Bold predictions: perchè i Sacramento Kings faranno i playoff

Bold predictions: perchè i Sacramento Kings faranno i playoff

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La faccia scavata di George Karl ha un aspetto ieratico. Ben diverso dall’allenatore che con giacche stravaganti scese in Europa per allenare il Real (e perdere in finale di Coppa Coppe dalla Virtus di Richardson nell’89), Karl oggi entra in campo lentamente, vestito con colori che combinano tra loro e ormai fatica ad arrabbiarsi, anche con gli elementi più eclettici del suo roster.

D’altronde, di eclettismo Karl può ben parlare. Uno che in NBA ha allenato personaggini come Lloyd Free a Cleveland (che cambiò il suo nome in World per corrispondere meglio al suo ego), Purvis Short e Sleepy Floyd a Golden State, (riuscendo a farli giocare con un pallone solo con, in aggiunta, Chris Mullin), Sam Cassel e Glen Robinson a Milwaukee e Shawn Kemp a Seattle, per non parlare di Carmelo e JaVale a Denver, deve aver fatto un vero e proprio patto con il lato oscuro della mente umana, per avere nello stesso spogliatoio Rajon Rondo e DeMarcous Cousins, senza che gli tremino i polsi.

Cose che capitano a uno che gira l’NBA e il mondo da trent’anni e più. Cose che capitano a uno che ha una visione del basket ormai molto profonda ma al tempo stesso leggera, ripulita da sovrastrutture, pronta a lasciarsi piegare dal talento invece di costringerlo invano a fare ciò che non vuole. Questo cercava Divac, quando si mise alla ricerca di uno in grado di far giocare il suo campione più talentuoso, e si imbatté in un allenatore che il cancro sembrava aver messo fuori gioco, ma che cercava, al di là di una semplice squadra da allenare, una sfida mentale, in cui mettere alla prova i suoi concetti cestistici.

Vlade sa cosa vuol dire non essere capito. Quando arrivò in NBA, al primo allenamento, segnò da cinque metri e Kareem, che era stato chiamato per spiegargli il gioco, lo portò sotto canestro come a dirgli: “guarda che qui devi stare”. Vlade arrivava da un mondo più avanzato cestisticamente, un mondo in cui i confini tra ruoli e gli spazi erano usati in modi più innovativi che nella NBA. In sé, Vlade capisce DeMarcous, sa cosa si prova a essere un giocatore che ha “altro”, un fattore non X, ma W, o Z, un gene del basket a suo modo unico, che usato male provoca disastri, ma, lasciato libero di agire, diventa uno strumento cestistico straordinariamente creativo.

Il coach ha un pregio, agli occhi di Vlade: non teme di seguire la sua filosofia fino agli estremi. Karl sa che ci vuole tempo per arrivare a dei risultati, ma sa al tempo stesso che, con pazienza, può mettere insieme un’organizzazione di gioco che esalti le doti dei singoli. Per questo ha voluto Marco Belinelli e il suo mix mortifero di grande tiratore, organizzatore di gioco all’occorrenza e spirito vincente. Con lui una batteria di tiratori che sono in grado di allargare il campo e costringere la difesa a correre (Gay, Casspi, che erano già in casa), e un generale in campo, anche lui non compreso in diversi ambienti (Rondo), ma dallo spirito indubitabilmente vincente.

 
 
Per utilizzare al massimo queste armi, è necessario tenere alta la velocità. La conseguenza è che ci sono molte palle perse, siamo a un 14% in media, quart’ultimi nella lega, ma questo poco importa. Il pace è alto e le statistiche offensive li vedono nei primi dieci come punti segnati e percentuali. Il fatto di non avere un 4 rimbalzista e cattivo può essere visto dall’ortodossia militante dell’NBA come un limite, ma a Karl preferisce dare alla squadra avversaria il grattacapo di seguire Casspi e Gay, che avere un lento bestione che serve solo a prendere rimbalzi e rallenta la squadra.

