La battaglia sui defibrillatori ad una svolta: le speranze di una nuova legge, i rischi di non farcela

La battaglia sui defibrillatori ad una svolta: le speranze di una nuova legge, i rischi di non farcela

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Gazzetta e Corriere finalmente ne parlano. La politica, tra mille singhiozzi, un altro passo l’avrebbe fatto, anche se non sappiamo se definitivo oppure no, in avanti oppure no. Intanto una speranza c’è, allora pare proprio difficile restare zitti sulle nostre pagine, visto che da ormai due anni questa nostra battaglia è anche la battaglia di un nostro amico: un papà coraggioso, uno che al dolore lancinante della perdita di un figlio così piccolo non ha reagito chiudendosi in sé stesso, ma anzi ha fatto tutto il possibile per ricordare senza ipocrisie il suo campione. E lo ha fatto sulla base di una convinzione: prevenire i drammi è molto meglio che curarne le ferite, probabilmente invano. Il nostro amico è naturalmente è Massimo Ciotti, papà di Tiziano, guida di una ONLUS oggi attivissima nel basket giovanile (pochi giorni fa si è chiusa la 2a edizione del Memorial “Tiziano Ciotti” con le nazionali di Italia, Francia, Spagna e Polonia Under 16), intitolata a questa stella delle giovanili dell’Anagni Basket scomparsa nel luglio del 2011 a soli 14 anni, ma che non ha retto ad una complicazione cardiaca improvvisa, nel corso di un ritiro a pochi passi da Pesaro. Un morte apparentemente inspiegabile: proprio come quella di tante altre tragedie avvenute sui campi da gioco.   Tante, purtroppo, all’apparenza. Da Curi a Morosini e Bovolenta, e tante che hanno segnato duramente il mondo dello sport. L’ultimo di questi episodi, in Italia, è quello capitato il 14 aprile 2012 al 25enne giocatore Piermario Morosini in occasione di Pescara-Livorno. Il primo, almeno parlando di avvenimenti ai massimi livelli nell’ambito calcistico nazionale, fu invece quello che riguardò Renato Curi il 30 ottobre 1977 durante Perugia-Juventus. All’estero, ci sono state le morti sul campo del 28enne camerun ense Marc Vi-vien Foé, nel giugno 2003, durante la Confederations Cup, del 22enne spagnolo Antonio Puerta, nell’agosto 2007, mentre si giocava Siviglia-Getafe per la 1″ giornata della Liga, e ancora quella del 35enne scozzese Phil O’Donnell, nel dicembre 2007, deceduto in ospedale a seguito di un collasso avuto dopo aver segnato un gol con il Motherwell. Negli altri sport, restando in Italia, ci sono state le tragedie del 37enne pallavolista Vigor Bovolenta, morto in campo, a Macerata, il 24 marzo 2012, e di alcuni cestisti: il 24enne Luciano Vendemini, nel febbraio 1977, durante Forlì-Torino, e il 23enne Davide Ancillotto, nell’agosto 1997, deceduto a una settimana dall’aneurisma occorsogli a Gubbio. Ma domanda: sono tutte morti da imputare alla fatalità, al caso, al destino? Proprio no, detto in franchezza. E gli ultimi casi ci danno un’amara conferma: pensiamo per esempio a Bovolenta, deceduto a 37 anni sul campo da volley il 24 marzo 2012 durante una partita di B2 con la sua squadra, la forlivese «Softer». Il 2 luglio scorso una svolta nelle indagini, e la Procura di Forlì, che ha acquisito poche settimane prima il fascicolo per competenza territoriale, ha chiuso le indagini e chiesto il rinvio a giudizio di due medici sportivi per il decesso di oltre un anno fa. L’accusa dei due pm forlivesi è di omicidio colposo. In sostanza i due imputati non avrebbero capito che Bovolenta soffriva di una grave coronaropatia, e gli diedero i certificati di idoneità sportiva agonistica. Peraltro il campione polesano una decina di anni prima era stato costretto a uno stop di quattro mesi. Storia simile per quanto riguarda l’ex calciatore labronico, morto sul campo dello stadio Adriatico: il 19 aprile è iniziato davanti al gip Maria Michela Di Fine, a Pescara l’incidente probatorio del caso Morosini, con l’esame della relazione stilata dai periti del Gip, Vittorio Fineschi, Francesco Della Corte e Riccardo Cappato deve fare luce sulle responsabilità dei quattro medici, attualmente indagati per omicidio colposo, che si affannarono attorno a Piermario Morosini, quando collassò sul terreno di gioco. Quattro sanitari che, secondo