Total Basket/5 – Esperienze e problemi di un Team Manager

Total Basket/5 – Esperienze e problemi di un Team Manager

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Spesso abbiamo parlato di argomenti tecnici, nel nostro spazio, ma il nostro scopo sarà anche quello di approfondire altri aspetti, non tecnici, legati al mondo di chi “vive di basket”: i rapporti tra presidenti di società ed allenatori, i problemi inerenti all’attività giovanile, ed altri temi che possano far discute-re e suggerire soluzioni. Vorremmo che tutti, non solo gli allenatori, ma anche arbitri, dirigenti, istruttori di minibasket, medici, preparatori atletici e fisioterapisti prendessero la parola per esporre i loro problemi. Oggi quindi vi proponiamo l’esperienza di Simona Vedovati: ha giocato per 17 anni in Serie A vincendo una Coppa Italia, due Supercoppe italiane e ha disputato una finale scudetto e una finale di Coppa Ronchetti. Ha ottenuto anche tre promozioni dalla Serie A2 alla A1. Nel 2002 però la svolta: diventa responsabile del settore giovanile e nella stagione 2003/2004, ha assunto anche l’incarico di Team Manager della Carife Ferrara in Legadue. Cosa rimane di quell’esperienza, ostacoli, opportunità, novità? Chi è e cosa fa un Team Manager? Quando un atleta termina la sua carriera agonistica ha davanti due strade: restare nell’ambiente nel quale ha vissuto per anni diventando allenatore o dirigente oppure entrare nel mondo del lavoro cosiddetto “normale” inserendosi in una attività familiare o sfruttando gli eventuali studi fatti. Sarà per la forma mentis che mi portava sul campo a dirigere la squadra che il mio principale desiderio del post attività è sempre stato quello di allenare o di diventare dirigente, insom-ma restare nel basket. Ho iniziato così l’attività di alle-natrice con squadre giovanili femminili e poi per i casi della vita sono stata chiamata a diri-gere – nella stagione 2002/2003 – il settore giovanile del Basket Club Ferrara, la società di Legadue. E’ stata un’esperienza impor-tante perché mi ha fatto immediatamente capire, vivendo il quotidiano del club, che cosa c’è dietro la partita che si gioca la domenica. Da giocatori è difficile rendersi conto dei molte-plici aspetti che una società deve curare intorno a quella che è l’attività della squadra. Cose importanti che nell’arco di un campionato, se non gestite nel modo giusto, influi-scono sul risultato della domenica. Così, quando all’inizio di quella stagione il presidente del Basket Club Ferrara, Ing. Roberto Mascellani, mi ha chie-sto di ricoprire il ruolo di team manager della prima squadra, ho sicuramente visto realizzarsi un mio desiderio, ma al tempo stesso sono stata presa anche da un po’ di ansia perché si trattava di un battesimo impor-tante e dove non avevo espe-rienza specifica. Iniziare a Ferrara, città che mi ha adottato, in un club organizzato, con progetti ben defi-niti e ruoli molto chiari sicuramente è stato un vantaggio, così come conoscere a fondo il gioco, le regole e i meccanismi che governano uno spogliatoio.  Le difficoltà maggiori vengono da quella parte di gestione del rapporto umano del singolo e del gruppo, che mi compete. “I giocatori sono tutti uguali” è una frase che sentiamo ripetere spesso, ma già da giocatrice avevo dei dubbi che ciò fosse vero, dubbi che ho decisamente o dopo pochi mesi di lavo-fo in questo ruolo. Si ha a che fare con dieci teste diverse, dieci caratteri differenti, dieci storie di vita e cestistiche eterogenee, oltre ovviamente agli svariati paesi di provenienza, anche se quell’anno a Ferrara aiutò molto il fatto di avere in squadra sette italiani e solo tre giocatori extracomunitari, peraltro tutti americani e molto maturi. E’ vero che le regole devono essere uguali per tutti e quando si comincia l’attività i giocatori firmano il “Regolamento Interno” e quindi lo sanno, ma quando è ora – nei momenti critici – di applicarlo bisogna avere forza e soprattutto essere credibili. Occorre individuare quindi gli aspetti caratteriali di ogni giocatore e componente dello staff  per saper prevenire e capire le reazioni e per favorire la coesione del gruppo, fattore come noto molto importante per disputare una buona stagione. E’ determinante inserire in modo giusto, considerando anche i normali tempi di ambientamento, i giocatori stranieri alla loro prima espe-rienza italiana o europea, oltre ad avere una certa pazienza, soprattutto ad inizio stagione, nel risolvere quei piccoli pro-blemi organizzativi che i gioca-tori pongono, cose che non bisogna sottovalutare perché ognuno di loro per rendere al meglio deve avere il suo picco-lo habitat nel quale deve stare bene con gli eventuali familiari al seguito. Un punto cardine del successo di una stagione sta anche nel rapporto capo allenatore – squadra che per ovvi motivi non sempre è facile e bisogna saper intervenire nei momenti critici con buon senso. A volte è difficile saper leggere obietti-vamente dove stanno le ragioni del coach o del giocatore per dare i giusti consigli all’uno e all’altro. lo non sono per il con-cetto “si fa così e basta”, a volte bisogna imporsi, in altri casi bisogna chiedersi e capire perché avvengono determinate reazioni. Poi non sono sola perché al piano di sopra ci sono sempre il general manager e il proprieta-rio ai quali si fa ricorso nelle situazioni più complicate,senti-re la loro fiducia è per me estremamente gratificante e stimolante. Fungere da legame tra “palestra” e “sede” è infatti uno degli aspetti più interessanti del mio ruolo. Il rapporto team manager – allenatore è molto importante. Tra i due ci deve essere stima non solo dal punto di vista umano, ma anche da quello tecnico. Credo che tutti gli allenatori, a prescindere dall’età e dall’esperienza che hanno maturato, ritengano giusto avere un contraltare dirigenziale, al di là dell’assistente alle-natore, col quale confrontarsi proprio su temi tecnici, oltre che di gestione dei giocatori. Questo perché chi assiste quotidianamente agli allenamenti e alla partita al di fuori della panchina può avere delle visioni o cogliere degli aspetti che pos-sono sfuggire al coach. Insomma, deve essere un lavo-ro di staff nel quale si inseriscono per le loro competenze anche le altre figure che vivono ogni giorno con la squadra e cioè il medico, il preparatore atletico ed il massaggiatore. Insomma un bellissimo lavoro, che permette di vivere l’aria della palestra, l’ansia del prepartita, la gioia e l’amarezza del dopo partita. Senti che ogni giorno crei qualcosa che però vive su equilibri delicatissimi perché una squadra è fatta di persone che possono essere anche mutevoli a seconda delle diver-se situazioni. Ho imparato, ancor più da dirigente, che non bisogna esaltarsi per una vittoria così come deprimersi per una sconfitta. Equilibrio, equilibrio, mi ripeto spesso… poi a fine campionato… un bell’urlo e magari venti giorni alle Maldive!

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