Vite Parallele : Tim & Pop

Vite Parallele : Tim & Pop

Nonostante il solito carisma davanti alle telecamere, gli occhi sono lucidi, la voce trema e il tono è solenne; dopo 19 anni passati insieme a San Antonio tocca a Gregg Popovich informare la stampa del ritiro dalla pallacanestro giocata del suo allievo migliore.

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Duncan è insostituibile. Non sarei qui oggi, ma da qualche parte in una lega minore, grasso, provando ad allenare una squadra di pallacanestro.”

Nonostante il solito carisma davanti alle telecamere, gli occhi sono lucidi, la voce trema e il tono è solenne; dopo 19 anni passati insieme a San Antonio tocca a Gregg Popovich informare la stampa del ritiro dalla pallacanestro giocata del suo allievo migliore.

E non poteva essere più “Duncanesco” sapere che Gregg Popovich avrebbe tenuto una conferenza in onore di Duncan senza che Timmy fosse presente.

Così dopo l’addio di Kobe l’NBA perde un altro dei più grandi interpreti di tutti i tempi di questo sport, Tim Duncan, il più mortale degli immortali, nonché la “migliore ala forte della storia”.

Shaq O’Neal lo ha definito “Indistruttibile”, posizionandolo appena dietro ad Hakeem Olajuwon per quanto riguarda gli avversari più ostici mai affrontati “non per i suoi movimenti. Per la sua testa.”.

Kobe, oltre a riconoscergli il rango di avversario numero uno della sua carriera, ha anche ammesso di aver invidiato il rapporto unico costruito con il suo allenatore Gregg Popovich.

Esclusi Auerbach e Russell ai Boston Celtics, negli ultimi decenni mai nella storia dello sport statunitense si ha avuto qualcosa di simile alla relazione tra coach e giocatore instauratasi tra Gregg e Tim. 19 stagioni insieme, 5 volte Campioni NBA, 71% di vittorie nella regular season (record assoluto tra i maggiori sport americani) e tanto, tanto altro che i numeri non possono esprimere.

Due anime gemelle, e forse non basterebbe neppure a rappresentare il loro esclusivo legame.

Probabilmente Gregg Popovich ha ragione quando afferma che nessun sistema di allenamento avrebbe funzionato a San Antonio se la Dea bendata della Fortuna non avesse portato nella città texana due prime scelte assolute al Draft NBA nel 1987 (David Robinson) e nel 1997 (Tim Duncan). O forse tutto sarebbe potuto essere totalmente differente se in data 2 marzo 1999 i texani avessero perso il derby contro gli Houston Rockets di Hakeem, Charles e Scottie.

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La stagione del 1999 fu quella del cosiddetto “lockout”, che per frizioni tra le parti sociali in campo portò ad accorciare la stagione regolare, passando da 82 a 50 partite.

Nonostante le buone premesse di inizio anno, l’apertura di stagione dei San Antonio Spurs fu  orribile (6-8) e nonostante oggi appaia impensabile la permanenza sulla panchina di Gregg Popovich fu subito messa in discussione.

Pop non era ancora Pop, i fans non conoscevano realmente chi fosse, ma i suoi giocatori certamente si; David Robinson, all’epoca “Ammiraglio” della flotta texana, non era solito a grandi discorsi pre-partita, ma quella volta radunò i compagni e li spronò come raramente nella sua carriera.

Non servì prendere da parte Duncan, come spesso accade tra giocatori di grande intelligenza bastò un piccolo cenno d’intesa e al campo fu affidato il resto.

99-82 per gli Spurs trascinati dal giovane Tim capace di mettere a referto 23 punti, 14 rimbalzi e 5 stoppate che lanciarono i texani verso un finale di stagione spumeggiante (31-5) e il primo titolo della storia della franchigia. MVP delle finali Duncan.

La stagione succitata è emblematica della filosofia e della storia degli Spurs: vincenti, ma sempre appesi al filo delle Moire del Fato e dell’incertezza, sempre posizionati a 1cm dalla gloria e a uno dalla rovina, negli anni hanno scritto pagine indelebili di questo meraviglioso sport, ma sempre troppo umani per creare una vera dinastia di eterni eroi. Fino al 2014 almeno, poi è cambiato tutto, ma arriviamoci a piccoli passi.

Per i tre anni successivi la NBA fu proprietà dei Lakers di Kobe e Shaq e toccherà aspettare la crisi tra i due per riprendere da dove la storia si era interrotta.

Nel 2003 secondo MVP consecutivo per il caraibico e titolo NBA.

L’anno successivo non ha bisogno di tante parole per capire come non sia arrivato il repeat, basta un numero, 0.4, “The Shot” di Derek Fisher a cancellare un miracolo assoluto di Duncan a 0.5 secondi dalla fine cadendo di lato marcato da O’Neal e altri due compagni. A 1cm dalla gloria, ma il filo si allenta e arriva la sconfitta.

Il 2005 consegna il terzo titolo alla franchigia e il passaggio di testimone dalla squadra delle “Twin Tower” a Tim, Tony e Manu. Cambiano gli interpreti, cambiano i tempi, ma la filosofia Spurs rimane.

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A questo punto tutto sembrerebbe apparecchiato per il sognato bis, eppure ancora una volta gli Spurs si scontrano contro se stessi, contro l’essere troppo umani per dominare, ma troppo solidi e strutturati per arrendersi senza lottare : semifinale della Western Conference contro Dallas, gara 7, ricordata per il fallo di Ginobili su Nowitzki che regalò 2+1 per il pareggio e vittoria ai supplementari.

