Mondiali MaxiBasket, Il Diario del Solfro – Verso Orlando, il viaggio

Mondiali MaxiBasket, Il Diario del Solfro – Verso Orlando, il viaggio

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Nonostante sia locata dall’altra parte del mondo, longitudinalmente parlando, e a 6300 km di distanza dalle terre avite dei vostri eroi; questa, rispetto per esempio ai Mondiali di Natal, sarà una manifestazione all’insegna dell’umano, perlomeno dal punto di vista degli orari di viaggio.

Levata alle 6 per raccogliere i Cremonesi al casello ed metterci in strada per Malpensa, traffico minimo, vista anche la data e un paio di deviazioni turistiche all’altezza dell’EXPO 2015: perché farsi mancare un’occhiata generale ai padiglioni dal cavalcavia, quello sbagliato, dell’autostrada?

Del resto, quelli che posano i cartelli indicatori a Milano sono stati così geniali da indicare l’uscita per l’aeroporto di Malpensa solo all’immediato imbocco dello svincolo, dimenticandosi di segnalare la stessa cosa alla biforcazione precedente; col bel risultato che se non ricordi di dover prendere per Como/Chiasso, vedi sfilare l’uscita oltre un insormontabile guard-rail: alla faccia del sostegno al turismo e dei milioni di biglietti venduti per EXPO.

Ma la saggia previdenza sull’orario di partenza e l’abilità dell’autista: io, nel riacciuffare la giusta direzione, ci permettono lo stesso di essere lasciati dal bus navetta del parcheggio al secondo degli ingressi per il check-in con ampio margine; entrando però, scopriamo che siamo davanti ai banconi numerati dal 6 al 10, il nostro è il numero 24, cioè esattamente dall’altra parte dell’aeroporto: a questo punto nemmeno la saggia decisione di partire presto può far nulla, tocca correre! e qui vengono buoni i giri di campo della mia pagina precedente.

Alla spicciolata, tra pacche sulle spalle e abbracci, ci si ritrova tutti nella fila per il biglietto, coi soliti patemi d’animo per il peso dei bagagli, anche perchè ormai la politica delle compagnie aeree è quella di farti pagare supplementi esorbitanti per ogni minimo sgarro dal contratto base e rendere il contratto base quasi impossibile da rispettare: ad esempio, sapere che nel bagaglio a mano uno non può mettere più di 7 kg, quando il trolley o la valigetta da soli ne pesano 3 è come per un pivot in corsa ricevere la palla mentre gli si para davanti un difensore: pura istigazione al suicidio. Se poi questo pivot deve portarsi dietro anche un computer, perchè tiene un diario della manifestazione, è peggio che tentare di risolvere il cubo di Rubick: è una doppia istigazione al suicidio. Me la cavo con un trolley stivato col PC, il suo caricabatterie, un paio di mutande e le scarpe per la partita,.

L’idea quando viaggio, memore di quelle due o tre volte in cui mi hanno smarrito le valige, è di avere nel bagaglio a mano un cambio di vestiti completo e il set minimo di sopravvivenza nella società civile: rasoio, schiuma e dopobarba, un libro e il caricabatterie del telefono; il tutto per poter resistere quel paio di giorni che, in caso di ritrovamento delle valige, servono per farle tornare in mio possesso. Questa volta la dotazione comprendeva anche il set da partita: visto che le maglie ed i relativi accessorii sarebbero stati forniti dalla squadra, calze, sospensorio, sottomaglia (a Orlando si giocherà con l’aria condizionata a palla…) e scarpe da gioco: in caso di smarrimento bagagli sarei stato in grado di giocare senza problemi.

Ma al controllo casalingo del peso eravamo largamente oltre il margine ammesso: ovviamente ho subito tolto il cambio d’abiti civile, ma si limitava ad un paio di calzoni corti, una maglietta e relativi accessori, ben povera cosa! quindi ho dovuto levare anche tutto quello che non era strettamente indispensabile, sfogliando il carciofo bratta a bratta fino alla conformazione extra light precedentemente esposta.

Il ragionamento è stato: mutande: vanno bene anche per giocare e sono l’unico oggetto d’abbigliamento veramente indispensabile dopo un viaggio di 24 ore; scarpe da gioco, sono l’altra unica cosa altrettanto indispensabile; calze, alla disperata le posso comprare là; sottomaglia, per una partita posso anche reggere, male che vada gioco con la maglia di scorta sotto quella di partita; il computer non lo lascio in valigia nemmeno morto… all’andata, per il ritorno si vedrà.

Ed eccoci all’emissione della carta di imbarco, su un aereo da 400 posti, ma senza la possibilità di avere una singola coppia di sedili affiancati; alla notizia guardiamo lungamente negli occhi gli addetti al check-in, ma questi ricambiano tranquillamente lo sguardo, ribadendo che non hanno nessuna serie di due posti adiacenti a disposizione: sembra impossibile ma quasi tutti gli altri passeggeri hanno prenotato il posto a sedere e dovevano essere tutte famiglie allargate, che hanno occupato l’intera cabina a macchia di leopardo lasciando liberi solo posti singoli sparsi qua e là.

