Cento di queste stagioni – Ettore Messina

Cento di queste stagioni – Ettore Messina

2000/01, il Grande Slam della Virtus Bologna orfana di Danilovic: il capolavoro di coach Messina.

Commenta per primo!

La stagione non poteva aprirsi con un botto più fragoroso: il giorno prima della presentazione della squadra alla stampa, Sasha Danilovic telefonò a Ettore Messina e gli disse che non si sarebbe messo più in pantaloncini corti, la sua carriera da giocatore era finita e cominciava quella da Presidente del Partizan. Così, da un giorno all’altro.
La Virtus Bologna veniva da una stagione 1999-2000 in cui aveva perso tutte le finali (di Supercoppa, Coppa Italia e Saporta) e lasciato la corsa allo Scudetto in semifinale, per opera della Benetton Treviso (poi sconfitta dalla Fortitudo, allora Paf Bologna); in quello doveva essere l’anno del riscatto per una società come la Virtus e per un allenatore del calibro di Messina, la stella della squadra dava forfait ai blocchi di partenza.

bologna.repubblica.it

Ma al nostro Ettore questo genere di sfide sono sempre piaciute: la novità, lo sperimentare, il conoscere persone nuove o lati nascosti di persone con cui aveva già lavorato…

La presenza di Danilovic in squadra era da un lato una sicurezza, perché nei momenti più delicati la palla andava a lui e a nessun altro, lui si prendeva le responsabilità ed era il leader incontrastato dello spogliatoio; d’altro canto, però, Sasha chiedeva sempre tantissimo ai suoi compagni e al suo coach (come d’altronde a sé stesso), avrebbe dovuto svolgere il ruolo, per lui nuovo, di grande vecchio della squadra e dall’alto del suo status ogni tanto si poteva permettere di – come dire – scordarsi di difendere. Col suo addio il ruolo di Messina cambiava radicalmente, potendo lui chiedere a tutti un eventuale sforzo di più in difesa e dando di contro anche più responsabilità a ciascuno dei giocatori rimasti; la nuova Virtus 2000-2001 era, per le stesse parole di coach Messina, una sorta di “squadra juniores di enorme talento” a cui lui, il fedele Giordano Consolini e il suo nuovo assistente Lele Molin (arrivato da Treviso insieme al preparatore atletico Cuzzolin) potevano approcciarsi in maniera più didattica rispetto al recente passato.
Non solo le dinamiche in campo erano da ricostruire (con gli arrivi di Griffith, Smodiš, Jarić e Ginobili, quest’ultimo scelto nel ballottaggio con Meneghin), ma anche lo staff della Virtus aveva svariati nuovi componenti da far armonizzare tra loro: oltre ai nuovi assistenti di Messina, vennero affiancati allo storico dott. Rimondini anche un ortopedico e un fisiatra, per ovviare più rapidamente a eventuali infortuni.

Ecco il roster di quella Virtus, targata Kinder:

www.virtuspedia.it

#6 – Emanuel Ginobili
#7 – Alessandro Abbio
#8 – Davide Bonora
#9 – Nikola Jestratijević
#10 – Hugo Sconochini
#11 – Fabrizio Ambrassa
#12 – Alessandro Frosini
#13 – David Andersen
#14 – Antoine Rigaudeau
#15 – Rashard Griffith
#16 – Cristian Akrivos
#17 – David Brkic
#18 – Matjaž Smodiš
#19 – Paolo Barlera
#20 – Marko Jarić

Una squadra molto giovane (l’età media era sotto ai 25 anni), ottima per il gioco veloce che la nuova regola dei 24″ puntava a promuovere; il piano di Messina & co. per la stagione era di confermare l’intensità difensiva, lasciando però più spazio ai giocatori nella metà campo di attacco, dando più o meno carta bianca a Griffith e Ginobili.
Complici anche le Olimpiadi dell’estate 2000, il processo di amalgamazione della squadra richiese più tempo del solito, ma i calendari non stavano ad aspettare: il 15 ottobre si partiva con la prima di campionato, e appena tre giorni dopo si apriva l’Eurolega.
La prima sconfitta stagionale arrivò proprio in campo europeo, per mano dell’AEK Atene di un Milan Gurović in quell’occasione pressoché perfetto; il partitone di Le Roi e di Griffith (46 punti in due, con 14/25 dal campo) non bastò a sopperire la pessima prestazione della coppia di esordienti in Eurolega, Ginobili-Jarić (4 punti con 1/8 al tiro in tutto), per il +1 greco finale.
Possiamo solo immaginare la reazione di coach Messina a quella sconfitta, a cui ne seguirà un’altra, qualche giorno dopo, in casa della Snaidero Udine.

