Speak&Roll, di Franco Montorro/47 – Uomini da playoff: canestri da leggenda e una grande beffa

Speak&Roll, di Franco Montorro/47 – Uomini da playoff: canestri da leggenda e una grande beffa

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Una quarantina di anni fa la rivoluzione dei playoff cambiò non solo la pallacanestro, ma gran parte dello sport italiano, che si ritrovò a dover disegnare nuove formule oltre alla classica del girone all’italiana con partite di ritorno. Sistema che fino a quel riduceva spesso a due soltanto le gare-scudetto e infatti nei trent’anni del dopoguerra e prima del rovesciamento epocale delle regole il tricolore era stato una questione esclusiva fra Milano e Varese con gli inserimenti antichi di Virtus Bologna e quello sporadico di Cantù. I playoff mandarono tutto all’aria, perché rimettevano in discussione le recentissime gerarchie azzerando quella che fu definita stagione regolare, come se il proseguio fosse invece – e davvero, lo era e lo è – qualcosa di straordinario, nell’accezione del termine: fuori dal comune.

All’inizio lo stacco sembrava poter essere mitigato da una formula ibrida a gironi che per due anni premiò però le uniche superstiti alla diarchia Ignis-Simmenthal; le già citate Bologna bianconera e Cantù. Dal 1976-1977 si iniziò a giocare con il sistema canonico ancora in vigore e guarda caso fu una doppietta per Varese. Cambiare tutto per cambiare niente? All’apparenza, albo d’oro alla mano, sì; ancora per qualche anno. In realtà la lotta per lo scudetto si allargò subito ad altre realtà, ma sopratutto e chance tricolori iniziarono ad essere divise fra più squadre e ovviamente anche fra quelle che partivano per così dire di rincorsa, addirittura il quinto posto per un certo periodo di tempo venne considerato quasi il piazzamento ideale per guastare le feste alle più altolocate in partenza.

Altro “ramo” di interesse nell’albero genealogico dei playoff: il peso dei giocatori italiani. Spesso decisivo e da subito, come a dire che la mutazione da animale dei canestri con caratteristiche prima spalmate e poi concentrate sulle gare fu rapida. Particolarmente a cavallo degli anni 70 e 80 c’era un gruppo ristretto ma nemmeno troppo di protagonisti quasi “tagliati” per le gare senza ritorno: da Villalta a Premier, da Zanatta a D’Antoni e naturalmente Dino Meneghin sulle due sponde di Varese e di Milano. Più campioni del normale e del dovuto quando la palla scottava. Certo, ci sono stati anche stranieri altrettanto decisivi, uno su tutti e per tutti Bob McAdoo anche se il giocatore simbolo dei playoff è probabilmente Danilovic e non solo per la sublimazione del canestro vincente rappresentata con il famoso tiro da 4 in gara5 del 1998, perché nella prima esperienza virtussina, con tre scudetti in tre campionati, di Sasha resta ad esempio memorabile una sua raffica di canestri contro Cantù, nel 1993.

Mentre il “non canestro” più famoso resta quello non convalidato a Forti allo scadere di Livorno-Milano nel 1989, appena preceduto, qualche minuto prima, da un famoso recupero in tuffo di McAdoo per l’Olimpia. La Libertas fu campione per poco tempo, anzi non lo fu mai perché gli arbitri quel canestro non lo convalidarono mai, ma nella bolgia successiva all’invasione dei fans labronici, convinti di essere entrati nella storia, la decisione contraria fu comunicata dagli spogliatoi. E Livorno nella leggenda entrò sì, ma dalla parte sbagliata.
Quello che non successe g

Quasi dieci anni fa al Forum quando su un tiro a fil di sirena di Ruben Douglas l’instant replay confermò la decisione arbitrale di giudicare valido il canestro-scudetto per la Fortitudo.

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