Speak&Roll, di Franco Montorro/64 – Grandi maestri… e grandi problemi irrisolti

Speak&Roll, di Franco Montorro/64 – Grandi maestri… e grandi problemi irrisolti

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Nei primi anni della mia carriera da giornalista ho avuto la fortuna di ricevere insegnamenti da tre grandi maestri: Marino Bartoletti, Carlo Cavicchi e Dario Colombo in ordine cronologico e alfabetico.

Marino direttore del Guerin Sportivo mi fece comprendere l’importanza della ricerca di storie e persone non scontate, oltre la cronaca. La sua era ricerca della persona oltre il personaggio.

Carlo direttore ad Autosprint mi ha spiegato come e quanto man mano che ci allontanasse dal vertice dello sport fosse necessario dedicare particolare cura alla passione di chi lo praticava e lo gestiva e quindi al di là della notizia un meccanico valeva quanto un Senna. Nota a margine: Carlo aveva giocato a basket sfiorando la Serie A e tanto era ed è gentleman all’inglese quando si parla di motori, tanto era ed è ultra quando si parla di pallacanestro.

Dario direttore di Giganti del Basket ha sempre propugnato, per una rivista, la quasi parità fra testo e immagine, invitando a non sottovalutare la seconda. Aveva ragione e ce l’ha ancora, nell’evolversi della comunicazione.

Grazie a lui sono in possesso della collezione completa di Giganti dal 1966 al 1996, trent’anni fondamentali per un basket passato dal dilettantismo al professionismo e dai corsi e ricorsi di crisi e trionfi. Ogni tanto mi piace curiosare a caso in quei numeri raccolti per annate, sorridere per ricordi e scoperte e comprendere quanta gente abbia dato tanto per il nostro sport.

Grazie a Bartoletti invece ho la raccolta delle riviste federali o vicine alla Fip dal 1948 al 1970 circa, quindi un ideale passaggio di consegne temporali con Giganti e devo dire che se la pallacanestro in questi quasi 70 anni si è evoluta in basket, la lettura degli approfondimenti di quei tempi – ricordo che parlo di riviste, quindi con cronaca pressoché esistente – svela che certe problematiche non sono mai state risolte, ma anche che molte cose le abbiamo perdute.

Rientra nella categoria dei sorrisi il sondaggio di metà anni ‘60 sull’opportunità di anticipare tutte le partite di Serie A al sabato per non farsi schiacciare dal calcio. Così come il calendario agonistico che andava da ottobre ad aprile, ma che vedeva impegnati i nazionali per quasi tutta l’estate. Già, la svolta epocale è stata quella del 2001 con lo spostamento degli Europei a fine estate per poter avere a disposizione i giocatori Nba. Di questione arbitrale si parlava sempre e comunque, mentre fanno tenerezza le liste delle squadre con a fianco la professione dei giocatori: studente, assicuratore, impiegato. E siamo già a metà anni ’70.

Poi c’è la questione della formula dei campionati e qui siamo ormai nella rivoluzione istituzionale del cambiamento continuo e mai soddisfacente, come sarà anche quella attesa a giorni del secondo campionato che nascerà con l’accorpamento fra Gold e Silver, in una A2 che nessuno chiama così ma che in realtà quella è e che comunque non propone solo problemi di denominazione. Avrà due gironi secondo collocazione geografica orientale e occidentale e non so se questa “americanata” abbia un senso economico, preferita alla più italiana Nord-Sud ma del resto siamo il paese che manda un arbitro di Lampedusa a dirigere una gara a Brunico o uno di Aosta a Santa Maria di Leuca – estremizzo ma non troppo – perché ci dicono che le varie convenzioni fanno risparmiare. Sarà, ma mi sembra un basket diventato troppo convenzionale perché non più davvero innovativo e allora sì che la nostalgia diventa canaglia.

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