quanto emerso dalla relazione dei periti, a titolo diverso sarebbero ritenuti responsabili dell’omesso uso del defibrillatore, il cui uso «avrebbe dato qualche chance in più di sopravvivere». Alla fine dell’incidente probatorio tutta la documentazione ritornerà nelle mani del Pm Valentina D’Agostino che dovrà decidere l’eventuale richiesta di rinvio a giudizio dei quattro sanitari. Ma al di là dei singoli casi, cercando di trovarne un possibile filo logico, una ragion che ci permetta di andare oltre il dolore, per farne tesoro e costruire un mondo migliore, la domanda è sempre la stessa: se fossero state eseguite procedure ad hoc, preventive e di trattamento sul posto, gli atleti si sarebbero potuti salvare? E soprattutto: quale regolamentazione esiste in Italia per quanto riguarda la rianimazione per gli arresti cardiaci in campo? C’è l’obbligo dei defibrillatori negli stadi e nelle strutture sportive? LE NORME FINO AD OGGI Nel nostro Paese una legge esiste, ma in sostanza non impone alcunché. E’ il volontariato che ha portato il mezzo salva vita nelle manifestazioni sportive, anche se, per quanto riguarda il calcio, i defibrillatori sono di fatto richiesti per poter effettuare una partita. Lo prevedono i piani sanitari predisposti delle società calcistiche e che devono essere comunicati alle questure. Una non legge, quindi. Dal marzo 2011, tuttavia, un decreto dei ministeri della Salute e dell’Economia ha regolamentato la diffusione degli apparecchi e promosso la realizzazione dei programmi regionali a tale scopo. A loro volta, le regioni hanno presentato i programmi al dicastero e quest’ultimo ha stanziato 4 milioni di euro per il 2010 e altri quattro per 2011 e 2012. Le altre due tranche del finanziamento sono legate alla presentazione, da parte delle singole regioni, delle relazioni sulle tre fasi di attuazione del programma e alla loro valutazione positiva dal Comitato Lea. Obiettivo? Avere una mappa nazionale sul numero e la distribuzione dei defibrillatori sul territorio. Ad oggi, però, in attesa che la procedura di finanziamento faccia il suo corso, in Italia ci sono solo 6mila defibrillatori, peraltro distribuiti in modo non omogeneo lungo lo stivale e messi a disposizione per lo più da associazioni ONLUS e di volontariato. Quanti ne servirebbero invece? E’ stato calcolato che in una regione con 5 milioni di abitanti dovrebbero essere disponibili almeno 5000 defibrillatori. Numeri impietosi, visto che dovrebbero essere sessantamila, e visto che il loro utilizzo sarebbe fondamentale per salvare quello 0,7 per cento per cui lo screening cardiovascolare non basta. Eppure oggi, stando all’ufficialità, non c’è una legge che renda gli apparecchi obbligatori. LA SPERANZA Come si è visto tra il 2010 e il 2012 si è mosso tanto, per nulla. Oggi però potrebbe essere un giorno importante per la salute, più che per lo sport italiano. Perchè proprio in queste ore entra in vigore il decreto su certificati sportivi e defibrillatori firmato il 26 aprile scorso dall’allora Ministro della Salute Renato Balduzzi insieme con il Ministro per lo Sport Piero Gnudi. La data è importante: due giorni dopo, 28 aprile, sarebbe entrato in carica in carica il Governo presieduto da Enrico Letta. Ricordiamo anche che l’adozione del decreto era prevista addirittura dal decreto Salute e sviluppo del 13 settembre 2012, ma se “Parigi val bene una messa”, i punti cardine del documento hanno meritato la pazienza e l’attesa: l’uso di un defibrillatore e le visite mediche per ottenere il certificato per praticare un’attività sportiva. Per intenderci il classico certificato medico di “sana e robusta costituzione” è stato cestinato, ma soprattutto le società – sia dilettantistiche sia professionistiche – dovranno dotarsi di defibrillatori semiautomatici. Sono escluse le società dilettantistiche che svolgono attività a ridotto impegno cardiocircolatorio. Le società professionistiche hanno 6 mesi di tempo per adeguarsi, quelle dilettantistiche 30, cioè fino a ottobre 2015: Gli oneri sono a carico delle società – il costo dell’apparecchio va dai 1270 ai 2000 euro circa – ma le società, se operano nello stesso impianto sportivo, possono associarsi tra loro oppure possono