Attilio Caja si racconta “Con il Poz rapporto leale, Varese ha un fascino incorruttibile”

Attilio Caja si racconta “Con il Poz rapporto leale, Varese ha un fascino incorruttibile”

Varese, in emergenza, sceglie di passare dal cuore (Pozzecco) alla testa (Caja). Forse proprio quella calma e quella sobrietà che serve all’Openjobmetis per riordinare le idee e scacciare i fantasmi della retrocessione. Qual è la difficoltà più pesante da affrontare come capo allenatore di Varese? Sono le tipiche difficoltà che si verificano quando ci sono dei subentri. Le cose non stanno andando nel modo migliore, quindi bisogna cercare di capire quali corde toccare prima, quali bisogni vanno soddisfatti prioritariamente. Solitamente, quando le cos non vanno bene, la fiducia, l’autostima della squadra è un po’ bassa, quindi bis dare stimoli che aiutino i giocatori ad essere più convinti di loro stessi e delle loro capacità. Ovviamente non mancano altri profili che è confermare: del resto, quando si arriva in corsa, e il tempo a disposizione è minimo, non si può cancellare “tranchant” quello che c’era prima. L’obiettivo allora è acquisire più dati possibili, puntualizzando aspetti già esistenti. Varese non taglierà mai il cordone che la lega al Poz, tanto che dopo le dimissioni la mosca atomica è ancora in società (oltre a seguire costantemente la squadra, in casa e in trasferta). È un bene o un male per il lavoro di Caja sulla panchina della OJM? Con Gianmarco ho avuto sin dall’inizio un rapporto chiaro e leale: Varese è la sua città, lui ha sofferto della situazione, e il suo passo indietro lo testimonia. In Italia poi si sa che il fenomeno delle dimissioni non è molto sentito, per questo merita un grande rispetto. Anche in virtù di questo rispetto ci ho parlato, e ci parlo quotidianamente, discutendo delle problematiche più urgenti. Lui tiene a Varese, tutti noi teniamo a lui e a Varese, ci fa piacere si riesca a far bene insieme. In futuro si sa che è la sua città, la sua casa, e per il ruolo che avrà in futuro, spero di aiutare e contribuire, al meglio delle mie possibilità. Lei ha più volte ribadito come l’essere arrivato a Varese anche se in condizioni difficili rappresenta comunque un orgoglio. Secondo lei Varese possiede ancora quel fascino e le caratteristiche che potrebbero riportarla al vertice in tempi brevi? Chiaro che il fascino di una piazza come Varese sia incorruttibile: a livello italiano una tradizione e una storia che pochi hanno, anzi pochissimi. La gente qui sa tutto, è iper competente, conosce il basket, qui penso ci sia uno dei rapporti abitanti/spettatori più alti d’Italia. Allenare in questa società piena di storia, in quel palazzo pieno di storia, è un fatto di grande prestigio, che ti mette felicità ma anche pressione, perché per voler far bene e per essere all’altezza metti molto di te stesso in gioco. Quanto a un futuro su livelli top, penso che dipenda dalle situazioni contingenti, a cominciare dal budget a disposizione. L’obiettivo di Varese, in questo momento, non può essere altro che la salvezza. Ma l’obiettivo di coach Caja per il prossimo futuro qual è? Io spero di contribuire ad aiutare questa squadra a fare il meglio possibile. Quando sarà il momento opportuno, e a bocce ferme, la società farà le proprie valutazioni. Faccio questo lavoro con passione e serenità, il futuro per me è domani in palestra. Io devo fare più che parlare, e gestire con cura ogni giorno di preparazione per ottenere i migliori risultati. Una volta che lo hai dimostrato, tutto il resto viene di conseguenza. Se l’esordio a Trento non ha fatto registrare miglioramenti, le vittorie casalinghe con Roma e Cremona hanno riacceso l’entusiasmo sia di giocatori che del pubblico. Si ha come l’impressione che serva poco per sbloccare mentalmente questa squadra, qual è il segreto? La chiave è stata semplicemente qualche giorno di allenamento, sia a livello tecnico sia di conoscenza reciproca sui bisogni da soddisfare. Nessuno ha la bacchetta magica, non è che prima giocassero in un