[ESCLUSIVA] Paolo Moretti: “Davide è considerato un idolo, lo chiamano il maestro”

[ESCLUSIVA] Paolo Moretti: “Davide è considerato un idolo, lo chiamano il maestro”

In vista delle Final Four di March Madness abbiamo fatto una chiacchierata con Paolo Moretti, papà di Davide e neo allenatore di Pistoia.

di Lucia Montanari, @LuciMonta15

Paolo Moretti, appena rientrato a Pistoia, dove in questi giorni ha iniziato la sua “nuova” avventura in panchina, dopo il weekend californiano in quel di Anaheim, in cui ha visto suo figlio Davide scrivere la storia di Texas Tech e approdare alle Final Four di March Madness, ci ha concesso una piacevole chiacchierata in cui abbiamo parlato della sorpresa fatta a Davide, del fine settimana appena trascorso, del percorso di Texas Tech e della prossima gara contro Michigan State di sabato notte.

1) Raccontaci le emozioni di questo weekend californiano che ha regalato a Davide le Final Four di March Madness

Sono state emozioni grandissime, fortissime e straordinariamente belle. Più di così, non so quali aggettivi potrei usare per descriverle.

A partire dal fatto che coach Beard ha assecondato, anzi ha voluto creare i presupposti affinché la nostra sorpresa, che per noi era una sorta di regalo per il ventunesimo compleanno di Davide, anche se un po’ in ritardo, venisse così bene: senza la collaborazione del coach e di tutto lo staff non sarebbe stata possibile e non sarebbe stato così bello.

Tutto è partito da lì, poi le due gare, con il fatto di aver vissuto con lui l’emozione di due grandissime partite, di due prestazioni individuali straordinarie e gli umori di un popolo: in questo momento a Lubbock c’è una favola che è quella di una squadra di basket di college maschile che sta praticamente coinvolgendo tutti, quindi viverla da dentro e direttamente è stato veramente speciale.

2) Un aneddoto dell’avventura statunitense…

Ce ne sono tanti di episodi speciali. La cosa che forse non hanno visto tutti, ma soprattutto quella che ci ha toccato ed emozionato molto è stato quando alla fine della partita contro Gonzaga che ha consegnato le Final Four a Texas Tech, prima della premiazione Davide ha lasciato un attimo tutti ed è venuto a salutarci. In quell’istante c’è stato un piccolo momento intimo che lui ci ha regalato ed è stato bello.

3) Cosa ti è particolarmente piaciuto di Texas Tech fino a questo momento? E di Davide?

La stagione di Davide è stata straordinaria ed eccellente per continuità, solidità, efficienza, per quello che ha dato e per come lo ha dato, ovvero in maniera silenziosa, senza mai far calare il contributo e le performance dei compagni, senza mai invadere la scena degli altri e questo secondo me è stato un valore aggiunto che ha portato alla sua squadra e un grandissimo miglioramento da un anno all’altro che lui ha compiuto.

La storia della stagione di Texas Tech è abbastanza indicativa: la Big 12 è stata vinta con autorità con una striscia finale di 9/9, vincendo in campi durissimi e asfaltando praticamente tutti, ma il percorso della March Madness li ha messo davanti ad avversarie molto solide e a parte nel primo turno, dove hanno giocato un po’ sottotono, nella seconda e la terza partita sono stati davvero dei rulli. La partita con Gonzaga è stata veramente dura, gli avversari erano forti, preparati, fisici, talentuosi; la sensazione che avevo alla fine del primo tempo era che Texas Tech era stata straordinariamente fortunata perché se si fosse trovata sotto di 10, sarebbe stato un verdetto legittimo per quello che si era visto in campo. Gonzaga era riuscita a trovare canestri facili, mentre TTU dove fare sempre mezzi miracoli per segnare, lottando con le unghie e con i denti. Nel secondo tempo, poi, è venuta fuori la loro solidità e la loro grande forza interiore, la difesa è rimasta su quei livelli, è salito il perimetro e alla fine tutto questo ha fatto la differenza ed ha consegnato la vittoria a Texas Tech.

4) Com’è considerato Davide all’interno dell’ambiente di Texas Tech dai tifosi? Come siete stati accolti voi?

Davide è un idolo: la scorsa notte l’ho salutato e mi ha raccontato diversi aneddoti sul fatto che tutti i giocatori e lo staff in questo momento sono i veri eroi e idoli di un paese di 150.000 abitanti sperduto nel deserto del Texas e non c’è angolo della città e del college dove non siano fermati per un selfie o un autografo.

Davide, tradotto dallo slang americano, viene chiamato “il maestro” e questo lo rende molto orgoglioso e felice.

Noi siamo i suoi “parents” e siamo stati trattati in maniera straordinaria e riempiti di complimenti, perché è davvero molto apprezzato da tutti.

5) Vedendo giocare Davide negli ultimi due anni, sembra migliorare partita dopo partita: secondo te, in che cosa è migliorato di più grazie alla filosofia di lavoro che c’è negli States?

I suoi grandi miglioramenti evidenti sono sul lato difensivo e dal punto di vista della struttura fisica. Oggi è consumato dalle 37 partite in 5 mesi, ma ha iniziato la stagione con un grande miglioramento rispetto all’estate del 2017 quando arrivò per la prima volta a Lubbock.

Per quarto riguarda la difesa, nel sistema di Chris Beard, se non difendi, non metti il fisico, non sei aggressivo, fisico e determinato, non giochi. È stata una sua necessità, più che una volontà: se volevi emergere e stare all’interno del sistema di TTU non potevi prescindere dal sacrificarti in difesa, dal mettere in campo un atteggiamento difensivo di livello.

6) Analizziamo dal punto di vista tecnico la semifinale di sabato notte contro Michigan State: quali sono, secondo te, le minacce derivanti da questa sfida e quali i punti di forza di Texas Tech contro questo avversario?

Io credo che Texas Tech non si debba snaturare e debba giocare basandosi sulla sua grande difesa. Non conosco bene Michigan State, però nella telefonata di ieri Davide mi ha detto che il coach, dal primo momento in cui hanno rimesso piede in palestra, gli sta chiedendo di pareggiare la fisicità, l’atletismo, la forza e l’energia di Michigan State, che è la loro prerogativa principale: sono una squadra molto fisica, di taglia grande, a parte il playmaker, quindi sono davvero una squadra che può veramente metterti sotto e asfaltarti se non stai lì e non accetti quel tipo di sfida e non la pareggi.

Poi si deve giocare a basket, ma da quel punto di vista, per provare a venire fuori da questo incontro, bisogna mettere in campo quella stessa fisicità, tempismo ed energia degli avversari.

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