Appunti Universitari #16

Appunti Universitari #16

Anno nuovo, inizio delle partite di conference e solo due mesi alla March Madness: il college basketball comincia a prendere velocità…

di Carlo Perotti
Dort
Dort

Bobby Hurley sta ulteriormente confermando di essere uno dei coach emergenti della NCAA, una carriera nel DNA essendo figlio del grande Bob senior, una leggenda nel mondo delle high schools, e fratello minore di Dan neo coach di UConn oltre essere cresciuto nella leggenda di coach K di cui è stato il fidato playmaker nei titoli del back to back nel 1991 e 92 in cui Duke finalmente vinse il campionato gratificando Mike Krzyzewski dopo una serie di passaggi a vuoto, anche dolorosi, alle Final Four. Da quando è giunto ad Arizona State ha rivitalizzato il programma ed anche in questa stagione, nonostante le due recenti sconfitte con Princeton ed Utah, si è preso le sue soddisfazioni come nella vittoria su Kansas. I Sun Devils giocano in maniera compatta e coordinata ed hanno una stella assoluta: la point guard canadese Luguentz Dort che, nonostante l’ennesimo nome di battesimo assurdo, ha enorme fisicità e viaggia a 17.8 punti e 5.2 rimbalzi a partita pur non brillando come regista (solo 2.5 assist) ma dando più l’impressione di avere dinanzi un futuro da comboguard alla Marcus Smart..

Dedric Lawson
Dedric Lawson

Bill Walton non è uno che si tira indietro quando si tratta di fare paragoni importanti, col suo spirito hippie “le spara grosse” ma quando ha paragonato Dedric Lawson a Nikola Jokic non ha detto una follia: uno degli aspetti più sottovalutati del transfer da Memphis che sta facendo onde nei Kansas Jayhawks sono infatti le sue capacità di passatore, secondo lo stesso Bill Self infatti Lawson è il miglior lungo passatore che abbia mai allenato e la sua visione di gioco unita all’eleganza nei movimenti sono abbacinanti ancor più del fatto che viaggi a 19.1 punti e 11.1 di media, cifre che lo rendono degno candidato al titolo di Giocatore dell’anno.

Gudmundsson
Gudmundsson

Un college basketball sempre più internazionale con tanti ragazzi europei in cerca di fortuna, di una laurea, di mettersi in luce per una carriera pro o semplicemente pronti ad un’esperienza totalizzante. C’è chi esagera come Maine che annovera ben 12 giocatori extra-USA, siamo stupiti che Donald Trump non sia personalmente intervenuto, fra lettoni, brasiliani, croati, libanesi, nigeriani, inglesi, serbi e persino un taiwanese: un meraviglioso melting pot cestistico. Ma anche Saint Mary’s, che storicamente pesca a piene mani in Australia e Nuova Zelanda, non scherza con 10 stranieri. Uno che ci intriga particolarmente è il playmaker islandese Jon Axel Gudmundsson che gestisce la squadra del grande Bob McKillop a Davidson viaggiando a 17.8 punti 6.2 rimbalzi e 4.5 assist ad allacciata di scarpe, grandi numeri per il talentuoso figlio di Guðmundur Bragason, il giocatore con più presenze nella storia della nazionale islandese, e di Stefanía Jónsdóttir pure lei ex nazionale dell’isola dei grandi vulcani.

Fra i ragazzi europei che si mettono in gioco ci sono, come avrete capito, parecchi italiani fra i quali il reggiano Michael Anumba, combo guard di 1.95, che parte in quintetto a Winthrop fatturando 7.3 punti dando soprattutto una buona dose di fisicità e di difesa agli Eagles ma che deve migliorare il suo tiro da fuori dove non raggiunge il 20% da tre ma essendo un freshman ed un progetto a lungo termine ha tempo per lavorarci sopra. Al suo fianco evolve un giocatore interessante, di quelli che ci appassionano, si chiama Bjorn Broman, è un senior ed è alto 1.80 (forse) ma ha quel modo di tirare in modo rapido e compatto che ci ricorda Ryan Hoover. Possibilità di giocare da professionista? Praticamente zero a meno di optare per campionati esotici e semi-dilettantistici ma forza Bjorn, noi siamo con te!

coach Amaker
coach Amaker

Ci sono belle soddisfazioni in questa prima parte di stagione per i team della Ivy League, la lega dei secchioni e dei college super esclusivi, non a caso si chiama Ivy (edera) proprio per l’edera che spesso ricopre le mura storiche di college costosi ed inaccessibili a chi non ha voti altissimi e tasche ricolme di dollari. Sono team che, non casualmente, giocano in modo intelligente ottimizzando al massimo l’IQ dei propri ragazzi e la loro scarsa fisicità eppure in queste settimane Penn ha battuto Villanova nel derby cittadino di Philadelphia, Princeton ha superato la appena citata Arizona State e Brown ha regolato San Diego State. Abbiamo poi visto Harvard di coach Tommy Amaker reggere, nonostante le gravi assenze di Seth Towns (giocatore dell’anno della Ivy league lo scorso anno) e Bryce Aiken, contro una North Carolina nettamente superiore mollando solo negli ultimi minuti sotto i colpi di Coby White, Luke Maye e Cameron Johnson oltre che al tremendo talento atletico di Nassir Little che è solo ad un briciolo di intelligenza tattica dall’essere un giocatore devastante.

Moses Brown )
Moses Brown )

Alla fine Steve Alford è stato licenziato da UCLA, evento molto raro nel college basketball dove di solito si lascia lavorare un allenatore almeno sino a fine stagione ma i Bruins avevano mostrato in questa prima fase non solo una propensione spropositata per le palle perse ma anche una totale assenza di spirito di squadra e le cinque sconfitte consecutive sono state fatali all’ex delfino di Bobby Knight. Al suo posto è stato promosso ad interim Murry Bartow figlio di quel Gene che fu assistente storico del grande coach Wooden, i suoi Bruins hanno peraltro enormi dosi di talento in particolar modo con Kris Wilkes (17.2 ppg) ed il pennellone Moses Brown (11.9+8.9), il giocatore più alto ad aver firmato per UCLA dai tempi di Lew Alcindor meglio noto come Kareem Abdul-Jabbar. Brown è quotato come 2.15 ma pare sia ulteriormente cresciuto e che al momento sia sopra i due metri e venti centimetri e non solo ha leve infinite ma anche un interessante footwork che ne fanno un goloso prospetto NBA nonostante le medie terribili dalla lunetta (37%).

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