Uomini di Basket, di Luca Maggitti – Matteo Marinelli: dal basket alla moda e ritorno, passando per il cinema

Uomini di Basket, di Luca Maggitti – Matteo Marinelli: dal basket alla moda e ritorno, passando per il cinema

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Ho conosciuto – sul web – Matteo Marinelli la scorsa estate, leggendo di questo giocatore di basket di 2 metri, classe 1984, adatto a giocare lungo in cadetteria, che mollava la sua carriera di cestista per andare a fare il modello a Milano. Siccome lo aveva allenato, nella sua ultima esperienza a Vasto, l’amico coach Sandro Di Salvatore, a lui chiesi gli estremi per contattarlo e fargli un’intervista, stante l’originalità della situazione. Matteo mi rispose che no, l’intervista non me la concedeva, perché per fare una intervista, secondo lui, non è sufficiente parlare al telefono o scriversi in email. Al che pensai: “Questo deve essere tutto matto” e lasciai cadere la cosa. Dopo un anno, a richiamare è stato Matteo. Che mi ha informato che riprende a giocare a Senigallia e che – se volevo ancora intervistarlo – avrebbe preso il treno e sarebbe venuto a Roseto degli Abruzzi, per fare quella intervista. Al che ho pensato: “Questo è davvero tutto matto” e ho accettato. Così, all’ombra del Cabana Park, pranzo domenicale e lunga intervista a questo giocatore di basket e modello, che per corpo ha una sorta di mappa coperta di tatuaggi e una profetica barba a conferirgli l’aria da saggio. A almeno da impavido viaggiatore. Ecco l’intervista. Matteo, se ti chiedo tu che lavoro fai, tu che mi rispondi? «Che ho ricominciato a giocare a basket, anche se per me non è un lavoro, ritrovando una mia grande passione che negli anni mi aveva un po’ nauseato, a causa di esperienze negative che ho avuto in alcuni posti d’Italia in cui ho giocato». Quando hai cominciato la prima volta, a livello professionistico? «13 anni fa. Mi ero appena diplomato, non avevo un lavoro né voglia di fare l’università, dove io avrei perso tempo e i miei genitori avrebbero perso soldi. C’era di mezzo il militare, ma io non volevo partire soldato, così scelsi di partire… ma per andare in Brasile». Questo cosa c’entra col basket? «Ci arrivo. Ero in Brasile da circa 3 mesi, avendo disertato il militare, quando ricevetti la telefonata di un procuratore, Gallotti della Two Points, che mi aveva visto giocare alle Finali Nazionali Under 20 di Martina Franca, con il Senigallia. Fu la prima e unica occasione in cui Senigallia arrivò alle finali nazionali. Lui mi propose un contratto a Monza e io rientrai per giocare». Il basket ti ha riportato in Italia, dunque. Ma chi ti ha inculcato questa passione? «I miei genitori, che mi hanno portato da piccolo a giocare a pallacanestro. Quando si è ragazzini ci lasciamo un po’ trascinare da ciò che succede. Io ho avuto la fortuna di avere amici che giocavano a basket e un po’ di aiuto dalla mia statura. Poi, superati i 14 anni mi sono ritrovato a giocare sia a calcio, come portiere, sia a basket. Lì mi ha spinto molto Umberto Badioli, oggi nello staff tecnico della Vuelle Pesaro e all’epoca nostro allenatore delle giovanili e della prima squadra a Senigallia, a scegliere definitivamente il basket e lasciare il calcio». Un modello, in campo? «Dennis Rodman». Entrambi membri della confraternita dei tatuati? «Non per i tatuaggi, ma per impegno, cattiveria, agonismo, voglia di vincere. E anche perché lui era l’uomo squadra al quale non interessava fare bella figura o punti, ma il lavoro sporco che serviva per vincere, dando risalto a tutti i compagni». Hai pure un modello umano? «No, ma pensa alla persona più serena del mondo. Ecco, quello lì». Mi verrebbe da dirti Andrea Pecile, che ben prima di Matteo Renzi – e non per pugnalare alle spalle un compagno di partito – coniò la frase “stai sereno sempre”. Oppure Andrea Pomenti, con il suo “sempre & comunque sereni”. Un giocatore e un ex giocatore che, se non conosci, ti piacerebbero. Invece che mi dici dei tatuaggi? Bisogno di comunicazione, interazione, disperazione? «Direi che le tue tre ultime parole racchiudono tutto. Io penso che la sofferenza porti al benessere: stai male per poi stare bene, provi dolore per poi non sentirlo più. Ecco, anche con i tatuaggi è così: ormai quando mi tatuo non sento più dolore. Se ti