www.euroleague.net

Chiuso il mese di ottobre con alti e bassi, tra novembre e febbraio la Virtus era già diventata imbattibile: 33 (trentatré) vittorie consecutive tra campionato ed Eurolega, compreso un non trascurabile +37 nel primo dei vari derby in stagione. A interrompere questa incredibile striscia fu Trieste, che il 4 marzo uscì da Casalecchio con 2 punti in saccoccia per l’ira funesta di Messina & company; 2/21 da tre per la Virtus in quella gara, mentre dall’altra parte furono decisivi i 23 di Dante Calabria e i 22 con 5/8 da tre di… Milan Gurović. Esatto, proprio lo stesso Gurović di cui sopra, che a gennaio approdò all’allora Telit Trieste; il serbo può quindi vantare ben due vittorie contro la Kinder di quell’anno, non molti potranno dire altrettanto.
La squadra forse arrivò scarica a quella gara contro Trieste, magari appagata dall’approdo alle semifinali di Eurolega e dal primo posto in campionato ormai quasi certo. E non aiutò affatto la squalifica per doping di 5 mesi (poi diventati 8) inflitta a Hugo Sconochini che, pur avendo giocato solo 10 gare fino a quel momento, era uno dei senatori della Virtus.
La pausa europea tra playoff e semifinali lasciava gli uomini di Messina liberi di pensare per un mese circa solo al campionato, che però si chiuse con un record di 2 vittorie e 3 sconfitte; oltre ai triestini, anche Varese e l’odiata Fortitudo riuscirono a battere la Kinder.

Sistemate Estudiantes e Olimpia Lubiana nei playoff di Eurolega, l’avversaria in semifinale era ancora la Fortitudo, sponsorizzata Paf: il 27 marzo gara 1 fu un assolo delle V Nere, che vinsero ogni singolo quarto e chiusero sul +27 col 51.6% dal campo; gara 2, due giorni dopo, fu diversa nello sviluppo ma uguale nel risultato: altra vittoria della Virtus, con Ginobili sempre più decisivo (e Danilovic sempre meno rimpianto?).
Capatina di campionato in riviera per i ragazzi di Messina (101-85 Virtus su Rimini) e quindi di nuovo a Bologna, stavolta al Paladozza, per una gara 3 che avrebbe indirizzato la serie.

bolognain.info

La Effe in casa era tutt’altra squadra, i problemi di falli per Griffith e Frosini fecero il resto: la Virtus sprofondò quasi subito in abbondante doppia cifra di svantaggio. Sul -18 a inizio ultimo quarto, Messina provava a spronare i suoi: “In questo momento la partita è chiusa, ma se mettiamo due canestri e gli facciamo venire addosso un po’ di pressione, possiamo dire la nostra.
E i due canestri arrivarono sotto forma di bombe di Ginobili, che insieme alla difesa e ai tuffi di Bonora suonò la carica per l’assurdo 25-1 di parziale della Virtus: incredibile rimonta e vittoria, Messina e i suoi erano in finale di Eurolega.

Ma c’era anche un campionato da giocare, e proprio in una gara di A1 contro Roseto, ad appena 9 giorni da gara 1 di finale contro il Tau, Rashard Griffith si infortunò al menisco. Inoltre, nell’intervallo di quella stessa gara, un giocatore delle V Nere rispose in malo modo a un appunto del coach, sventolandogli sotto al naso il suo dito indice; questo “incidente” venne risolto all’allenamento successivo con le scuse del giocatore stesso di fronte a tutti, e decisivo fu anche il pieno appoggio che l’allenatore ebbe dal presidente Madrigali, il quale si rifiutò di avere un incontro privato col giocatore che ne aveva fatto richiesta.
Restava il problema Griffith, che di comune accordo con lo staff medico decise di sottoporsi a un nuovo tipo d’intervento che avrebbe potuto rimetterlo già in campo per gara 1 di finale.