Considerando il facile trionfo del 2007 si capisce come i San Antonio Spurs siano arrivati a due giocate allo scadere dal conquistare cinque anelli consecutivi.

A questo punto vi è l’”eterno ritorno” di Celtics e Lakers a dominare la NBA a rimettere i texani nello stanzino del dimenticatoio, tanto più che dal 2009 il ginocchio di Duncan cede in modo considerevole. Sembrerebbe finita l’era degli Spurs.

E invece ciò che accade nei successivi 4 anni è incredibile, nessuno ora si azzarda a definirli noiosi, si sono rinnovati, cambiando il proprio gioco e passando al “muovi la palla e trova l’uomo libero” che oggi affascina gli spettatori da tutto il mondo, la democrazia sul parquet degli Spurs.

A questa seconda giovinezza mancherebbe soltanto il più alto riconoscimento sul campo e la stagione propizia sembrerebbe quella 2012/2013.

Gara 6 delle finali, 3-2 per i texani, 5 punti di vantaggio a 30 secondi dal termine contro i Miami Heat, un suicidio; errori ai liberi del giovane Leonard che dopo una serie sublime incollato letteralmente a LeBron non riesce a mettere il sigillo e “The Shot 2.0” di Ray Allen. 3-3 e ancora un’altra gara 7, probabilmente già scritta, ma gli Spurs nonostante il colpo incassato reggono per la durata intera nonostante un travolgente LeBron.

A 50 secondi dal termine guidano gli Heat 90-88, Duncan ha probabilmente il layup più facile della carriera contro Battier, sbaglia, nonostante il fisico malmesso con la sola forza di volontà va a rimbalzo toccando il pallone con le sue raffinatissime falangi, sbaglia ancora.

Ciò che succede nei seguenti secondi è il finale più drammatico che si possa immaginare, Duncan che tornando in difesa batte ripetutamente i pugni per terra, MAI e poi MAI una perdita di controllo di questa tipo, l’impenetrabile armatura di Duncan che per 15 anni l’ha accompagnato si frantuma.

Nel time-out successivo mentre Popovich prova a riordinare gioco e idee per l’ultimo assalto le telecamere inquadrano incessantemente Duncan: sguardo perso nel vuoto, mani nei capelli e la sensazione che il caraibico per la prima volta in carriera si senta responsabile del più alto tradimento da lui concepibile, quello alla fiducia dei compagni. Immagini forti ed eloquenti, drammatiche e commoventi e la percezione che oltre al titolo perso quella giocata abbia chiuso una carriera.

Nessuno si sarebbe rialzato da una tale delusione. Nessuno. Tranne Tim e dunque gli Spurs.

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Non si sono limitati a vincere, hanno vendicato la stagione precedente dominando gli avversari e facendo saltare in aria i Big Three dei Miami Heat, giocando probabilmente il miglior basket del decennio e rivendicando la propria filosofia contraria all’ingaggio dei migliori giocatori sul mercato nella ricerca di vittorie lampo.

Duncan diventa così l’unico giocatore della storia ad aver vinto il titolo NBA in tre decenni differenti.

Troppo umano per essere un dio, ma alla fine troppo dio per essere soltanto un uomo.

Tim Duncan il semidio all’età di 39 anni decide così di ritirarsi, privandoci di quel silenzio che per quasi 20 anni ha caratterizzato l’assordante NBA rendendola un po’ più umana e più vicina a noi tutti comuni mortali.

Quanto sopra scritto passa velocemente davanti agli occhi di Popovich mentre cercando di trattenere le emozioni continua a rispondere alle domande dei giornalisti che assistono alla conferenza d’addio di Duncan.

La “filosofia serba” di Gregg Popovich, quella disciplina e quella rigidità che lo hanno sempre caratterizzato sembrano ricordi lontani mentre rievoca tutti i bei momenti condivisi con il suo campione.

Per la prima volta è chiaro a tutti chi sia il monarca incontrastato di San Antonio, lo sanno i compagni che per anni hanno lavorato con lui e per lui, perché tutti comprendono a fondo che vincere 5 titoli in Texas non sia la stessa cosa che ottenerli in città quali Los Angeles o Boston o Chicago.

Lo sa bene Popovich, che fin dal suo viaggio a Saint Croix nel tentativo di convincere Duncan a firmare per gli Spurs ne è subito rimasto impressionato, per poi divenirne ossessionato e infine innamorato. I due sono come marito e moglie, parlano poco direttamente, ma implicitamente comunicano come nessun’altra coppia nello Sport.

Nell’estate del 2000 Duncan fu letteralmente a un passo dall’approdare a Orlando, ma lo trattenne “a big reason” come da lui stesso definita e oggi non è difficile capire di cosa o meglio di CHI si trattasse.

Come spesso accade tra padri e figli, nel tentativo di educare e plasmare il suo ragazzo è Popovich che si è modellato su Duncan e non viceversa.

Nella solennità del momento mentre Popovich, vistosamente commosso, prova a riprendere il controllo di se stesso, nei suoi occhi si vede un bagliore di letizia : poiché “Timmy negli anni ha sistemato alla grande centinaia di noi tra allenatori, staff e giocatori e non ha mai detto una parola”.

E ora che le strade dei due si stanno per separare, (anche se spesso immaginiamo si vedranno a cena assieme) Popovich sa che deve ancora arrivare il lascito più importante di Tim perché se Jordan e Kobe dopo aver vinto e regnato nelle rispettive città non hanno lasciato che terra bruciata e macerie da ricostruire nelle rispettive franchigie, Duncan no.

Perchè Timmy è troppo Duncan per pensare a solo a sé stesso.

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