Vite Parallele : The Diesel and The Black Mamba

Vite Parallele : The Diesel and The Black Mamba

Sono super geloso del “Farewell Tour”. Volevo uno Shaq Tour. Davvero. Non l’ho mai detto ma mi sta uccidendo.

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Amici? No.

Fratelli? Forse.

Rivali? Si.

Siamo giunti al termine della stagione NBA 2015-2016 che verrà ricordata principalmente per due eventi che hanno affascinato e intrattenuto sin dall’inizio spettatori e fans di tutto il mondo, tenendoli incollati al televisore;

ovviamente la marcia trionfale dei Golden State Warriors verso il record delle 72 vittorie dei Bulls di sua maestà M.J. dell’anno 1996-1997 e il clamore provocato da Kobe Bryant in seguito alla sua lettera “Dear Basketball” in cui annunciava l’intenzione di ritirarsi a fine stagione.

Era il 29 novembre 2015.

Da allora tutta la stagione dei Los Angeles Lakers è stata molto più simile a una grande parata itinerante per gli States, dove puntualmente, a ogni sconfitta dei Lakers si affiancava un inchino di tutto il pubblico presente per omaggiare l’ultima visita in città di Kobe.

Sono super geloso del “Farewell Tour” (Tour d’addio). Volevo uno Shaq Tour. Davvero. Non l’ho mai detto ma mi sta uccidendo. Sapete, avevo un contratto di due anni a Boston. Mi infortunai il primo, ma per il secondo avevamo intenzione di organizzare un intero Shaq Tour. Sono super geloso. Lo volevo.

Questa la confessione di Shaq su quanto sta succedendo, un ritiro quasi annunciato, che grazie a un’abilissima mossa di marketing è stato trasformato in un imponente tour d’addio. The Diesel, da sempre abituato a far parlare di sè per le genialate nell’ambito del marketing (le schiacciate, i balletti, le scarpe personalizzate all’ ASG, le periodiche incursioni nel mondo del cinema e dello spettacolo e l’incisione di numerosi singoli rap) e “One man show” della lega fuori dal rettangolo di gioco ci è rimasto male.

Perché qualcuno gli ha rubato l’idea del “Farewell Tour” e soprattutto perché quel qualcuno è proprio Kobe, fratello minore prima e rivale per eccellenza poi.

 

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Due rette si dicono parallele quando stanno in uno stesso piano e non s’incontrano.  Nella realtà però, eventi di grandi proporzioni e fenomeni imprevedibili e improvvisi possono stravolgere il piano e portare due vite parallele a incontrarsi e a diventare incidenti tra di loro (dal latino incidens-entis, che incide).

Nel nostro esempio la vicenda che ha sconvolto il piano esistente portando  Kobe e Shaq a incidere profondamente  e vicendevolmente nella NBA è stata una folle scommessa e la ferrea volontà nel perseguirla di un uomo che, ossessionato dai successi e dai risultati non è mai riuscito a trovare la pace interiore con se stesso: Mr Lakers in persona Jerry West.

E’ l’estate 1996 e l’unico imperativo per la dirigenza dei Lakers è vincere. Quando non importa, è sufficiente che sia il prima possibile. Gli strumenti per arrivare al successo sono la stella degli Orlando Magic Shaquille O’Neal e l’astro nascente Kobe Bryant, all’epoca quasi 18enne che invece di iscriversi al college, si era dichiarato eleggibile per il Draft, dimostrando fin da giovanissimo di avere forza di volontà, coraggio e determinazione senza pari.

Con un record di 56 vittorie e 26 sconfitte (il migliore in sette anni) i Lakers approdano ai Playoffs, dovendo però cedere sotto i colpi di Utah. Nella conclusiva gara 5, con Horry espulso, arriva la grande occasione per Kobe, che dopo una stagione da 15 minuti di media a gara e un inizio di Playoffs da spettatore (fatta eccezione per gara 3 contro Portland), ha finalmente la sua occasione.

Nelle mani di Kobe arriva perfino il canestro vittoria, air ball. Overtime. Shaq fuori per falli. Altri tre tiri per Kobe e altrettanti airballs. Lakers eliminati.

La foto di O’Neal che appoggia le sue possenti braccia intorno alle spalle del compagno per consolarlo è molto eloquente.

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Nulla da fare, per un ragazzo orgoglioso come il giovane Bryant  l’unica soluzione è fare in modo che nulla di tutto ciò possa ripetersi, allenandosi giorno e notte per superare i propri limiti e spingersi sempre oltre.

Lo fece, a partire dal mattino seguente.

La stagione 1998-1999 è stata una delle più drammatiche della storia della NBA . Lock-out. Niente mercato NBA, né summer league, poi All-Star Game cancellato e infine stagione annullata.

Quando tutto sembrava deciso fu raggiunto l’accordo in extremis a inizio 1999. Training camp aboliti e calendario ridotto: 50 partite in 89 giorni. Una follia.

