EuroMaxiBasket, il diario del “Solfro” – The hope journey. Novi Sad

Il racconto dell’EuroMaxiBasket, dal vivo, in compagnia del nostro testimone oculare Marco Solfrini.

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Di Marco Solfrini

The hope journey. Novi Sad.

Viaggio della speranza, così abbiamo deciso di chiamare questa trasferta in Serbia: speranza di riscattare gli ultimi Europei di Ostrava dove, con una partita persa, siamo arrivati terzi, o i Mondiali di Orlando, dove con due perse siamo finiti a distanze interstellari dalle posizioni che contano.

E allora ecco arrivare uno sponsor in più, oltre allo storico CONAD un frizzante “La Versa”, che si palesa con la consegna brevi mano di qualche cartone di bottiglie fuori dal casello di BS Centro, mentre attendiamo l’arrivo di Noli, anche lui new entry nel gruppo, e di Tirel.

Bolla firmata, scatole caricate, compagni di squadra imbarcati, saluti all’attuale legale del gruppo “La Versa” e nostro ex compagno di squadra Merighi e possiamo entrare con stile nel classico piano di coordinamento e logistica che, come ogni volta ci contraddistingue e ci mette in ritmo con la manifestazione.

Quest’anno, per semplificare le cose, abbiamo due pulmini invece del classico pullman, motivi di costi e di agilità hanno consigliato questa soluzione con il corollario di un paio di auto per completare il parco mobile, Ponzoni doveva portare fuori rodaggio l’auto della moglie e Bargna, arrivato a Spinea non se l’è sentita di lasciare il mezzo parcheggiato per una dozzina di giorni sotto il cavalcavia autostradale ed ha scelto di viaggiare con mezzi propri, Carera a carico e alleggerendo i pulmini anche di Bullara e consorte.

A Spinea, appunto. Qui, sotto le ampie volte del Sovrappasso del Passante Mestrino, ridondante allitterazione a cui ci ha obbligato la toponomastica veneta, abbiamo ormai fissato il punto di rendez vous tra i compositi gruppi di ebrei erranti che contribuiscono a formare la nostra squadra. Quindi: pulmino da Pescara, pulmino da Pesaro, auto da Brescia, con auto da Piacenza e Cremona, auto da Pesaro, auto da Cantù con sosta a Milano e Bergamo.

Ma fin qui è andato tutto liscio, la riduzione di parco circolante invece complica un po’ le cose:

-Noi dobbiamo fare benzina-  -Noi andiamo avanti, ci riprendete poi-  -Autista, autista, si fermi all’Autogrill!! Ci scappa la pipì!!!!- -‘Ndo state?- -A venti minuti da Palmanova!- -Noi a Gonars, allora rallentiamo!- -Ma che rallentate, che siete dietro di noi!!!- -Schiaccia quel pedale!!-

In tutto questo tira e molla, siamo in perfetto orario sulla tabella di marcia Tirelliana: alle 13,00, piedi sotto il tavolo, quando… l’imprevisto: un camion, dicasi un intero camion rovesciato proprio sullo svincolo per Latisana, a 5 minuti da Ronchi dei Legionari e dall’Osteria Mariuta a cui anelavano i nostri piccoli, vuoti, brontolanti stomaci.

Tocca arrivare a Udine Sud, fare inversione e rifiondarsi verso il pranzo: 12,5 + 12,5 kilometri di smadonnamenti; io ritrovo il panorama che mi ha accolto per due anni di carriera e un pochino mi si bagna l’angolino dell’occhio.

Pranzo veloce ma sontuoso: d’altronde noi ci muoviamo solo per raggiungere i risultati migliori, e poi si riparte, il passaggio della frontiera Slovena avviene a Fernetti e, visto il posto, tutti ci consigliamo reciprocamente di prendere un caffè, l’ultimo in terra italica, con correzione.

Ponzoni raccomanda a tutti di restare in gruppo e di muoverci assieme, poi scopre che qui non c’è limite di velocità in autostrada e dopo la prima curva lo perdiamo di vista, lo ritroveremo a Novi Sad, dove ci dirà che lui si riferiva a noi, mica a se stesso ad alla sua auto da slegare.

Al riguardo, Tirel ci racconta di un rientro da Lublino, con atterraggio a Malpensa e richiesta di passaggio proprio a Ponzoni, che però andava di fretta.