piace, prendila come una metafora della vita. A proposito di Andrea Pomenti: lo conosco e lo saluto, con molta buona invidia per dove si trova. Anzi, Andrea, prendi un po’ di sole anche per me!». Torniamo ai tatuaggi. Quanti ne hai di ‘ste “metafore della vita”? «Più di 50. L’estate dopo il mio ultimo campionato giocato con il Vasto e prima della stagione in cui non ho giocato, l’ho passata dal mio caro amico Giuseppe Petrocelli, tatuatore in quel di Bernalda nello studio “Deep South Art”. Addosso ho le opere di 13 diversi artisti, ma lui è quello che ha realizzato la gran parte dei miei tatuaggi». Sono diventati per te una sorta di mappa della tua vita? «Sì. Diciamo che siccome alle parole non do più alcun valore…». Stop, fermati, spiegami ‘sta cosa. In che senso alle parole non dai più alcun valore? «Le parole non significano più niente. Io ormai non le sento neanche più. Neanche quelle scritte che diventano contratti e che, come ho sofferto sulla mia pelle, spesso non significano niente perché non vengono rispettati. Per me contano solo i fatti, le azioni concrete». “Il mondo non cambia con le tue parole, ma con il tuo esempio” dice uno che di parole vive come lo scrittore Paulo Coelho. Per non parlare del Mahatma Gandhi, che affermava: “Sii tu il cambiamento che vuoi vedere avvenire nel mondo”. Stiamo parlando di questo? «Esattamente. Anche il tatuaggio, se ci pensi, è un fatto. Un’azione concreta». Un affresco allegorico della tua vita, direi. Senti, ma la virata verso il rutilante mondo della moda? «Anche questa cosa, come parecchie della mia vita, è nata per caso. Accompagnando una mia ex ragazza, mi sono ritrovato a far parte di un servizio fotografico. Quelle foto sono state pubblicate e io ho iniziato a ricevere proposte di lavoro. Quindi ho cavalcato un po’ l’onda e lavorato. Adesso, se mi capita e ho tempo, lo faccio ancora. Devo ringraziare Silvia Farroni di Perugia, che cercava un ragazzo con la barba per ampliare il suo portfolio: le sue immagini sono servite anche a me per presentarmi alle agenzie. Poi, quando la scorsa estate ho smesso di giocare e sono andato a Milano, mi ha preso l’agenzia Urban». Già, fare il modello ti ha fatto smettere di giocare la scorsa estate. Adesso, visto che hai ricominciato, possiamo rinominare la “cessazione di attività” in “anno sabbatico”… «Durante il mio ultimo campionato giocato, a Vasto, mi sono arrivate diverse proposte di lavoro nel mondo della moda, che ho dovuto rifiutare perché non riuscivo a conciliare le cose. Quindi ho iniziato a sentire il basket come una cosa che, per quanto amassi, mi stava negando altre possibilità. Quindi, a 30 anni e sapendo che il basket prima o poi finirà, ho fatto una stagione da modello a Milano, che mi è piaciuta e rifarei. Mi è stato utile anche il basket, e il preparatore fisico del Vasto, Nicola Andrea Ialacci, che mi ha fatto capire la metodologia giusta per allenarmi e il giusto regime alimentare per il mio lavoro che stava cambiando». Come ti è cambiata la routine “allenamenti-partita”, quando hai iniziato a fare il modello? «L’allenamento diventa andare ai casting, mettersi in fila con modelle e modelli e, se ti prendono, giocare la partita… e cioè il lavoro». Una cosa in comune che sia il mondo del basket sia quello della moda hanno è l’agente, giusto? «Sì, direi di sì». Esistono altri parallelismi basket-moda? «Ti dico una cosa che non c’è nella moda e che mi è mancato rispetto al basket: il gioco di squadra. Nella moda, il gioco di squadra c’è soltanto il giorno del lavoro con il fotografo e i collaboratori, mentre per il resto è un combattimento tutti contro tutti, perché il lavoro o lo prendi tu o un altro». Hai un lavoro, fatto da modello, che ti è rimasto impresso più degli altri? «Tutti mi hanno dato qualcosa. Forse il più particolare è un lavoro che ho fatto di recente, non da modello bensì da figurante speciale, nel cinema». Cos’è un figurante speciale? «Una comparsa con un ruolo. Non parli, ma agisci». Perfetto, stante il tuo non credere più alle parole. E in che film sarai? «Zoolander 2». Azzo! Scusami il francesismo… «Lo hanno girato a Roma, interamente, in 6 mesi. È il sequel del film “Zoolander”, scritto, diretto e interpretato nel 2001 da Ben Stiller, in cui ci sono anche Owen Wilson, Milla Jovovich, Will Ferrer. Esce a