A modo mio, di Mario Arceri – Fallimento azzurro, la responsabilità è di tutti

Il parere del Direttore di Basket Magazine sulla spedizione preolimpica.

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Di Mario Arceri

Il titolo migliore, a mio avviso, è quello di Repubblica: “I fenomeni immaginari del basket dei fallimenti”. Così come è corretta l’analisi che Walter Fuochi, grande professionista e grande conoscitore della pallacanestro, ha fatto per illustrare la nuova mazzata subìta dall’Italia dei canestri. Abbiamo giocatori di talento, come tante altre nazionali, abbiamo giocatori di Nba, come ormai tutte o quasi le nazionali non soltanto europee, non sappiamo reggere la pressione e questa è storia… nemmeno troppo recente. Walter ha sottolineato questi aspetti e il suo approfondimento, obiettivo e non da amante tradito, rispecchia la realtà.

Questa non è la Nazionale più forte di sempre, o migliore di tutti i tempi, come si vuole definirla. Personalmente e almeno per gli ultimi trenta-quaranta anni di basket azzurro che ho avuto la fortuna di seguire in tutte le sue espressioni, non è paragonabile alle squadre di Giancarlo Primo che erano seconde (e qualche volta le battevano) solo ad Usa e Urss, giocandosela prima con la Cecoslovacchia e poi con la Jugoslavia. Non lo è con quella di Gamba che vinse l’argento a Mosca, l’oro a Nantes, il bronzo a Stoccolma., e non lo è nemmeno con quel gruppo che ci ha portato tra il 1997 e il 2004 con Messina, Tanjevic e Recalcati a vincere un argento, un oro e un bronzo europei e un altro argento olimpico.

Quelle squadre avevano talento, avevano giocatori tra i migliori al mondo, avevano soprattutto un grande cuore. E, soprattutto, erano espressione di un basket di club che faceva incetta di Coppe e si proponeva come esempio di organizzazione e di progettualità nel vecchio continente.

Direte: il solito ricorso, un po’ stantio e stucchevole, al “come eravamo”, la nostalgia del tempo passato. E forse è vero: ma quelli erano tempi in cui si era orgogliosi di raccontare un basket vincente, di personaggi di grande spessore, di sfide che ci vedevano confrontarci e spesso vincere con i più forti. E’ un dato di fatto, e lo dice la nostra storia. Sempre più antica. La più recente invece racconta cose profondamente diverse: club che hanno perso ogni competitività in Europa, una scuola che non esiste più o, meglio, che non viene più valorizzata come andrebbe fatto.

L‘esempio lampante viene dal femminile: è recentissimo l’argento mondiale dell’Under 17, liquidato con due righe nei notiziari, ma ogni anno, in questi ultimi tempi, le giovanili ci hanno regalato qualche soddisfazione collocandoci al terzo posto nel ranking europeo, assottigliando progressivamente le distanze da Spagna e Francia che guidano le classifiche. E questo avviene anche tra i ragazzi. Che poi svaniscono nel nulla dei campionati seniores (maschili e femminili) dal tasso tecnico e spettacolare sempre più basso, provocando un numero immenso di abbandoni o frenandone la crescita. Perché? Perché l’obiettivo è strappare un posto in Eurolega o in Eurocup, alla mensa dei grandi, ancorchè con un posticino all’angolo? Perché invece l’obiettivo non è quello di migliorare e far migliorare?

Si dà la colpa alla Bosman e ai suoi nefandi effetti. Alla crisi economica e alla mancanza di risorse. Ma questi problemi non li hanno affrontati e, visti i risultati, risolti altri Paesi come Francia, Germania, Spagna, Grecia, Belgio o gli scandinavi, alcuni dei quali sono in condizioni anche peggiori rispetto alle nostre?

Il nuovo fallimento, questa volta in casa e nonostante il forte investimento federale, fa particolarmente male perché ha deluso un pubblico e una passione che forse non si erano mai visti prima dalle nostre parti. 51.000 biglietti venduti secondo i dati ufficiali, almeno 60.000 spettatori nelle cinque giornate, colmi di entusiasmo e di fiducia per i nostri colori, spazzati via da una Croazia incompleta, con soli tre giocatori di assoluto talento: Saric (l’mvp, e non Bogdanovic, perdonate il  mio errore in cronaca), lo stesso Bogdanovic, Simon che poco meno di un mese prima era stato il principale artefice dello scudetto di Milano. Il resto era composto più o meno da comprimari, da mestieranti del parquet che, dopo averle buscate nella fase a gironi e dopo aver rischiato di perdere una partita dominata sulla Grecia (profondamente ringiovanita), al momento opportuno, quello decisivo, si sono scrollati di dosso ogni pensiero e hanno conquistato la qualificazione per i Giochi con il cuore, la sapienza cestistica e la pressione che Petrovic, vecchio lupo del basket, ha saputo creare con le sue polemiche accuse sull’arbitraggio traendone qualche vantaggio, forse determinante, guadagnandosi comunque l’applauso del pubblico italiano.