Tirel sale a bordo, con la borsa incastrata tra le ginocchia e dopo pochi minuti ringrazia il cielo di avere praticamente un doppio airbag perché il tachimetro segnava 240 all’ora e l’autostrada gli sembrava piiiiiiccoola!!! A Lodi telefona alla moglie di partire da Cremona per raccoglierlo a Fiorenzuola. Quando la moglie, dopo 25 minuti arriva a Fiorenzuola lo trova seduto sul guard-rail da 20 minuti, con la borsa al fianco ed una ciotola d’acqua in caso di sete; cacciato fuori dall’auto quasi in corsa; giusto il tempo di salutare Beppe e gli altri due passeggeri, incastrati dall’accelerazione nel sedile posteriore e terrei in volto all’idea di avere davanti ancora 400 km da fare alla velocità della luce.

Sempre dritti fino a quasi Belgrado e poi a sinistra, non è proprio la strada per l’Isola che non c’è, ma le somiglia abbastanza; speriamo contro ogni speranza di farcela per le 21,30 di sera, in modo da poter avere una cena calda, prima del meritato riposo; un’attenta analisi del navigatore però ci disillude: il congegno non tiene conto delle soste nelle dogane e subdolamente sottace il fatto che gli ultimi 45 km saranno non autostradali.

Per quel che riguarda le dogane, tra Slovenia e Croazia non è che scorra tutto questo buon sangue; noi siamo neutrali, ma un paio di auto aperte come quando erano sulla catena di montaggio stanno lì a testimoniare che, se solo gli dovessero girare…

Ad una delle garrite non ci considerano proprio; Esposito, che al momento stà guidando, prima fa un paio di colpetti di tosse, senza smuovere il doganiere, affaccendato in impegni burocratici, poi butta lì un .”Mo, vado eh..-. Infine, piano piano, da buon romano sfila fischiettando verso la seconda linea di stop.

Qui un Croato contesta il passaporto della moglie, non è valido perché la Croazia ha già adottato il nuovo passaporto digitale, meglio la carta d’identità; stupore di Esposito che guarda la moglie, facendo anche un po’ di scena per stimolare la solidarietà maschile del doganiere: hanno fatto i passaporti assieme! Com’è che il suo è valido e quello della moglie no??

Intanto passiamo il confine, poi ci sarà tempo di chiarire: infatti salta fuori che la moglie si è portata appresso per errore il vecchio passaporto e ha lasciato a casa quello nuovo, viene infamata per qualche km ma poi tutto rientra, nella norma: come dice la prima regola del campetto, “no blood, no foul”; nessun ferito, nessun danno e arriviamo, lemmi lemmi in Serbia.

 

Qui cominciano a scarseggiare le luci, sviluppo sostenibile, scarsità di fabbriche di lampioni o paranoia da invasione? Fatto sta che comincia a scarseggiare anche il gasolio e, complice proprio la mancanza di illuminazione, vediamo poco più avanti una pompa di benzina, ma un  volta entrati, incappiamo in una minitrincea che attraversa tutta la carreggiata, con botta fenomenale ai semiassi del pulmino, rifermentazione immediata delle 36 bottiglie di La Versa nel bagagliaio e azionamento del tergicristallo che sparge sul parabrezza quei 3-4.000 insetti che avevamo raccolto finora.

E ci ritroviamo nella Twilight Zone, per quelli che hanno la nostra età, o in Z Nation per i meno attempati: la stazione di servizio è abbandonata, e non da poco tempo, mancano solo i cespugli di pula che rotolano nel vento, non mancano gli ululati di qualche lupo dalle colline vicine, ma soprattutto non manca la sensazione di estraniamento, solitudine e impotenza che ci coglie tutti nel giro di poche decine di secondi.

Cerchiamo subito di reimmetterci nell’autostrada, ma la corsia su cui stiamo viaggiando corre parallela sì, ma separata dal guard-rail e non sembra avere intenzione di tornare nell’alveo della realtà come l’abbiamo conosciuta finora; dopo un paio di centinaia di metri, finalmente riusciamo a lasciare l’universo parallelo in cui eravamo finiti e torniamo in Serbia.

Arriviamo in ritardo per la cena, ci dovremo accontentare di un cestino tipo gamella dell’operaio, ma siamo finalmente sul posto delle nostre future gesta.

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