Total Basket/2 – Come comunicare lo sport ai giovani

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PARLIAMO LA STESSA LINGUA – Chiarezza comunicativa per migliorare l’apprendimento nei più giovani (A CURA DI MARIELLA MATTEUCCI, psicologa dello sport)

Tre aspetti sono fondamentali nell’apprendimento: guardare, ascoltare, fare.

Ogni apprendimento passa, prima o poi, per un’azione motoria (fare). La ripetizione agita dei movimenti tecnici, non solo sostiene l’apprendimento, ma fa si che tali movimenti diventino, con la pratica costante, degli automatismi.

Il fare non può prescindere dall’aver osservato con attenzione(guardare) ciò che è stato proposto dall’allenatore, così come i movimenti propri, per capire cosa non va, e quelli dei propri compagni, per trovare soluzioni, migliorandosi continuamente.

Ultimo aspetto coinvolto è l’ascoltare e quindi, dall’altro lato, il parlare.

Nell’insegnare qualsiasi gesto sportivo, infatti, dimostrazione pratica e spiegazione devono andare di pari passo. Ciò non sempre avviene, soprattutto nelle correzioni che diamo ai ragazzi. Spesso diamo per scontato che il nostro interlocutore capisca ciò che diciamo e abbia la stessa rappresentazione mentale che noi abbiamo delle nostre parole.

Spieghiamoci meglio.

Spesso non siamo consapevoli che le nostre parole o meglio, alcune “formule” (giro di parole) che utilizziamo, hanno una chiara rappresentazione nella nostra mente, espressa sottoforma di immagine mentale, come una foto. Dentro di noi, la connessione formula-immagine mentale è automatica e, quindi, ci appare scontata. “Come può il mio ragazzo non capire cosa intendo?”

”Perché no fa quello che gli dico?” “Perché non mette in pratica la mia correzione?”

Bisogna chiarire che l’associazione formula – immagine mentale spesso è personale e diventa collettiva nel momento in cui si sia spiegato (e mostrato) chiaramente che quella formula indica quello specifico movimento.

Da qui, il movimento mostrato diventa immagine mentale per i nostri/o ragazzi/o e, grazie alla ripetizione dell’associazione movimento-formula, l’associazione può diventare automatica anche per loro. Creiamo, quindi, un linguaggio condiviso che permette all’altro di comprendere l’informazione che diamo e modificare le sue azioni in base alla stessa. In poche parole, permette di apprendere e migliorare.

Facciamo un esempio.

Un giorno discutevamo con un amico riguardo i vari metodi di insegnamento nella pallacanestro giovanile. Dalle sue parole ho capito che spesso, quando si insegna al ragazzo/a un movimento di tiro, ricorre l’espressione “vai sotto la palla”.

Bene, neanche troppo da profana, cerco di mettermi nei panni di un ragazzo che, come prima volta, sente l’espressione “vai sotto la palla” e mi viene un po’ da ridere. L’immagine che balena nella mia mente è di una palla in aria e io che cerco di passarle sotto con tutto il corpo, facendomi scavalcare.

Agli addetti ai lavori questa immagine potrebbe sembrare sciocca , ed è proprio questo il focus della questione: creare un’associazione tra l’espressione “vai sotto la palla” e il movimento corretto che ho stampato nella mia testa. Ma che probabilmente altri non hanno.

Le possibili soluzioni a questo inghippo linguistico sono due.

Associare la formula linguistica al movimento più e più volte, creando nell’allenamento spazi ripetuti in cui viene usata la medesima formula insieme alla dimostrazione (lenta e frammentata) del movimento.

O trovare una formula che sia più vicina al linguaggio dei nostri ragazzi/e e che faccia riferimento a immagini mentali comuni e quotidiane, a cui anche loro sono abituati. Ad esempio, l’idea di far riferimento ad avambraccio e mano come ad un piedistallo, che sostiene la palla dal basso, potrebbe essere un immagine mentale più facilmente reperibile e, quindi, replicabile per un ragazzo, poiché si ispira a un oggetto comune e non a un giro di parole metaforico.

Anche in questo caso, comunque, ogni parola deve essere agita (attraverso gesti e movimenti che la rappresentano) da parte di chi insegna, in modo che il ragazzo possa associare formula e movimento e, nello stesso tempo, apprendere per imitazione il movimento stesso e/o la correzione. L’apprendimento per imitazione, infatti, è una modalità di apprendimento diretta e molto incisiva, non di meno è quella attivata dai neonati e dai bambini più piccoli.

Si crea così un apprendimento reso forte sia dalle parole che dai fatti.

Diverso è il caso in cui la difficoltà nel recepire l’insegnamento sta, non nella comprensione della formula linguistica, ma nella scarsa consapevolezza da parte del ragazzo delle proprie parti delcorpo. O addirittura nell’incapacità di compiere dei movimenti, dovuta a poca elasticità articolare, non adeguatamente allenata in età precedenti.

Se a un ragazzo diciamo di “spezzare il polso”, accompagnando le parole al movimento e vediamo che il nostro suggerimento non arriva, possiamo chiederci “E’ chiaro cosa voglio dire?” e poi “Riesce a compiere il movimento che sto mostrando?” Potremmo scoprire che il nostro ragazzo/a ha il polso bloccato e l’angolo che può creare è ridotto rispetto al nostro.

Oppure se diciamo “senti la palla con i polpastrelli”, ma il nostro ragazzo non è affatto consapevole dei suoi polpastrelli e non sa concentrare l’attenzione su quella precisa parte del corpo, ciò che suggeriamo, per quanto possa essere chiaro in termini figurativi, per lui/lei saranno parole al vento.

In questo caso la soluzione è cercare di concentrare l’attenzione sulla parte del corpo in causa in maniera fisica e diretta, ad esempio facendo pressione sui polpastrelli o facendogli toccare una superficie particolare (es la palla) ripetutamente solo con la parte del corpo “addormentata”, per esercitare ed aumentare le capacità propriocettive.

Occhi attenti e mente aperta saranno in ogni caso i migliori consiglieri per la localizzazione di ciò che non va (che riguardi comunicazione, capacità articolari o propriocettive) e scovare soluzioni e metodi sempre più efficaci all’apprendimento.

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