La verità sul nostro basket, sul meglio che oggi sappiamo esprimere, l’enuncia con sconfortante sincerità l’esito del preolimpico. Non basta avere tre o quattro giocatori da Nba: ce l’hanno tutti, e la Nba, fantasmagorico mondo ricco di dollari, non è il “meglio”. Certo, ci sono quaranta-cinquanta giocatori di livello assoluto, più o meno i migliori al mondo, ma il resto è composto da giocatori bravi ma “normali” (sempre di più europei) ai quali non basta l’etichetta di una scelta da parte di una franchigia per renderli dei fuoriclasse. Non basta averne anche noi (quanti ne ha la Lituania?) per garantirci un deciso balzo qualitativo: sul campo, senza più una maglia Nba, conta quello che si sa esprimere, a livello individuale e di gruppo.

E’ chiaro che, dopo la delusione, sono iniziati i processi. Si possono discutere le scelte (ma Abass, Pascolo o Cinciarini avrebbero cambiato i valori?), le tattiche, la preparazione, addirittura il ruolo e la valenza di Ettore Messina. Si legge di tutto, e sono tutti pareri legittimi. La nostra era una buona squadra, che aveva la possibilità di battere la Croazia, che, pur giocando male, ha perso al supplementare e, come dice Messina (e non è una giustificazione da parte del ct, ma un dato obiettivo), per uno o due possessi male utilizzati. La Croazia ci ha messo quel po’ di convinzione, di spirito di gruppo, anche di talento, in più sufficiente per bruciarci sul traguardo.

Non è un caso se i momenti migliori, nelle quattro partite, li hanno offerti Melli (sicuramente il migliore, uno che dall’esperienza europea ha tratto il maggior giovamento), Hackett, pur con i suoi errori e i limiti nella regìa, Datome per la difesa e nonostante l’evidente stanchezza, da vero capitano, lo stesso Belinelli che ha sbagliato molto ma si è sbattuto con coraggio nonostante le difficoltà di indossare una maschera protettiva che gli impediva una corretta respirazione. Dagli altri era lecito attendersi qualcosa di più, ma non si può bocciare nessuno, nemmeno Bargnani sacrificato in un ruolo notoriamente non gradito, o Gentile che ha sbagliato troppo ma per lo meno ha avuto il coraggio di farlo. Non è mancato l’impegno, è mancata semmai la lucidità nelle fasi in cui sarebbe stata necessaria.

Il problema è che abbiamo mandato in campo la Nazionale migliore per referenze, ma soprattutto pressoché scontata. Dovrebbe essere il movimento a produrre alternative sufficienti per una vera selezione, ma questo non avverrà finchè assisteremo all’allegro tourbillon di discutibili stranieri il cui unico pregio è quello di costare poco e che non sono in grado di insegnare nulla ai nostri giocatori. Finchè non decideremo – la Lega per prima –, invece di inseguire “promozioni” europee per contratto e non per merito, di valorizzare il nostro prodotto interno, di lavorare sul serio sui giovani come materiale tecnico-atletico utile per irrobustire la propria squadra e non come mezzo per lucrare risorse attraverso i famigerati Nas. Gli incentivi economici per stimolare l’impiego degli italiani non dovrebbero limitarsi ad un puro parametro numerico, ma aggiudicati anche in base al rapporto quantità-prodotti del proprio vivaio-risultati.

E poi ci sono altri aspetti da tenere in considerazione. L’impiantistica in primo luogo: i nostri Palazzetti (pochissimi, due o tre, possono definirsi Palazzi) sono vetusti, antichi, cadenti, superati, piccoli e non accoglienti. Torino, con il suo PalAlpitour, ha dimostrato che una sede comoda e prestigiosa richiama anche per il basket il grande pubblico che, si è visto, ha saputo dimostrare partecipazione, correttezza, competenza, amore e sportività. E fa male pensare alla delusione provata da migliaia e migliaia di ragazzi e di famiglie intere giunte da ogni parte d’Italia, sorprendendo anche il nuovo assessore allo sport di Torino, al punto da fargli auspicare nuove iniziative del genere: guarda un po’, gli eventi internazionali di alto livello producono benefici effetti anche e soprattutto sotto il profilo del turismo sportivo, oltre al valore sociale di un’aggregazione positiva e, almeno per il basket, scevra di ogni forma di violenza.

Questo è uno dei pochi elementi positivi: c’è una base di interesse e di passione assai larga e vibrante. Torino ha confermato una volta di più che la Nazionale ne resta comunque l’unico indiscusso elemento coagulante. La Nazionale è la punta della piramide, ma per sostenere e superare urti e confronti ha bisogno di fondamenta solide. Attenzione ai più giovani, dunque, attenzione alle società di base che offrono la linfa necessaria per la promozione del nostro sport, nuove progettualità, magari informandosi su quali politiche in materia di sport hanno reso Francia e Spagna così competitive, e non solo nel basket, sollecitando dalla politica le iniziative e gli strumenti necessari per una effettiva applicazione.

Sabato il Consiglio Federale dovrà affrontare anche questo tema, sebbene su presupposti ben differenti da quelli che il presidente Petrucci avrebbe desiderato. Ma, forse, questo nuovo fallimento (l’ennesimo degli ultimi dodici anni e, va ancora sottolineato, in tandem con il ridimensionamento progressivo dei nostri club di vertice) si rivelerà utile se saprà portare ad una individuazione delle responsabilità e all’assunzione di provvedimenti adeguati alla gravità e all’urgenza del problema.

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