Quando i Kings prendono palla corrono subito dall’altro lato. Bisogna inseguirli. Per fermarli prima devi prenderli e non hai, oggettivamente, molto tempo. A volte sembrano svagati, hanno difficoltà a mettersi in posizione per un gioco. Altre volte, Cousins prende e, senza senso, o tira, o passa, o fa qualcosa che non ti aspetti. Per quanto possa sembrare strano, questo è ciò che il coach vuole, anche se deve ingoiare , più di una volta, i concetti con cui ogni bravo cestista viene cresciuto in ogni parte del mondo.

Certo, non avranno mai una vera difesa. Tenere alto il ritmo, forzare la palla persa avversaria, stancare gli avversari nella loro metà campo. Non necessariamente questo rientra nella definizione del buon basket, semmai nel tentativo di scacciare elefanti con un ammazzamosche, abbattere gli orsi mettendogli rametti negli occhi, il meglio che uno che non vuole difendere può fare. Con gli attaccanti di razza è così, inutile cercare di imporgli un gioco che non sentono proprio.

Ma la legge del talento, difficile da mandare giù, questo richiede: che al talento ti consegni mani e piedi. Ci sono giocatori, anche dei campioni, che chiedono disperatamente di essere inclusi in un sistema molto stretto di gioco. Adorano avere gabbie mentali, stuoli di sherpa al loro servizio. Sono giocatori spesso vincenti, che fanno della disciplina il loro karma, e dell’osservanza imposta alla loro forza, il modo in cui trascinano gli altri alla vittoria. I loro coach hanno idee di basket molto precise in cui rientri o no, e, se non ci rientri, sei semplicemente fuori.

Altri giocatori, invece, richiedono libertà intellettuale. Hanno attitudini asimmetriche, stanno a fatica negli schemi. Prendono un rimbalzo e palleggiano e tu devi essere pronto ad accettare questo, ad allargare i confini di “giusto” e “sbagliato”, sapendo che non sono concetti definiti a priori ma solo dal modo in cui si adeguano al talento che gli dà forma. Non sono tanto “intellettuali”, o “filosofi”, quanto artisti. Come gli espressionisti vedono i colori in modo diverso da quelli prima di loro e così disegnano sulla tela del campo. Non hanno una profonda cultura cestistica alle spalle, buttano solo quello che il loro istinto gli dice. Suonano lo spartito senza sapere la musica, come alcuni dei più grandi jazzisti, ma questo, se saputo interpretare bene, non inficia il risultato finale.

È una sfida affascinante, che ricalca altre di Karl nella sua carriera. Al primo anno ha fatto fare i play-off sia a Cleveland che a Golden State, negli anni ’80. Imprese allora ritenute disperate, dando a giocatori come Sleepy Floyd e World B. Free gli unici palcoscenici in cui esercitare davvero il loro talento. La truppa variegata di Sacramento ha alcune cose che gli piacciono molto: talento asimmetrico, difficilmente inquadrabile, come Cousins e Rondo, una bella batteria di tiratori e un gruppo che, se prende fiducia e accetta di consegnarsi mani e piedi alle idee del coach, può macinare vittorie.

La zavorra attuale dei Kings è la partenza 1-7, minata da due partite contro i Clippers, una con i Warriors e una con gli Spurs. Da allora il record è sul 50%, con una division che li costringe a scontri multipli con Warriors, Clippers e simili. Per questo i Kings, contro il senso comune, faranno i playoff, perché contro il senso comune giocano, in un basket che spesso stordisce per la sua mancanza di solidità, di concretezza, ma che altrettanto spesso sorprende per come estrae dai singoli il meglio, come nessuno era mai riuscito a fare prima.

In fondo, è bello pensare che anche i Kings possano avere un po’ di gloria, e possano averla come quella magnifica squadra d’inizio anni 2000, spazzata via dagli onnipotenti Lakers di Kobe e Shaq. Un basket mai nel solco del sentiero segnato, ma a parte, personale, libero. Che farà pure dubitare gli ortodossi, ma è una fucina di creatività, una buona ragione per accendere il televisore, connettersi a internet, e sperare che qualcosa di buono alla fine venga fuori, nel modo più diverso da quello che tutti pensavano.

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