A complicare il tutto, Shaquille e Kobe vennero quasi alle mani. L’antipatia reciproca tra la stella e l’astro nascente della squadra diventava di dominio pubblico.

Durante il Lock-out, mentre Shaq era impegnato a incidere singoli e a tentare senza fortuna qualche apparizione su pellicola, contrariamente Kobe aveva lavorato duramente, studiando la tecnica difensiva di Scottie Pippen e rafforzandosi in palestra.

I progressi del giocatore erano sotto gli occhi di tutti e coach Harris decise di promuoverlo in quintetto.

Mi auguro che tutti si siano resi conto che una volta inserito nei primi cinque, Kobe non permetterà di fare un passo indietro”. (Jerry West)

I Los Angeles Lakers si presentarono ai Playoffs con il quarto record, ma dopo aver battuto Houston, si trovarono dinnanzi una squadra ben più solida e compatta dal punto di vista difensivo e dell’organizzazione, San Antonio Spurs. Duncan dominò letteralmente la serie che finì 4-0.

Lakers eliminati.

Dietro tutte le stronzate zen che racconta, ci sono solide idee da grande allenatore” (Jeff Van Gundy).

http://www.nba.com

Si parla ovviamente di Phil Jackson, che al primo colpo riportò nella città di Los Angeles il premio più ambito: il titolo NBA.

Probabilmente i Lakers non erano la migliore squadra della NBA, ma quella stagione fu l’unica in cui Shaq e Kobe andarono sempre d’accordo, in cui il primo non ebbe problemi fisici e mantenne una discreta forma fisica, mentre il secondo completò il processo di maturazione diventando una superstar NBA.

In seguito la spropositata crescita di Bryant avrebbe aperto enormi faglie nel rapporto con Shaq, ma nella stagione 1999-2000, Kobe si adattò perfettamente nella parte di secondo violino di lusso.

Fu però la Finale del 2000 a mostrare a tutto il mondo il vero volto di Kobe Bryant.

La freddezza del killer spietato, lo squalo che si eccita a sentire l’odore della preda sanguinante, il giocatore che sprezzante del dolore va in campo lo stesso. I primi morsi del Black Mamba.

Dopo aver vinto agevolmente gara 1 contro Indiana, nel primo quarto di gara 2, dopo un tiro in sospensione cadde male e si procurò una distorsione. Incurante del dolore Kobe si precipitò negli spogliatoi saltellando su una gamba. Spiegargli che la partita era finita fu un impresa difficilissima.

I Lakers vinsero lo stesso con Shaq che fece registrare 40 punti e 24 rimbalzi, andando sulla linea del tiro libero addirittura 39 volte.

Alla vigilia di gara 3 le telecamere ripresero Shaq mentre portava in spalla il giovane compagno di squadra in stampelle. Un’immagine degna del miglior “Big Fella”(fratello maggiore). Molto probabilmente non c’è più stato tra di loro, negli anni giocati assieme, un momento più tranquillo e sereno.

Gara 3 fu vinta da Indiana e gara 4 diventò decisiva per chiudere la serie. Nonostante la caviglia gonfia e dolorante, Bryant riuscì a giocare in modo determinante. Come spesso in carriera O’Neal uscì per falli e nell’overtime Kobe si caricò la squadra sulle spalle e con ben otto punti nel supplementare portò i suoi sul 3-1.

In gara 5 i Lakers giocarono la peggior partita della serie e rimandarono la vittoria del titolo a gara 6.

4-2 e titolo ai Lakers.

Dopo dodici anni Shaq e Kobe avevano riportato una delle franchigie più storiche dell’NBA sul tetto del mondo.

 

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Nemmeno il tempo di adagiarsi sugli allori ed ecco che i malumori in casa Lakers riemergevano e a complicare il tutto i problemi all’alluce del numero 34 che lo costringevano a saltare molte gare.

In aggiunta  a tutto questo si era sparsa la voce che O’Neal volesse convincere i Lakers a cedere Bryant per McGrady o un ritorno a Orlando per giocare con T-Mac.

Contemporaneamente a peggiorare la situazione arrivarono le dichiarazioni di Kobe che, pur ammettendo di fidarsi dei compagni, preferiva credere in se stesso e aveva accusato Shaq di essere un freno per il suo talento.

Secondo Shaq le possibilità di ripetersi dipendevano dalla comprensione di Kobe del triangolo offensivo, sistema ritenuto noioso e limitante dalla guardia.

Dovette intervenire Phil Jackson, per cercare di riportare l’ordine nello spogliatoio, chiedendo a Kobe di giocare più al servizio della squadra e del dominante centro col numero 34. Neanche a dirlo la risposta di Kobe: “You want me to turn down my game?” (vuoi che abbassi il livello del gioco?), “I want to turn it up” (Io voglio elevarlo).

