Speak&Roll, di Franco Montorro/43 – Fattore campo nei playoff: sicuri che lo faccia solo il pubblico?

Speak&Roll, di Franco Montorro/43 – Fattore campo nei playoff: sicuri che lo faccia solo il pubblico?

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I playoff scudetto sono ancora relativamente lontani, quelli per l’anello NBA imminenti e su quest’ultimi l’opinione comune è che i pronostici li sbaglia solo chi non li fa. Certo, il grado di approssimazione è limitato, ma nessuno di qua e di là dall’Oceano si sogna di dare tutto per scontato. Accadeva così anche in Italia, nel periodo d’oro del nostro boom cestistico per una trentina di campionati che si concludevano quasi sempre in maniera combattuta dopo essere partiti con più di una candidata al titolo. Ci sono state situazioni di vittoria per una squadra partita dal quinto posto della griglia stabilita dalla stagione regolare, così come clamorose sconfitte anche molto anticipate. Dal 2007 viviamo in regime di monopolio, anche se con dominatori diversi: facciamocene una ragione anticipata anche quest’anno.

Tornando negli USA, molti dei detrattori di quel sistema pallacanestro usano come un cavallo di battaglia la stagione regolare lunga e quindi diluita, per non dire annacquata, in molte gare dall’importanza relativa e dunque spesso snobbate in maniera più o meno latente da chi in un determinato periodo vuole praticare quel turn over che nel calcio è d’obbligo, ma che per la religione NBA sarebbe blasfemo anche solo a pensarlo, figuriamoci a dichiararlo apertamente. La stagione regolare è in effetti un lunghissimo rodaggio per le migliori, anche se pubblicità e marketing che la fanno da padrone non consentono praticamente mai sbracamenti, perché il pubblico merita rispetto anche se tutti sanno bene che a volte una gara dura uno o due quarti d’impegno. E’ tutto il resto non è noia, per fortuna, perché quando cala la cifra tecnica con l’ingresso in campo di comprimari, magari c’è la compensazione dell’agonismo da parte di chi si vuole mettere in mostra in quei minuti che saranno anche “tempo di spazzatura”, ricordando che spesso i rifiuti nascondono sorprese di valore.

I playoff sono più intensi per natura, sono un concentrato di svariati fattori per un paio di mesi che continuano i precedenti sei di stagione regolare (nella NBA), dopo averli azzerati. E fioriscono le battute in stile “Quando il gioco si fa duro”, vedi la celeberrima, attribuita a Bill Fitch «Chiedete a una matricola la differenza tra stagione regolare e play-off. Vi dirà che nei play-off non ha giocato».

Un aspetto dei playoff che non dico sopravvalutato, ma certamente non sempre interpretato in maniera corretta è quello riservato all’importanza del fattore campo. Che esiste, sì, ma non solo esclusivamente legato – pensiamo soprattutto all’Europa – al concorso del pubblico in casa “sesto uomo in campo”. I playoff sono favorevoli alla squadra che gioca nel suo impianto anche per altre ragioni fondamentali, che io raggrupperei e riassumerei in due parole: consuetudine e familiarità.

Riferite alle abitudini che non cambiano se si gioca nel proprio impianto e con la migliore conoscenze del proprio palasport, quando non esistono ovviamente due impianti uguali per quello che riguarda contemporaneamente, ad esempio, la durezza del parquet o degli anelli, la tipologia di illuminazione, la posizione di certi elementi come gli striscioni ma anche umani, tipo lo spettatore tifoso sempre a quel posto. Si chiamano “ancore”, perché funzionano come punti fissi di riferimento. Preziosi e rassicuranti, come la coperta di Linus o anche solo inconsciamente come percorrere la strada di casa anziché un’autostrada lontana.

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