febbraio 2016». Complimenti! E come ti è capitata questa cosa? «Tramite Daniela Gervasi, agente di modelle e modelli tatuati». Beh, direi strepitoso… «Una esperienza molto bella per tutto ciò che ho visto sul set, più che per i soldi». Senti, ma per fare il modello, con i tue due metri non sei troppo alto? «Dipende. Se nel basket rubavano un po’, mettendo nelle guide che sono alto 202 cm, nelle guide di moda mettono che sono alto 192 cm». L’Italia! L’arte di arrangiarsi e tu in mezzo… «Sempre stato così: troppo basso per il mio ruolo nel basket, troppo alto per la moda. Ma ho sempre risolto». Torniamo ai tuoi viaggi. Perché dopo il Brasile ne hai fatti altri, altrettanto avventurosi. Cosa ti spinge? «Il non pensarci troppo su. Adesso che guardo ogni tanto al passato, mi dico: caspita, ho fatto tutte queste cose. Beh, il segreto è non pensarci prima di farle. Fallo e basta. Io devo ringraziare i miei genitori, che con un volo di sola andata quando avevo 19 anni hanno permesso che andassi in Brasile, perché non volevo andare a Firenze a fare il militare. Se non ci fossero stati loro…». Altre memorabili esperienze di viaggio? «Giamaica, 2008. Vacanza con il mio amico Nicolò. Dopo una visita nelle piantagioni di marijuana, che volevamo assolutamente vedere, siamo stati sequestrati. Ci siamo fidati di uno che diceva: “Amico, fratello, rispetto”, ma alla fine ci ha chiesto soldi, prendendoci praticamente in ostaggio. Noi, giovani e con pochissimi soldi visto che eravamo in Giamaica, abbiamo avuto qualche problema ad uscirne». Pazzesco… «Che poi il giro che ci ha fatto fare, questo tour nella piantagione, valeva pure i soldi che ci aveva chiesto. Ma ce li poteva domandare cortesemente, invece di sequestrarci. Conta che lì magari guadagnano 50 dollari al mese e ce ne aveva chiesti 100». Beh, mica tanto “amico, fratello, rispetto”, comunque. E come avete risolto? «Essendo un ricatto, per principio abbiamo rifiutato, riuscendo a scappare in modo rocambolesco. Anche se il giorno dopo abbiamo dovuto cambiare città, per evitare di incontrarlo di nuovo». Brutta esperienza e paese da sconsigliare? «No, in due mesi è capitato solo quel problema. Direi che in tutto il mondo puoi incontrare due balordi. Per il resto, posto magnifico e persone super». Pensando alla “maria”, mi verrebbe da dire che la morale di questo tuo viaggio è che non bisogna mai fare di tutta l’erba un fascio. Ma andiamo avanti. Dopo la Giamaica? «Cuba, arrivando proprio dalla Giamaica. Lì, in base a una legge, essendo arrivati senza soldi, anche se non per colpa nostra, e non avendo dove stare, ci siamo fatti 6 giorni di carcere per stranieri, in attesa del volo che ci ha riportato a casa». Detto con il dovuto rispetto per le tragedie odierne dei migranti, quindi, qualche anno fa hai vissuto almeno la sensazione di un “senza terra”, arrivato senza soldi in un paese straniero… «Sì, con le dovute differenze, ci può stare». Hai un ricordo di quei giorni da “prigioniero turistico”? «Il nostro compagno di cella: un cinese beccato con 5 passaporti». Beh, lui qualcosa di male aveva fatto! Altri viaggi? «Australia, l’anno dopo quello fra Giamaica e Cuba. Abbiamo comprato un furgone e fatto 10mila chilometri in 3 mesi, girando tutta la costa est io e il mio amico Alberto, che poi è rimasto 4 anni in Australia. Io, invece, poi sono andato in Indonesia e a Bali, girando con lo scooter». Avventuroso, ma davvero. Abbiamo altro? «Il centro America. Guatemala, Belize e Honduras, passando le dogane a piedi con lo zaino. O in barca. Esperienza unica, con l’amico Gabriele di Gualdo Tadino. Ho sempre fatto il viaggiatore, mai il turista». Cosa ci vuole per partire. Coraggio? «Guarda, io penso che ci voglia più coraggio a rimanere. Tipo la scelta che hai fatto tu con Roseto, vivendo sempre qui e spostandoti quasi mai». Sono l’Emilio Salgari dell’arrosticino! Cosa ti ha dato tutto questo viaggiare? «Esperienza, stili di vita, cibi, odori, lingue, visione di panorami… vita». L’emozione più forte che tutto questo racchiude? «Non sapere cosa succederà domani, non sapere chi conoscerai domani». C’è stato un momento, nei tuoi viaggi, in cui hai avuto molta paura? «No, le paure sono inutili. Sono fatte per essere superate, quindi io preferisco evitarle direttamente, per non fare la fatica di superarle». E