accordarsi con i gestori degli impianti affinché siano questi a farsene carico. Dovrà essere presente personale abilitato a usare l’apparecchio e pronto a intervenire. Il defibrillatore deve essere facilmente accessibile, adeguatamente segnalato e sempre perfettamente funzionante. Con questo decreto inoltre, tornando “a bomba” sulla questione documenti, il certificato si duplica: a) per l’attività sportiva amatoriale; b) per l’attività sportiva non agonistica. a) Riguarda le persone non tesserate. Tutto come prima per gli uomini fino a 55 anni e le donne fino a 65 in buona salute: visita da un qualunque medico e certificato che avrà valenza biennale. Per i più anziani: visita da un medico di medicina generale, o un pediatra o un medico dello sport ma sarà necessario un elettrocardiogramma a riposo e eventualmente altri esami a seconda del giudizio clinico. Il certificato vale un anno. Tale restrizione vale anche per tutti coloro che hanno malattie particolari certificate tipo glicemia alta e diabete, per capirci. b) Riguarda i tesserati non considerati agonisti e gli alunni che svolgono attività fisico-sportive organizzate dalle scuole: per loro, come per i vecchietti, visita medica, misurazione della pressione arteriosa e elettrocardiogramma a riposo. Accertamenti supplementari per chi si dedica alle gare podistiche oltre i 20 km o alle granfondo di ciclismo, nuoto o sci. Visita medica più accurata per chi è affetto da patologie croniche: il certificato non può superare l’anno e può avere valenza anche inferiore. Nulla cambia per il professionista. Va da sé che gli esami specifici e gli elettrocardiogrammi saranno tutti a carico dell’aspirante sportivo.

FONTE: Archivio Fotografico Senato della Repubblica
I RISCHI DI NON FARCELA. ANCORA UNA VOLTA Lo sport fatto con serietà costa di più: ma ne va della salute di ognuno. Ma se non lo si permettesse? In realtà, il decreto di cui abbiamo esaminato i principi più importanti, entra in vigore solo a a 15 giorni dalla sua pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale. E già domattina un emendamento al Decreto del Fare in Senato chiederà uno spostamento della riforma di 30 mesi e l’apertura di un tavolo di «chiarimenti». Se Palazzo Madama dicesse sì, il Decreto tornerebbe blindato alla Camera. A quel punto, del testo iniziale, resterebbe di fatto solo l’obbligo dei defibrillatori nei tempi stabiliti: due anni e mezzo per le società dilettantistiche, sei mesi per quelle professionistiche. Anche su questo però il Decreto è criticato: c’è chi avrebbe preferito l’obbligo per il gestore dell’impianto e non per la singola società dilettantistica spesso a corto di risorse. Il rischio della confusione è in agguato: perché il Decreto, magari grazie a qualche evento esterno, vedi un’improvvisa accelerazione verso la crisi di governo, potrebbe salvarsi. Per vivere però in attesa di sfiducia. E la vicenda è di quelle su cui non si può scherzare: ne va di milioni di persone, a cominciare dagli studenti, e via via fino a Federazioni ed Enti di promozione. Il problema è che per una corrente di pensiero, un esame “costoso a carico delle famiglie e sulla cui efficacia nella prevenzione la comunità scientifica nutre fortissimi dubbi”, secondo ex presidente dell’Uisp Filippo Fossati, oggi Senatore e firmatario n°1 sull’ODG che inviterebbe al rinvio. Si accusa il Decreto di genericismo nella divisione della popolazione sportiva fra attività amatoriale, non agonisti (per gli agonisti le regole non cambiano), intanto la politica e le sue querelles rischiano di rendere ancora più contraddittoria una situazione che già lo é, visto che si contesta una legge al suo primo giorno di applicazione. Intanto c’è chi aspetta, e sono tanti: abbiamo 6 milioni di atleti agonisti e 20 milioni di non agonisti o di coloro che fanno dello sport un’attività ludico ricreativa. L’obbligatorietà della certificazione e degli esami è come revisionare un motore al banco prima di metterlo su strada. E poi si possono evidenziare patologie in anticipo, è un aspetto non secondario. Un aspetto su cui bisogna intervenire e fissare una buona volta punti fermi. Fatelo, per favore.

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