Poco coraggio e pochi progetti: la triste storia degli impianti sportivi in Italia

Poco coraggio e pochi progetti: la triste storia degli impianti sportivi in Italia

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Il nuovo Presidente del Coni Giovanni Malagò, tra le tante gatte da pelare nate (o rinate) la sua nuova gestione, ha da tempo tra le mani quella del basket. Un groviglio da 9 milioni di spettatori, più o meno, un seguito che andrebbe gestito nelle sue forze più sane, per ampliarlo il più possibile a nuove fette di pubblico e di possibili praticanti.

I mezzi? Quelli del movimento, delle srutture, e dei media. Incentivare la particare, offrire strutture adeguate, dare insomma una visibilità che invogli a vivere un’esperienza che essendo sport, va oltre il semplice consumo di un prodotto.

Parole nobili, intenti con cui di primo acchitto ci si rovnierebbero le mani, tanti gli applausi. Ma il problema sta nel capire la situazione per come è oggi, prima di lanciarsi in programmi più o meno immaginari.

E a questo proposito, torniamo alla vicenda dei 9 milioni di followers che proprio dieci giorni fa, scoprendo le carte sullo stato dell’arte del basket italiano, la Lega ha definito in sostanza come zoccolo duro del seguito a spicchi, imponendo urbi et orbi titoli sensazionali. Eppure proprio su questo valore ci sarebbe da esprimere più di un dubbio, come faceva notare pochi giorni fa il regista di Sky Giancarlo Fercioni sul sito editorialistico pallarancione.com.

Se non altro perchè per un verso sistemi come l’Auditel appaiono ormai datati, e costruiti per macro ascolti, dall’altro metodi “troppo” organizzati e mirati non restituiscono un senso complessivo, e cadono in qualche superficialità.

Viene ignorato per esempio il semplice fatto che in passato le partite, con alterne fortune, andavano sulle reti nazionali Rai 2 e Rai 3, con qualche puntata persino sulla rete ammiraglia, e “gli ascolti erano più verosimili perché la frammentazione non era ancora a livelli della polverizzazione attuale e si poteva dare un peso a quello che proponeva il campionato di allora, ancora non travolto dalla sentenza Bosman (avvenuta nel 95). Le squadre erano ben riconoscibili, con giocatori veri protagonisti e non i molti carneadi attuali, con un tifo ben presente in molte aree della penisola ed una identificazione ben radicata con la propria squadra figlia dei pochi cambi in corsa nei roster di allora”.

Tutta questa roba, per i soloni del marketing, si chiama fidelizzazione. E la fidelizzazione, aggiungiamo, si fa anche con le strutture: che incentiverebbero ad investire, chiamando a raccolta giovani e tifosi. Le richieste sono note da tempo, al di là di una riforma dei campionati che in qualche modo ci sarà, e una revisione della legge 91 sul professionismo che con la Legadue dilettantistica verrà baipassata, ma non affrontata. L’inserimento dei palasport nella Legge per gli stadi – da approvare a tutt’oggi in quel del Senato – sarebbe il primo passo per chi chiama a gran voce un impegno concreto per cambiare le cose.

Cose che, stando sempre ai fatti dell’oggi, maggio 2013, non nascondono contraddizioni e insufficienze quà e là. Utilissimo in questo senso il “bel colpo d’occhio” che stamattina Il Sole 24 Ore offre ai suoi lettori, intervistando il Commissario Straordinario dell’ Istituto per il credito sportivo Paolo d’Alessio.

L’Istituto ha un budget per il 2013 di 210 milioni di euro e, da inizio anno ad oggi, ha deliberato prestiti per 52,6 milioni «Ma – dice D’Alessio – l’Istituto ha disponibilità per fmanziare ben oltre il budget progetti meritevoli».

In altre parole, l’Ics è pronto a sostenere nuove proposte di impianti sportivi. Il Sud, in particolare, ne avrebbe bisogno se il ministero Affari regionali, sport e turismo registra una media italiana di 264 impianti per 100mila bitanti, media che sale a 354 impianti nel Nord Ovest e scende a 149 nel Sud comprese le isole.
La causa? «Scarse disponibilità di enti locali – aggiunge Paolo D’Alessio – e scarsa propensione al project financing da parte di imprese, mentre la legge sugli impianti sportivi, nota come legge sugli stadi, non è stata ancora approvata al Senato. Al Sud è evidente una forte diffidenza tra pubblico e privato. Che va superata». La maggiore propensione delle regioni settentrionali a dotarsi e realizzare strutture sportive è evidente anche dalle consistenze dei crediti Ics al 31/12/2012.

L’Istituto, banca pubblica in amministrazione straordinaria, ha il 30% degli impieghi collocati nel Nord-Ovest, il 15% nel Nord Est, il 28% nel Centro Italia, circa il 18% al Sud e il 10% nelle isole; destinatari dei crediti sono per il 52%gli enti pubblici e per il 46% i privati, con un residuo 2% anche a favore di parrocchie e federazioni sportive. Ma la musica è cambiata a causa del patto di stabilità: i finanziamenti sono destinati sempre meno al settore pubblico e in misura crescente a quello privato.

Nel 2012 solo il 15% dei prestiti è stato destinato agli enti locali, il resto (85%) a imprese private. «Il fabbisogno è molto alto- dice D’Alessio – ma i progetti che si realizzano al confronto sono pochi, sebbene sia ovunque riconosciuta l’importanza dello sport a fini sociali e sanitari». I più significativi progetti in corso sono undici: un solo grande stadio, quello di Udine, che dovrebbe essere pronto per il 2015. Prevede 25.100 posti a sedere (35mila spettatori per altri eventi, come i concerti), zone wi-fi, soluzioni innovative sul fronte del risparmio energetico, due ristoranti e diversi bar. Costa 25 milioni: di cui 20 provengono dal Credito Sportivo (mutuo di 18 anni) e dalla società.

Seguono il palazzetto dello Sport di Cantù; quattro centri di allenamento: il completamento di quello della Juventus nel quartiere Continassa di Torino; del Bologna calcio a Granarolo; del Parma a Collecchio; del Chievo Verona. Sono invia di realizzazione anche i campi da Golf a Carlentini (Siracusa) e a Taormina (Catania), oltre al Terra dei Consoli Golf Club (Viterbo). A Temi è prevista una piscina comunale, a Milano in zona Navigli un importante centro per il fitness; in Campania sta per partire il fmanziamento di due nuove piscine, a Mugnano e a Salerno.

Ma ci sarebbe molto altro da fare. Il Coni, a esempio, stima che siano necessari 4 miliardi per rimettere a nuovo l’impiantistica sportiva delle scuole. E ci vorrebbero anche investimenti per piscine, palazzetti, palestre, che sarebbero ossigeno per il real estate e in generale per l’economia. Mancano anche gli investimenti privati. Sebbene il bilancio delle iniziative realizzate sia positivo. Lo Juventus Stadium, a esempio: è stato realizzato con 145 milioni di euro, ma la società già dal primo anno ha triplicato i ricavi.

Ma siamo sicuri che un caso del genere possa valere per tutti, ovunque?

 

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