La successiva partita a Treviso sarebbe stata un’ottima occasione per sperimentare il gioco senza Rashard, ma tutti gli altri avevano troppa paura di farsi male, sembravano sempre levare la gamba un attimo prima del solito, e arrivò un’inutile sconfitta. Ambrassa, Bonora e Jaric chiesero a Messina se potevano fermarsi a Treviso per cenare con alcuni amici, e il nostro Ettore era talmente fuori di sé per la sconfitta che negò loro il permesso; il più comprensivo Consolini lo convinse a non calcare troppo la mano.
L’assenza di Griffith e le discordanti dichiarazioni dei medici societari ai media (l’ortopedico Lelli aveva dichiarato che per lui l’americano poteva scendere in campo, mentre il dott. Rimondini aveva posto il suo veto a causa di complicazioni bronchiali) avvolsero il resto della squadra nell’insicurezza, che bloccò la fluidità di gioco e fece perdere loro gara 1 di finale contro il Tau Vitoria al PalaMalaguti; Messina dichiarò: “Abbiamo giocato contro una squadra che è l’esatto opposto di noi: più esperienza, più durezza, anche se minor talento. Ho dato un obiettivo realistico, vincere almeno una di queste due partite. Nella testa mia e dei miei collaboratori la serie passa per una vittoria in Spagna. Credo anche che abbiamo pagato il fatto che molti dei nostri erano alla prima partita veramente importante nella loro carriera, come ad esempio Ginobili, Andersen e Smodiš. Il nostro inizio è stato molto contratto, da lì in poi la partita è sempre stata in salita e abbiamo perso, ma proprio non giocando, facendoci prendere dall’ansia. Noi allenatori non siamo riusciti a tenerli dentro un binario minimo di logicità di gioco, né con le buone, né le cattive: ci sono proprio scappati via.

www2.raisport.rai.it

Il compito di Messina ora era d’instillare la convinzione che la sconfitta di gara 1 derivasse dalla pressione della finale e non dalla paura o dalla mancanza di Griffith; analizzando a fondo gli errori di gara 1 e dando piena fiducia alla squadra, la Virtus riuscì a fare suo il secondo episodio della serie. Certo, anche il ritorno in campo di Rashard Griffith (17 punti, 17 rimbalzi e 8 falli subiti) deve aver pesato…

Arrivò quindi il primo trofeo stagionale, la Coppa Italia, vinta battendo in ordine Biella, Roma e la Scavolini Pesaro seconda in classifica, affossata sotto 25 punti di scarto in finale.
Il tempo per festeggiare era pochissimo, si doveva partire al più presto alla volta di Vitoria per rimettere in piedi una serie di finale di Eurolega; e così fu, con la spinta della vittoria nella Coppa nazionale: in gara 3 un Manu Ginobili ispiratissimo (27 con 10/15 dal campo) restituì il vantaggio del fattore campo a Bologna, che si trovava a una vittoria dal titolo continentale.
Gara 4 si disputò due giorni dopo, gli uomini di Ivanovic partirono subito fortissimo e per la Kinder non ci fu nulla da fare, si sarebbe dovuta giocare le sue carte nell’ultima e decisiva gara 5, in casa.
Il 6 maggio Messina lasciò Griffith in borghese e diede molti minuti ai panchinari nell’ultima di campionato contro Verona, quattro giorni dopo ci sarebbe stato il grande match e non voleva rischiare altri incidenti.

La decisiva gara 5 partì in sostanziale equilibrio, lievemente spezzato nel secondo quarto da una prova di allungo dei padroni di casa; nel terzo periodo erano già 10 i punti di vantaggio per i bianconeri ma il Tau non mollava mai, nonstante le rotazioni accorciate. Anche nell’ultimo quarto la Virtus dovette sudarsi la sicurezza della vittoria, arrivata solo negli ultimi due minuti di gioco; con Jarić e Ginobili a mettere punti a referto e Messina a intuire in anticipo le disperate mosse del collega Ivanovic, gara 5 era della Virtus, così come il primo trofeo della neonata Eurolega.

www2.raisport.rai.it

Intervistato nel dopo gara, Messina dichiarò: “Abbiamo avuto una tranquillità e una lucidità che non è facile trovare in una squadra così giovane.” e interrogato sul “Grande Slam” spicciò: “Ci proviamo, poi vediamo.”

