Il punto su prevenzione nello sport e defibrillatori: il quadro non è chiaro

Il punto su prevenzione nello sport e defibrillatori: il quadro non è chiaro

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Torniamo ad affrontare i temi delia certifìcazione medica e dei defibrillatori connessi all’attività svolta all’interno di centri e impianti sportivi. Lo abbiamo fatto noi di Basketinside in tante occasioni, anche grazie all’impegno della ONLUS “Tiziano Ciotti – Una vita per il basket” di Anagni, e l’occasione di tornare su questo argomento ci è stata data dal Decreto Salute “Balduzzi” che, come è ormai noto, ha introdotto un (presunto) ampliamento della certificazione medica per le attività sportive e l’obbligo del defibrillatore per ogni associazione o società sportiva dilettantistica.

E per approfondire meglio l’argomento, di grande importanza per il settore dell impiantistica sportiva, abbiamo scelto di trarre un articolo dalla sessione dal titolo “Certificazione medica e defibrillatori” tenuta dall’avvocato Guido Martinelli in occasione dell’edizione 2013 del Congresso internazionale dell’evento ForumClub/ForumPiscine, apparso questa mattina sulla rivista “Sport Industry”.

Tanto per cominciare, chiediamoci quale sia la situazione attuale in tema di certificazioni mediche.
Anche perché per capire cosa potrebbe cambiare con il Decreto Balduzzi, dobbiamo necessariamente ripercorrere un pezzo di legislazione e tornare indietro alla legge datata 1971 che impone “l’obbligo di accertamento di certificazione di idoneità di chi intende svolgere attività sportiva agonistica”. Un obbligo che però ha cozzato con la lentezza tipica della nostra burocrazia, e la disciplina entra in vigore solo dieci anni dopo con due decreti ministeriali, entrambi del febbraio 1982. relativi alle attività sportive agonistiche e attività sportive non agonistiche.

Per quanto riguarda le prime, è prevista la certificazione medica specifica legata allo svolgimento di una pratica sportiva. In questo caso sono previsti, oltre alla visita, una serie di esami dì laboratorio specifici per ogni disciplina, la certificazione ha durata annuale e deve rimanere agli atti della società.

Quando invece si parla di attività non agonistica, si fa riferimento a un’attività svolta nell’ambito di una federazione o di un ente di promozione sportiva In questo caso, per capire se l’attività in questione è o meno agonistica, dobbiamo fare riferimento alla federazione o all’ente, perché spetta solo loro decretare di che tipo di attività si tratti. In questo senso, ci troviamo di fronte a una
distinzione fondamentale, che purtroppo oggigiorno non è sempre chiara e che spesso viene equivocata, anche dalle stesse istituzioni competenti.

Senza contare che bisognerebbe aprire un lungo excursus su cosa si intenda oggi per “sport”: l’attività motoria è sport? L’attività degli anziani è sport? Il fatto che io sia riuscito a dimagrile 20 kg è stato grazie allo sport, oppure è qualcosa di diverso?

In questo quadro, di recente, si è prepotentemente inserito anche il decreto sulla sicurezza sul lavoro (decreto 81 del 2008) che sancisce, al di là dell’obbligo di certificazioni mediche per tutti i lavoratori subordinati, la possibilità da parte degli istruttori o dei lavoratori autonomi di essere visitati, ponendo dunque nuovi oneri per i gestori e proprietari.

Infine, bisogna porre attenzione su un fatto spesso ignorato: la certificazione medica è un dato sensibile e, come tale, è protetta dalla legge sulla privacy. Questo comporta che, per legge, i certificati medici devono essere conservati in un armadio blindato. Altrettanto obbligatorio è avere all’interno dell’ impianto qualcuno che abbia fatto il corso di pronto soccorso. Perché, indipendentemente dal defibrillatore, comunque l’impianto è un luogo dove vengono svolte prestazioni di lavoro e, come tale, è soggetto a tale obbligo.

Quello che è certo è che quando si parla di “onere di detenere il certificato”, non esistono fotocopie (a meno che non siano autenticate) e non esistono autocertificazioni: lo stato di salute non è autocertificabile.

Venendo invece al Decreto Balduzzi, e alle novità introdotte in tema di certificazioni, si sancisce che “A tutela della salute dei cittadini che svolgono un’attività sportiva non agonistica o amatoriale, verranno predisposte linee guida per idonee certificazioni mediche e l’effettuazione di controlli
sanitari sui praticanti”.

Partiamo da due considerazioni: la prima è che il fatto che non ci sia ancora il decreto attuativo, non
significa che la legge non esista. La seconda è che alcune Regioni (Toscana, Lazio, Emilia Romagna, Bolzano, Piemonte e Veneto) di recente hanno decretato che per le attività ginnico/motorie a carattere ludico non è più richiesta la certificazione.

