Rebound – La storia di “The Goat”

Rebound – La storia di “The Goat”

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Ultima puntata della rubrica dedicata ai grandi film sulla pallacanestro!

Earl Manigault per tutti era semplicemente the G.O.A.T. , the Greatest Of All Time!!

For every Michael Jordan, there’s a Earl Manigault. We all can’t make it. Somebody has to fall. I was the one.

The G.O.A.T.

Fonte web partner: www.ciuff.it

 La maggior parte di voi, ne sono sicuro, conosce già tutto del personaggio e delle sue leggendarie imprese nei playground newyorkesi. Per quei pochi che invece ne hanno solo sentito parlare, o peggio non lo conoscono proprio, consiglio  di vedere Rebound – La vera storia di Earl “the Goat” Manigault.

Eriq La Salle nel suo film del 1996, racconta la vita, la leggenda, la caduta e la risalita di un ragazzo col basket nel sangue, destinato a diventare il re di Harlem.

Il film inizia con un’intervista a Kareem Abdul-Jabbar nel giorno del suo addio al basket giocato. Il giornalista gli chiede di fare un solo nome su chi sia stato il più grande giocatore di basket incontrato in carriera. La risposta?  “Beh, se devo fare solo un nome..accidenti..può essere solo the Goat”.

Poi le immagini tornano indietro al 1959, ad Harlem, dove il giovane Earl (interpretato da Don Cheadle), si allena e gioca ogni giorno nel campetto del quartiere, sempre con i pesi attaccati alle caviglie per potenziare i muscoli e poter colmare il divario di altezza che lo svantaggiava. Sono anni difficili ma nello stesso tempo spensierati, nei quali Earl ben presto si fa conoscere e rispettare nei vari playground della grande mela. La gente arriva da tutta N.Y.C. per ammirare le sue gesta, le sue azioni spettacolari: Goat riesce a saltare così in alto da prendere i soldi posati sopra il tabellone, inventa la  “DOUBLE DUNK”, con la quale schiaccia prima con una mano e poi con l’altra rimanendo in aria, a poco a poco diviene una leggenda di tutta la Big aplle, immarcabile per chiunque.

Proprio su quei campetti entra in contatto con un personaggio molto influente nel mondo del basket del tempo, Holcombe Rucker, che per lui sarà un vero e proprio padre. Grazie a lui va via da quel posto pieno di cattive tentazioni ed entra alla Johnson C. Smith University dove si dedica agli studi senza tralasciare l’amore per la pallacanestro.

Quando la carriera di Earl sembra in rampa di lancio, all’improvviso le cose cambiano: i dissidi col nuovo allenatore, ma soprattutto l’improvvisa scomparsa del suo amico-padre Holcombe Rucker, lo fanno precipitare nel periodo più buio e critico della sua vita.

Abbandonato il basket torna ad Harlem dove ben presto cade nel vortice dell’alcool e della droga. In questo periodo compie atti criminosi per i quali diventa un frequentatore abituale delle prigioni newyorkesi, ma è proprio in una di queste occasioni, nel punto più basso della sua vita, che Goat trova in se la forza di reagire.

Infatti leggendo un libro di cui ignorava l’esistenza, contenente un intero capitolo dedicato alle proprie gesta, (“The city game” un best seller di Pete Axthelm, da molti considerato la vera bibbia del basket),  Goat riprende in mano la propria vita, affronta e sconfigge i propri demoni e decide di aiutare i giovani del suo quartiere a non rovinarsi con le proprie mani come era capitato a lui stesso.

Il rispetto guadagnato sul campo era ancora nella mente addirittura di un boss della droga, che non aveva dimenticato cosa the Goat avesse rappresentato per tutta Harlem, dandogli la possibilità di utilizzare il Rucker Park liberamente senza che nessuno lo potesse toccare, in modo che Earl potesse realizzare quello che era il sogno dell’indimenticato signor Holcombe Rucker, regalare ai giovani di Harlem un posto dove poter giocare a basket al riparo dalla droga e dagli altri problemi del quartiere.

 

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