siamo di nuovo al basket, visto il tuo approdo da giocatore nell’alma mater Senigallia. Come t’è tornata la voglia? «M’è tornata la voglia di giocare a basket, ma legata a tre precise condizioni. Tornare a giocare o dove allena Sandro Di Salvatore, che ho avuto come coach a Vasto, oppure nelle due città in cui mi sento a casa: Senigallia e Vasto. Sicuramente, tornare a casa mia a Senigallia mi ha reso felicissimo». Cosa non hai. E cosa ti manca? «Quello che non ho, è quello che non voglio. Mi manca solo una cosa: il mio cane Bongo, un Labrador nero di 5 anni». Problemi? «No, è che non vive più con me da quando mi sono trasferito a Milano per la moda. Adesso sta in campagna, con una famiglia di miei amici e sta bene. Fino a dicembre sono andato a trovarlo di frequente. Ultimamente poco, anzi quasi mai, perché mi fa troppo male vederlo così poco. E qui torniamo al discorso che una cosa o la faccio per bene o non la faccio». Quindi torni a giocare a Senigallia bello carico… «Prima di tutto lasciami cogliere l’occasione per rinnovare le mie scuse alla società del Montegranaro. Non avevo firmato, ma trovato l’accordo e dato la parola all’inizio della scorsa stagione, prima di decidere di smettere. Loro purtroppo si sono ritrovati a subire una mia scelta di vita e quindi mi devo ancora scusare. Per quanto riguarda il mio ritorno, sono determinato a farlo al massimo. Ho pure cambiato dieta, perché da modello dovevo mangiare alcune cose per stare tiratissimo, mentre ora anche altre». Parlando di fede, credi in qualcuno o in qualcosa? «Credo in una forza superiore che mi dà l’energia di cui ho bisogno. Ma è una cosa mia». Hai viaggiato tanto e in lungo e largo. Oggi, fra problemi di migrazioni ed estremismi, come lo vedi questo nostro piccolo pianeta? Di cosa ci sarebbe bisogno, anzitutto? «Torniamo al fondamentale concetto di serenità, che è la base. Senza di essa non ci sono i presupposti per fare del bene. Ci vuole coraggio per la serenità, ed è una scelta nostra. Direi che ci vogliono serenità e fratellanza». Hai un soprannome? «Cucciolo, da quando giocavo le giovanili a Senigallia. Mentre quando ho giocato a Bernalda con Enrico Gaeta, lui mi chiamava Bob, per i dreadlocks». Hobby? «Ascolto molto la musica, con preferenza reggae e derivati. E poi mi piace parlare di tatuaggi». Che fai, crei un nuovo lavoro: il consulente di tatuaggi? «Se uno vuole farsi un tatuaggio e non ha le idee molto chiare, io posso aiutarlo a schiarirsele o dargli una ispirazione, se mi parla e lo conosco un po’. Magari posso anche consigliargli il tatuatore migliore in relazione al genere di tatuaggio che vuole farsi». Mi mancava il percorso di consapevolezza, derivante dalla conoscenza personale, finalizzata al tatuaggio. Giuro, non ti prendo in giro… «Ma guarda che è possibile. Ad esempio, adesso che ci conosciamo un po’, potrei consigliare anche te». Capirai, io sono intonso e non ho manco un tatuaggio. Vabbè, che mi consiglieresti: addominali finti sovrapposti? «Ah ah ah! No, dai… opterei per qualcosa in grado di coniugare le tue passioni per la scrittura e la buona tavola». Facciamo che il tatuaggio non lo facciamo. Il tuo futuro, sia nel basket sia nella moda o, perché no, nel cinema? «Per quanto riguarda modello o attore, quello che viene con serenità, senza aspettarsi troppo né lavorarci troppo. Nel basket, invece, metterci il massimo dell’impegno per dare il 100% ogni giorno. Se le cose andranno bene continuerò anche nei prossimi anni, sempre alle 3 condizioni: giocare a Senigallia o Vasto, oppure essere allenato da coach Sandro Di Salvatore. Non voglio altre sorprese, vado solo dove so già che mi trovo bene». Il futuro dopo il basket? «Viveve da aprile a settembre a Senigallia, lavorando lì e godendomi il bel tempo. D’inverno, poi, lavorare in paesi caldi. Ma per il momento il mio futuro è il basket». Salutaci, dopo il chiacchieratone, con un tuo pensiero in libertà… «Dopo due settimane di preparazione atletica, sono molto felice e ho in mente solo Senigallia, dove spero che i tifosi e la città supportino il nostro progetto. La società è sempre stata seria, mantenendo sempre la parola con i fatti. Quindi spero che la gente capisca che abbiamo bisogno di loro e che il palazzetto sia pieno».

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