Quindi dovremo ricorrere al solito spirito di adattamento italiano: una volta saliti a bordo, intimidire fisicamente i vicini di sedile, per spingerli a chiederci di scambiare il posto con uno di noi e poter così riformare coppie altrimenti costrette a viaggiare divise.

Rullaggio e prime informazioni in Inglese e… in Italiano! dai piloti, subito ci mettono a nostro agio segnalndoci che siamo seduti all’interno di un Boeing 747… no! 777! Subito ci chiediamo se li hanno portati al posto di guida bendati o se hanno fatto il corso di pilotaggio a Pensacola, come i dirottatori delle Twin Towers, anche perché dobbiamo fare tappa a Newark, cioè nelle immediate adiacenze di New York!

Incrociamo le dita, ci affidiamo allo stellone e affrontiamo il primo incontro con lo stile Americano: in 9 ore di viaggio ci portano da mangiare 4 volte: due pasti completi e due snacks, bevande libere, tranne coktails e superalcolici, visione di films a piacere e aria condizionata a livello ostico, senza possibilità di regolazione: tenuto conto che l’orologio avanzerà solo di 3 ore a causa del fuso orario, ci sentiamo un pochino come delle oche allevate per il fois gras e poi ibernate per le generazioni future.

Mezz’ora prima dell’atterraggio ci viene consegnato il solito foglietto da compilare per la Polizia di frontiera: qualche Detective della suddetta Polizia deve essere stato in Italia e aver assistito a uno dei pezzi di cabaret incentrati sulle domande a cui si deve rispondere, perchè quelle più ingenue e inutili, se non per aumentare la pena in caso di comportamento non conforme a quanto dichiarato (tipo: avete intenzione di organizzare un attentato sul suolo Americano?), le hanno tolte.

La compilazione viene complicata da un giro di montagne russe offerto gratuitamente dai due piloti, forse non si trovavano completamente a loro agio coi comandi del 777, dopo che si erano preparati a pilotare un 747; non ci lamentiamo più di tanto: con quello che minacciano di costare gli ingressi ai parchi di Orlando, avere un giro di giostra gratis è quasi un piacere.

A Newark abbiamo il controllo doganale, ci sono più poliziotti che passeggeri ed ognuno dei poliziotti ha la propria idea di dove vada indirizzata la fila d’attesa, così veniamo divisi, allontanati e poi rimescolati tra paletti e nastri che si spostano peggio che le celle di quel film labirintico e pieno di trappole che vidi qualche anno fa, anche adesso come allora vengo colto dall’ansia e comincio a guardarmi attorno in attesa di improvvisi raggi laser, di lame tagliatutto o di gas assassini.

L’unica pescata random per un controllo del bagaglio a mano è la mia compagna, che in quel momento ha tra le mani il mio trolley; cerco di tornare indietro per dare una mano, ma manca poco che mi puntino addosso una pistola o un taser: non è ammesso tornare sui propri passi e avvicinarsi, non invitati, all’area del controllo doganale; così lei se la deve vedere da sola quando l’ispettrice, aperta la mia valigia, invece di smuovere biancheria intima di pizzo o cosmetici assortiti, si ritrova davanti ad un paio di scarpe taglia 49,5 e delle mutande decisamente poco femminili. Subito fioccano domande su chi ha preparato la valigia o se per caso qualcuno gliel’abbia data prima della partenza, ma lei spiega l’arcano e se la cava, anche perchè ha un sorriso disarmante, solo con una ramanzina sul fatto di dover girare ammanettata alla propria valigia o di dover ammanettare mè alla mia.

Superate le forche caudine della Custom americana, ci aspettano cinque ore di attesa in una hall dove ci sono sei negozi di souvenir, abbigliamento e bazar e nove bar, trattorie, ristoranti e fast food. Quello dove ci fermiamo per far trascorrere un po’ di tempo ha un Ipad ad uso gratuito davanti ad ogni sedia: totale 50 Ipad che servono sia a fare le ordinazioni che a muoversi tra i propri vari accounts in internet, poi si lamentano se la gente è alienata!?!

Altre tre ore di volo e arriviamo a Orlando: fila per la registrazione del noleggio del SUV che ci servirà per gli spostamenti, finalmente consegna del van con le seguenti parole:- ce ne sono quattro, prendete quello che vi piace di più-. Benvenuti in America, terra delle opportunità e dell’ottimismo.

Di navigatore neanche a parlarne, quindi ci affidiamo al buon vecchio Maps del telefono di Sinelli e finalmente arriviamo in albergo; guardo l’orologio, sono le 5 di mattina, ora italiana: siamo in viaggio da praticamente 24 ore, per un gruppetto di abitanti di Villa Arzilla come noi, si è trattato di una passeggiata.

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