Premesso questo, quando nel decreto si parla di “attività non agonistica o amatoriale”, amatoriale serve per specificare meglio l’attività “non agonistica” (e quindi i due termini identificano la stessa cosai oppure sono due attività diverse? Ad avviso di Martinelli sono attività diverse, ma si tratta
dell’attività ludico-motoria dei provvedimenti regionali citati prima o è qualcosa di ancora diverso? Lì quindi, per lo meno sotto il profilo giuridico e non deontologico, c’è ancora spazio per un’attività
in palestra o in piscina che sia senza certificato medico? E’ ovvio che nelle Regioni citate in precedenza esisteva uno spazio per le quali la certificazione medica non era obbligatoria. Ma ora questo spazio esiste ancora? Se si gestisse una palestra o una piscina o qualsiasi altro impianto converrebbe chiederlo.

Sul punto infine Martinelli chiosa, e testualmente : ” Badate bene, non sono preoccupato degli aspetti formali, rna di quelli sostanziali. È una norma che esiste da 30 anni e non ho mai visto o sentito di qualcuno dire sia stato multato per non aver richiesto il certificato. Però, nei casi in cui ho assistito una palestra, se c’era un certificato medico, la difesa è stata molto più facile”.

Arrivando invece alla questione defibrillatori, collegata ai trascorsi, la prima domanda riguarda l’esistenza o meno di obblighi concreti, e già da oggi. Il decreto nel meritosancisce l’obbligo di “dotazione, nonché l’impiego, da parte di società sportive professionistiche e dilettantistiche
di defibrillatori semi-automatici e di altri eventuali dispositivi salvavita”.

Martinelli però commenta: “Questa norma parte da un assunto a mio avviso eccessivo. Il buonsenso avrebbe previsto l’obbligo di un defibrillatore per ogni impianto sportivo, mentre la norma ha legato il possesso del defibrillatore alla società sportiva. Quindi se, per assurdo, in un impianto operano anche contemporaneamente tre società sportive, in teoria dovrebbero esserci ire defibrillatori”.

E in attesa che questo dato possa trovare una soluzione, veniamo alla domanda che la stessa rivista di pone: possiamo stare tutti tranquilli finché non sarà pubblicato il decreto ministeriale e le relative linee guida? La realtà per Martinelli è no “Il motivo è semplice: la materia sanitaria, come è noto, è di competenza delle regioni quindi nulla vieta che, in attesa del decreto ministeriale, ogni regione possa intervenire e legiferare in materia. Come ha già fatto la Regione Lombardia nella eliberazione 4717 del 23 gennaio 2013. Cito: “in accordo con quanto previsto dal DL n. 158/2012 si rettele obbligatorio nella Regione Lombardia che ogni società sportiva sia professionistica sia dilettantistica disponga di un numero sufficiente di affiliati addestrati alle manovre di rianimazione cardiopolmonare di base e abilitati all’utilizzo di defibrillatore tale da conseguire la presenza in ogni attività sportiva di almeno una persona abilitato e addestrato all’uso del defibrillatore. […] È altresì obbligatoria la presenza di un defibrillatore presso ogni società sportiva sia professionistica sia dilettantistica e all’interno di un impianto sportivo, nonché durante lo svolgimento delle attività sportive”. Oggi come oggi, dunque, solo in Lombardia e negli impianti sportivi lombardi è obbligatoria la presenza del defibrillatore e di qualcuno abilitato ad utilizzarlo. Che non deve essere necessariamente chi ha già frequentato il corso di primo soccorso, perché non è detto che quest’ultimo prevedesse anche l’insegnamento del defibrillatore. Inoltre è necessario che quella persona (o quelle persone) sia presente nell’impianto per tutto l’orario di apertura, oltre che durante le manifestazioni. Chi paga? Non lo so. Sicuramente il gestore. Il defibrillatore in sé non rappresenta un costo inaffrontabile, il problema sorge quando, oltre al defibrillatore, devo sostenere il costo della presenza costante di qualcuno che lo sappili usare e del corso di formazione. Diciamo che questo più questo più questo sicuramente diventa un costo importante che il mondo sportivo in questo particolare momento si sarebbe volentieri risparmiato. Ma stiamo parlando della salute dei cittadini e quindi qualsiasi discorso in questi termini è quanto meno futile. Tornando alla Lombardia, vi dirò anche che non c’è “un periodo entro cui”, perciò se non avete un defibrillatore siete già fuori regola. Inoltre l’assenza di un sistema di sanzioni, non deve consolare. Perché se accade un incidente che si poteva evitare con l’utilizzo del defibrillatore, e voi ne eravate sprovvisti, si tratta di omicidio colposo. Ultima considerazione riguarda le assicurazioni. Dal momento in cui c’è una norma e io non la rispetto, non sarei così certo che l’associazione sia coperta”.

Insomma luci e ombre, in uno scenario in cui c’è tanto, tanto da fare.

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