Dicevamo del poco tempo per festeggiare? Il giorno dopo la vittoria dell’Eurolega, il nostro già precisava: “Ci dobbiamo guardare negli occhi e capire se siamo già in ciabatte o se vogliamo tentare di vincere lo scudetto, per un tris comunque difficile.
I playoff del campionato sarebbero cominciati di lì a pochi giorni, in effetti il fattore “soddisfazione” sarebbe potuto subentrare nei giocatori dopo due Coppe vinte nel giro di due settimane. C’era però da fare i conti con uno dei pregi maggiori di Ettore Messina: non ti molla un secondo, tiene alta la concentrazione perché lui vuole vincere sempre, dall’amichevole in pre-campionato all’ultima gara dell’anno.
Ai quarti di finale l’ostacolo Roseto fu agilmente sorvolato col minimo sforzo possibile e quasi 24 punti di scarto a partita; l’avversaria in semifinale era la Benetton, col dente avvelenato per la finale di A1 persa la stagione precedente contro la Effe. Tutt’altra gatta da pelare, se non fosse che ormai la corazzata Virtus aveva ingranato la quinta e mostrava un’inerzia pressoché inarrestabile: quella con Treviso fu comunque una serie molto tirata e il 3-0 Kinder è più frutto della sicurezza acquisita dai ragazzi di Messina che dei demeriti di Naumoski & co.

www.facebook.com

Dall’altra parte del tabellone anche la Fortitudo aveva steso la Scavolini senza concederle il punto della bandiera, ed ecco servita l’ennesima serie-derby della stagione. Messina, da ottimo psicologo qual è sempre stato, prima di gara 1 dichiarò: “Nella finale d’Eurolega noi perdemmo la prima, come fece pure la Paf nella finale scudetto dell’anno passato: poi entrambe hanno vinto la serie.” E ancora: “Per loro, almeno per quanto ha detto il loro presidente, lo scudetto è l’obiettivo minimo. Per noi non cambia niente: ogni tanto pensiamo che siamo Campioni d’Europa e siamo contenti. E se a inizio campionato ci avessero detto che avremmo vinto due trofei, ci avrei messo 18 firme.
Tenere alta la concentrazione ma stemperare la tensione prima di una gara importante, magari rovesciandola sugli avversari.

La Paf arrivò in casa della Kinder con la faccia delle grandi occasioni e restò aggrappata alla partita con le unghie e con i denti, ma una tripla pesantissima di Jarić nell’ultimo minuto chiuse sostanzialmente i giochi sull’1-0 Virtus.
Il secondo episodio della finale trovava scenografia nel PalaDozza; altra partita più o meno tirata, con gli ospiti però che davano sempre l’impressione di poterla vincere da un momento all’altro, e così fu: 77-71 per la Virtus, 2-0 nella serie finale e Fortitudo già con le spalle al muro.

www2.raisport.rai.it

Il primo periodo di gara 3 si chiuse in equilibrio, che venne spezzato nei 10 minuti successivi; la Kinder si guadagnò un vantaggio in doppia cifra che i cugini di Basket City non riuscirono più a ricucire e quando Myers commise il quinto fallo, a partita ormai decisa, tutto il popolo virtussino si alzò in piedi per applaudire la sua straordinaria gara da 33 punti con 10 falli subiti. Siamo sicuri che anche Ettore si sia unito al saluto al grande avversario.
83-79 il risultato finale, 9-0 nei playoff, Scudetto alla Virtus e Grande Slam conquistato.

A inizio stagione pochi avrebbero scommesso su un titolo, pochissimi su una doppietta e praticamente nessuno sull’en-plein. Nessuno, tranne forse Ettore Messina, che in cuor suo a settembre, dopo quella telefonata dello Zar, avrà appoggiato il ricevitore pensando già a cosa si sarebbe potuto mettere in piedi per vincere tutto. Missione compiuta: la Virtus di Danilovic era morta e sepolta, quella era la Virtus di Messina.

0 commenti

Commenta per primo!

Inserisci qui il tuo commento

Recupera Password

accettazione privacy