A mettere una pezza sui buchi che si erano creati nel rapporto tra i due ci pensò Brian Shaw, che da uomo spogliatoio coinvolse i due in una partita a carte sull’aereo privato della squadra al ritorno da Phoenix. Può sembrare una sciocchezza, ma così non fu.

I Lakers arrivarono ai Playoffs in gran forma e dopo aver vinto agevolmente contro Sacramento e Portland, si trovarono dinnanzi i temutissimi Spurs. Messi i problemi personali reciproci da parte, dopo aver vinto gara 1 Shaq definì il compagno come il miglior giocatore del mondo e nelle dichiarazioni successive a gara 2 addirittura “Il mio idolo”. 4-0 agli Spurs e 4-1 in finale contro Philadeplphia. Una cavalcata record di 15 vittorie e una sola sconfitta portarono per la seconda volta la squadra di Los Angeles sul tetto del mondo.

La vittoria del terzo titolo fu la più attesa, ma per certi versi la più difficile. Il nome dell’Ostacolo: Sacramento Kings di Webber, Stojakovic, Bibby e dell’ex Divac. La serie è stata sicuramente una delle più belle, tese ed equilibrate della storia.

Vinta agevolmente gara 1 dai giallo-viola, gara 2 fu viziata dall’intossicazione alimentare di Kobe in camera d’albergo (o avvelenamento?) e in gara 3 i Kings si portarono sul 2-1. Gara 4 divenne una partita decisiva e ovviamente fu chiusa negli ultimi secondi dal giocatore per eccellenza dei canestri importanti : Robert Horry, serie sul 2-2. I Lakers si trovarono però  di nuovo a inseguire dopo aver perso gara 5 di un punto. In gara 6 O’Neal fu devastante come nei Playoffs dell’anno precedente e con 41 punti e 17 rimbalzi consegnò la vittoria ai suoi (Kobe segnò “solo” 31 punti!).

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Tutto si sarebbe concluso in gara 7, al supplementare. Qui lo strapotere di Shaq e i morsi del Mamba annientarono ogni speranza degli avversari. 4-3 Lakers.

La finale contro i Nets fu una formalità e arrivò il Three-peat, il terzo in appena più di 10 anni per Phil Jackson.

Dopo tre anni lunghissimi O’Neal decise di prendere un’estate di riposo e operarsi all’alluce, contribuendo a innervosire l’intero ambiente dei Lakers, con Kobe ovviamente in testa.

La stagione però fu altalenante nelle presenze e nei risultati dei Big Two e ancora una volta dovettero arrendersi ai ragazzi di San Antonio, con Parker e Ginobili che ottennero il loro primo titolo.

Stagione 2003-2004: “Avrei voluto uccidere Kobe” . Il rapporto tra i due è arrivato ormai al punto di non ritorno; Kobe stava vivendo i momenti peggiori della sua vita dopo essere stato accusato di stupro mentre Shaq non aveva trovato un accordo per il rinnovo del contratto.

Un tentativo in extremis di coach Jackson di ripristinare un rapporto civile tra i due fu vano e nell’intervista successiva Kobe accusò il compagno di essere grasso e fuori forma e di esagerare nelle conseguenze dell’infortunio all’alluce. Shaq esplose, minacciando di uccidere il compagno.

Fu una delle tante gocce che fecero traboccare il vaso in quella maledetta stagione, come la critica mossa da Kobe al compagno per non avergli nemmeno telefonato in seguito all’accusa di violenza sessuale.

Avrei dovuto fare come Shaq, che paga un milione di dollari per farle stare zitte” avrebbe affermato Kobe riferendosi a un episodio poco chiaro della vita privata di O’Neal.

Fu l’ultima stagione insieme. Nel 2004-2005 O’Neal andò a Miami.

Per quanto avesse  ripetutamente  criticato a Kobe l’incapacità di accettare il ruolo di numero 2, anche Shaq era a sua volta incapace di accettarlo.

33’500 punti per Kobe, 28’500 per Shaq, rispettivamente terzo e settimo marcatori di sempre della NBA. 9 titoli NBA, 2 MVP della regular season e 5 MVP delle finali in due. Entrambi nella top 10 Hall of Fame dell’era moderna. 33 convocazioni all’All Star Game in due e per uno strano scherzo del destino titolo di MVP dell’edizione del 2009 ex aequo.

Shaq e Kobe.

Kobe e Shaq.

Nel bene e nel male è impossibile parlare dell’uno senza nominare l’altro.

Da pochi giorni O’Neal è stato inserito nella Hall of Fame dell’NBA.

Stanotte il Black Mamba morderà per l’ultima volta e poi potrà raggiungere l’ex compagno tra gli ETERNI, lasciando un importante fardello a chi ne raccoglierà l’eredità.

Caro Kobe,

Grazie di tutto.

 

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