confronto finale.
25.3 punti, 7.4 rimbalzi e 6.8 assist per James e 19.6 punti, e 4.7 assist per Irving, primo posto a Est con record di 57-25.
Numeri molto buoni, ma non eccezionali se si pensa che i rivali della finale dell’anno precedente terminano a 73 vittorie e 9 sconfitte battendo il primato dei Bulls di Jordan delle 72 vittorie e Steph Curry con 30.1 punti e oltre 400 triple segnate in stagione (nessuno era mai arrivato a 300) si aggiudica il primo MVP unanime della storia della NBA.

Come da pronostico i Cavs giungono in finale senza incontrare particolari difficoltà: 4-0 a Detroit (nonostante quattro splendide partite dei Pistons), 4-0 a Atlanta e 4-2 a Toronto.
A Ovest come al solito regna il “Far West” senza regole e senza esclusione di colpi. I Warriors archiviano la pratica Houston in cinque gare, dopodiché schiantano non senza difficoltà Portland, la squadra rivelazione dell’anno e infine in sette gare, dopo essere stati sotto 3-1 contro Oklahoma con un miracolo sportivo ribaltano la serie e si portano sul 4-3.

Cleveland Cavaliers – Golden State Warriors, la rivincita dell’anno precedente, la partita tra le due squadre più forti della lega, il duello tra i due giocatori più rappresentativi: la serie più attesa da inizio millennio ha inizio.
Gara 1 e gara 2 si disputano alla Oracle Arena, il campo inviolabile dei Golden State Warriors che imbrigliano fin da subito i Cavaliers e agevolmente si portano sul 2-0, gara 3 è specularmente opposta, la squadra dell’Ohio scappa sin da subito e risultato sul 2-1.
Nel clima infuocato di gara 4, nonostante il fattore casa Cleveland è spazzata via dagli avversari e serie sul 3-1. Cavaliers all’angolo ed ennesima gogna pubblica pronta per il Re.
Ma questa volta il Re non è solo, c’è quel ragazzo da Duke arrivato a Cleveland “grazie” alla sua partenza per South Beach cinque anni prima. Per la prima volta in due anni la simbiosi tra i due è perfetta, lo sguardo nei loro occhi è lo stesso della tigre davanti alla preda e con una prestazione leggendaria da 41 punti per entrambi scrivono una piccola pagina di storia e si portano sul 3-2 Warriors.
Gara 6 si gioca alla Quicken Loans Arena davanti al proprio pubblico. Come spesso capitato nella serie, non c’è partita. I Cavaliers, guidati dal proprio condottiero in versione semidio dilagano sin dal primo quarto e con 41 punti per la seconda partita di fila il Prescelto rimanda i festeggiamenti dei Warriors e le speranze di vittoria dei Cavaliers a gara 7.

Nella lunga storia delle finali di Playoff NBA mai una squadra sotto 3-1 è riuscita nell’epica rimonta e l’ultima volta in cui la squadra in trasferta è stata in grado di vincere una gara7 di finale (di conference però) risale alla serie Los Angeles Lakers – Sacramento Kings del 2002.
Nella pallacanestro NBA il numero 7 rappresenta la perfezione” e a circa quattro minuti dalla fine questa è raggiunta: 89-89 (610-610 le prime sei gare), per dodici volte le squadre sono state in perfetta parità e per ventotto volte ci sono stati sorpassi da parte di una o dell’altra.
Ci sono momenti in cui le Superstars entrano in un mondo tutto loro, misterioso e inaccessibile agli altri, in cui non si può far altro che ammirare le loro giocate con fiato sospeso e cuore in gola cercando di memorizzare ogni singolo istante.
La Stoppata di LeBron su Iguodala lanciato da solo in contropiede probabilmente sarà ricordata come la Massima di sempre di questo meraviglioso sport e il canestro da tre punti di Kyrie è un’opera da vedere e rivedere per la classe, il talento, la fluidità e l’istinto da killer degno di Mr. Kobe in persona.

93-89 Cleveland, le lacrime di Smith, di Lue, l’ultima gara della carriera di Richard Jefferson che dopo tredici anni dall’ultima finale porta a casa l’anello ( mai dire mai), ma soprattutto la definitiva metamorfosi di Irving da All-Star a Superstar.
E poi c’è lui, l’MVP delle finali disteso per terra stremato, che piange per l’emozione.
Lui che contro tutto e tutti ha lasciato Cleveland per andare a vincere, lui che è stato additato per anni come il più grande perdente del decennio, lui che per amore della sua città e della sua gente ha perdonato tutti ed è ritornato, lui che dopo le finali di quest’anno verrà inserito direttamente nel Monte Rushmore dei più grandi di sempre della NBA.

Lui che ha chiuso la serie guidando tutti in punti, rimbalzi, assist, stoppate e palle rubate.
The kid from Akron.
Lui, semplicemente LeBron Raymone James.

  • di Riccardo Vecchi
0 commenti

Commenta per primo!

Inserisci qui il tuo commento

Recupera Password

accettazione privacy