Speak&Roll, di Franco Montorro – 18 gennaio: una data, quattro assi

Speak&Roll, di Franco Montorro – 18 gennaio: una data, quattro assi

Commenta per primo!

«A 72 anni ti trovi a pensare di essere più di là che di qua». Parole di Alberto Mattioli, una vita per il basket che oggi compie gli anni, nello stesso giorno di altri tre protagonisti della pallacanestro italiana. Storie che a volte si intrecciano, altre meno e delle quali mi piace tornare a parlare, perché si tratta di vicende esemplari, di persone esemplari: cioè da prendere ad esempio.

Il “primo” Mattioli è quello del Treviglio, al massimo in B o come si vuol chiamare nel corso del tempo il terzo campionato. L’ultimo  quello del grande lavoro nel Comitato regionale lombardo, numericamente e non solo il più importante. In mezzo, per più di dieci anni, il ruolo da responsabile del settore squadre nazionali nel periodo forse più fertile del basket azzurro: oro, argento e bronzo agli Europei, argento alle Olimpiadi. E Mattioli c’entrava eccome in tutti quei successi, da capo delegazione: che significava fare gruppo e consentire a tecnici e atleti di pensare a fare solo due cose: allenare e giocare.

Dino Meneghin, nato ad Alano di Piave il 18 gennaio 1950, di quella Nazionale maggiore diventò Team Manager, Mattioli c’era già e portò in azzurro tutto il suo carisma di cestista più famoso (e bravo) di sempre. Per intenderci: se un Belinelli campione NBA in un supermercato a Bottanuco può essere riconosciuto da tre persone su dieci, dato a caso, Meneghin da Cormayeur a Lampedusa lo conoscono tutti. Inutile ricordare che cosa ha fatto da giocatore ed è stato anche un uomo di transizione nel sofferto periodo post Maifredi in Federazione. Dinomito, anche per questo.

A Varese Meneghin ha vinto molto, ma non quello scudetto del 1976, perso in casa a inizio aprile contro una Sinudyne Bologna che a Masnago non gioco “la” partita perfetta solo perché da quella vittoria – la sua prima dopo 20 anni e la prima dopo il dominio del triangolo Milano, Varese, Cantù – ne sarebbero arrivate altre. Ma quel giorno, 4 aprile, l’uomo decisivo fu Marco Bonamico, nato a Genova il 18 gennaio 1957 e dunque appena dicianovenne. Per ragioni di falli, Dan Peterson lo dovette buttare in campo contro Bob Morse e accadde l’impensabile: Bonamico marcò alla perfezione il cecchino di Varese, uno dei più grandi giocatori nella nostra Serie A, beccandosi anche tre sfondamenti che cambiarono volto alla gara.

Quattro anni dopo, a Udine, il 18 gennaio nasce Massimo Piubello: passione pura per la pallacanestro, da dirigente, come da produttore di abbigliamento sportivo e come organizzatore di eventi cestistici in tutto il Friuli Venezia Giulia. Definirlo uomo della vecchia guardia potrebbe sembrare un attributo senatoriale, invece lui rappresenta un po’ quella generazione fra i 50 e i 60 che aveva tutti gli strumenti per fare bene, a partire dall’istruzione di base, e che bene ha fatto, ma che per una ragione o per l’altra in Italia non ha mai avuto la considerazione che meritava. Abbiamo un Presidente del Consiglio di 40 anni e non abbiamo mai avuto nessun presidente della Repubblica nato nella Repubblica Italiana, cioè dopo il 1946. 17 anni fra Alberto Mattioli e Massimo Piubello e i migliori anni della mia pallacanestro li ho vissuti anche grazie a loro quattro. Grazie.

0 commenti

Commenta per primo!

Inserisci qui il tuo commento

Recupera Password

accettazione privacy