Il basket in trincea/1 – Un punto di vista sull’eleggibilità degli italiani

Il basket in trincea/1 – Un punto di vista sull’eleggibilità degli italiani

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Si parla in questi giorni dell’eleggibilità dei giocatori nel campionato professionistico. Sul tema apre la discussione il presidente della Giba Marzoli invocando la presenza obbligatoria in campo di almeno un giocatore di formazione italiana come primo step, per passare poi (o arrivare?) al numero di due. A latere lo sostiene in qualche modo il Presidente Fip Gianni Petrucci, con argomentazioni emotive e perciò molto suggestive, affermando che lui va in motorino a vedersi i ragazzi della Stella Azzurra perchè questi lo divertono. Ce ne è per tutti e due. Il problema credo, nell’interesse del movimento e non di una parte di esso, non è di quanti atleti di formazione italiana DEBBANO giocare, ma di quanti POSSANO (nel senso di siano in grado di) giocare senza sfigurare. Provate a chiedere al vicepresidente della GIBA quante volte è rimasto in panchina a favore di giocatori stranieri più scarsi di lui. Chi ha qualità gioca, chi non le ha maledice chi gli sta davanti. Il primo valore da tutelare è la qualità e la competitività del campionato e questa non si asseconda mandando in campo “obbligatoriamente” chi non può farlo, chi non è, per capirci, adeguato al livello agonistico dello stesso. La tv diffonde immagini che contribuiscono a globalizzare il mercato ed a questo bisogna far riferimento se si vuole che il prodotto risulti appetibile e quindi richiesto dai fruitori che sono essenzialmente gli spettatori, i media, gli sponsor ed i clienti pubblicitari in genere, perchè senza di questi, sia ben chiaro, tutto si ridurrebbe al divertimento nel playground sotto casa. I giocatori italiani fanno fatica ad essere competitivi a livello internazionale, come dimostrano i risultati della nazionale sia pur più o meno arricchita di italiani da NBA o “naturalizzati” DOC, per la semplice ragione che tutti, complessivamente, non raggiungono il livello tecnico agonistico che può consentire risultati di vertice a livello internazionale. E questo non perchè gli italiani, nei loro campionati, giocano poco, ma perchè si allenano poco (e male) proprio per questa aspettativa di “protezione”. Già nei settori giovanili diventano tutti “cocchi di mamma” anche da parte delle società, degli allenatori e dei procuratori che, in qualche modo, fanno credere loro, anche molto prima del tempo, di essere dei predestinati ai quali tutto è dovuto. Ed invece l’unica cosa che è o sarebbe loro dovuta è la fatica che ogni allenamento deve comportare. Insomma devono imparare ad amare il dolore che costa la fatica che è l’unica strada che ti porta alla vittoria. Creare una categoria protetta nel professionismo significa di fatto privilegiare quella categoria rispetto ad altre, senza aiutarla a crescere. Faccio un esempio: con l’approvazione della norma che “ha obbligato” le società in alcune categorie a schierare un certo numero di atleti “under”, improvvisamente schierare under, (rigorosamente in panchina perchè se erano buoni erano altrove), costava una bella cifretta a loro vantaggio. Questo ha illuso molti che presto sarebbero diventati professionisti. Accorgersi che, passato lo status di “under”, nessuno li ingaggiava ha creato più di uno sbandamento: i protezionismi creano solo sbandati quando le misure di tutela divengono inefficaci. In campo sportivo come altrove e quel che è peggio contribuiscono a drogare il mercato facendo disperdere risorse preziose. Credo che competere sia il primum movens dello sport e credo pure che obbligare i nostri ragazzi a competere con la concorrenza sia il miglior stimolo che essi possano avere nel loro percorso di formazione prima e professionale poi. Sottrarre loro importanti momenti di confronto ed auto valutazione non li aiuta ad avere una corretta percezione delle loro qualità, dei loro margini di miglioramento, delle loro legittime aspettative di successo. Non bisogna poi dimenticare quella che è una importantissima e decisiva funzione dei settori giovanili: diffondere l’amore per questo sport senza creare illogiche aspettative di protagonismo. La disillusione infatti è uno dei principali motivi di disaffezione. Chi viene illuso di poter diventare un campione poi male accetterà l’amaro responso della disillusione finendo per rifiutare quel mondo che, lui crede, lo ha ingiustamente emarginato. Una funzione importantissima, dicevo, dei settori giovanili è quella di creare futuri spettatori appassionati ed in qualche modo competenti. Se una società ha 500 ragazzi che allena forse, ma solo forse, in 5 anni potrà creare cinque potenziali professionisti, ma certamente può creare 2000 possibili spettatori, che sono un bene ancor più prezioso perchè cinque potenziali giocatori possiamo importarli, duemila spettatori facciamo molta più fatica. Gli spettatori la NBA (cioè gli unici potenziali clienti del business, visto che in NBA gli sponsor non esistono) riesce ad “importarli”, attraverso i media, ma lì l’unico criterio consolidato di ammissione dei giocatori (tolti pochissimi e marginali casi, che trovano giustificazione nel voler coinvolgere realtà etniche locali) è quello del valore assoluto. Quindi capisco e comprendo il dovere “d’ufficio” di Marzoli di tutelare, una determinata categoria, ma noi dobbiamo preoccuparci di un “sistema basket” che funzioni nel suo complesso piuttosto che degli interessi economici di una parte di esso. E veniamo a Petrucci che, come me del resto, ama la Stella Azzurra. Vedere quei ragazzi che corrono, saltano, sudano e non mollano mai è un piacere, anche se non infrequentemente perdono. Ma non è vincere che è importante in quella fase (anche se, ovviamente, vincere è una grandissima forza motivatrice) quanto piuttosto crescere. Probabilmente il Presidente quando va lì e si gode lo spettacolo fa bene e svolge appieno la sua funzione (nello specifico) di spettatore. Perchè se poi parlasse anche con quei ragazzi scoprirebbe che molti di loro non sono romani e alcuni di loro non sono nemmeno italiani, e di solito i migliori sono stranieri attratti dalla qualità formatrice di quella scuola, addirittura per questo disposti a pagare una retta per la formazione atletica, tecnica e scolastica che ricevono. In altri casi invece i ragazzi vengono richiesti di pagare una quota di iscrizione che invece di trovare giustificazione nei processi di miglioramento loro forniti ha l’unico scopo di trovare fonti di remunerazione per società o allenatori che arrotondano lo stipendio o per “spesare” improbabili attività senior di quinta fascia. Value for money. Dobbiamo creare e diffondere in tutta Italia il valore formativo che certe esperienze di eccellenza hanno dimostrato di poter fornire al movimento, non tutelare interessi marginali e di categoria per non dire di casta. La competitività comporta il reclutamento e l’allargamento della base di reclutamento. In una società che si avvia a diventare multietnica ed interrazziale tenere ancora come discriminante il passaporto mi pare anacronistico, antistorico e, non ultimo, controproducente.

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