Speak&Roll, di Franco Montorro/44 – Dai tiri al tabellone… ai giri con le tabelle

Speak&Roll, di Franco Montorro/44 – Dai tiri al tabellone… ai giri con le tabelle

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Una volta si diceva che a Primavera tornavano le rondini, ma erano ancora i tempi in cui si tirava al tabellone, usanza ormai desueta, come ben si precisa (e si rimpiange) www.lavagnatecnica.it quando sostiene che «l’evoluzione – o meglio, la moda – del gioco ha progressivamente posto in secondo piano un tiro che meriterebbe invece ben altra considerazione e di essere sempre in prima fila fra le scelte di qualsiasi giocatore che si appresta all’esecuzione di un gesto che manda in fibrillazione il pubblico ed è un’essenza primaria del basket. Il tiro al tabellone, sia esso da sotto o da fuori, pare essere – per non dire è – declassato ad un ruolo secondario, nonostante assicuri elevate percentuali di realizzazione. Tant’è che lo si vede eseguito occasionalmente – anche quando, invece, dovrebbe essere la scelta prioritaria – o sotto la pressione esercitata dalla necessità di un recupero del punteggio, vale a dire in extremis con l’etichetta di “tiro della disperazione». Ne possiamo riparlare, mentre qui e ora rileviamo che puntuale come il trascorrere delle stagioni, almeno sulla carta, arriva proprio da fine marzo il periodo delle tabelle.
Accade in tutti i campionati di tutti gli sport di squadra e riguarda più o meno tutte le contendenti ancora in lotta per un obiettivo, a qualsiasi livello. Il meccanismo è noto e semplice: si dà un’occhiata al calendario e si fanno pronostici per indovinare come e quanto potrà muoversi la classifica di un determinato gruppo e delle sue avversarie.
“Tabella alla mano”… Si parte più o meno sempre così e i quotidiani godono nel proporre questi elementi che oltre a spezzare la rigidità dell’impaginazione tradizionale fanno sempre discutere, riflettere, provocare. Contemporaneamente riparte la brutta fiera dei giri di parole e delle frasi fatte, con responsabilità divise fra chi dichiara e chi trascrive, quindi fra allenatori/giocatori/dirigenti e giornalisti. Qualche esempio?
«A Bologna (Milano, Sassari ecc.) per vincere». Certo, il regolamento del basket non prevede il pareggio e dunque è difficile immaginare che uno vada in trasferta per perdere (e se lo vuol fare, per ovvie ragioni non le dice).
«Ci aspettano cinque finali». O tre o quattro, che vuol dire mettercela tutta ma anche, probabilmente, che in precedenza l’impegno era stato quantomeno inferiore al bisogno.
«Il nostro pubblico»: elemento fondamentale per diverse, possibili frasi accomunate dalla ruffianeria verso i tifosi, elevati al ruolo di fattori fondamentali, così magari se ne ricorderanno nel momento dell’insuccesso.
«Ci vogliono cuore e attributi». Il cervello può restare sconnesso, oppure potrebbe sì, andare in automatico, se nel corso della stagione fosse stato fatto il dovuto in allenamento, da un punto di vista fisico che tattico (la tecnica, beh, quella ormai appartiene al tempo delle rondini).
Come vedete, mescolando anche a caso questi elementi potremmo già imbastire un’intervista immaginaria, ad un coach o ad un giocatore, comunque verosimile quanto tutte quelle che vengono proposte nel periodo delle tabelle. Ovvero, parafrasando Karl Max, “l’ovvio dei popoli”.

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