modo completamente sbagliato. Ho insistito su un certo tipo di discorso: aggressività in difesa, attacco basato sul gioco in velocità e in contropiede, cose che possono piacere al pubblico. Il primo obbligo che avevamo era trovare una sintonia con il pubblico, perché secondo me questo pubblico ti apprezza se tu ti batti e dai tutto ciò che hai. La dirigenza è stata costretta a rivoluzionare il proprio asse play-pivot, tagliando Robinson e Daniel per inserire Maynor e Jefferson. Un taglio discusso e uno inevitabile, ora dopo alcune partite insieme si può dire che la coppia comincia a oliare i meccanismi? Non posso e non mi permetto di entrare nel merito di certi cambi: non conosco la realtà dei fatti e le situazioni che hanno portato a questi cambi. Posso invece parlare di chi c’è adesso: su Maynor abbiamo lavorato per assicurargli una forma migliore. Era reduce da 10 mesi di inattività, e parallelamente ha dovuto sviluppare una conoscenza del campionato che non aveva, oltre a una conoscenza dei compagni per metterli nelle migliori condizioni. Discorso simile per Jefferson: era esordiente a questi livelli, è un giocatore dinamico, deve migliorare a livello fisico, nel suo modo di giocare dentro l’area e tenere i contatti. Può trovarsi bene con il nostro basket in campo aperto e in velocità, in difesa può essere un collante con le sue lunghe braccia. Coach Caja viene spesso etichettato come salvatore della patria: 2006 a Roseto, 2007 a Milano, 2010 a Cremona (salvezza ottenuta), 2012 ancora nella squadra lombarda (esonero nel novembre ’12), nel 2013 a Firenze (retrocessione in B) e ora Varese: perché molti puntano su di lei per togliere le castagne dal fuoco a stagione in corso? Perché quando uno riesce a farlo bene diverse volte, penso non sia più un caso. Forse in poco tempo individuo le cose giuste da correggere, a capire in poco tempo le priorità, capire le cose buone che ci sono e a valorizzarle. Lei ha dimostrato nei suoi anni di carriera una grande capacità di adattamento ai diversi contesti in cui è stato chiamato ad allenare, ma se dovesse pensare alla sua genuina idea di basket come la descriverebbe? Innanzitutto anche io ho avuto le mie stagioni per intero, anche se non di recente, portandole a termine sempre con i playoff. In generale non ho una ricetta: dipende anche dal budget, dalle risorse, in base a quelle due cose cerchi i giocatori funzionali. Penso sia fondamentale l’obiettivo da raggiungere, una volta che ne sei consapevole è fondamentale aggregare giocatori complementari tra di loro: uno di fianco all’altro, mai uno sopra l’altro. Qual è il giocatore che incarna maggiormente la sua concezione del Gioco? Alleno da 25 anni, ho avuto la fortuna di allenare grandi giocatori e in grandi club, non ho un prediletto. Il primo è stato Oscar Schmidt, poi Carlton Myers, Melvin Booker, Joseph Blair, quindi Naumoski, Magnifico, Coldebella, Vukcevic e ovviamente Gallinari. Avevano tutti un denominatore comune: la grande testa, la concentrazione, la durezza mentale, la voglia di essere competitivi e di usare ogni minuto  Si dice spesso che il basket italiano manca di persone in grado di dargli visibilità, salvo poi procedere ad un accanimento mediatico nel momento in cui queste provano con la loro personalità a proporre qualcosa che si distacchi dall’attuale status quo. Ci può dare un suo pensiero? Io ho vissuto l’esperienza di Gianmarco, ma onestamente non ho visto tutto questo accanimento. Ho visto semmai un’ottima accettazione,un rispetto per quello che Gianmarco ha fatto. Non è detto che uno tutto quello che faccia vada bene, sia depositario di certezze, ma è stato apprezzato semmai, nonostante alcune scelte non siano state condivise. Penso che personaggi come lui o come Carlton Myers – che dopo aver giocatore è stato portabandiera ed è conduttore TV – non fanno che bene al movimento. Il problema dei pochi giovani italiani nelle squadre di Serie A dipende più da un approccio culturale sbagliato al gioco o davvero è solo un mero fatto economico o di opportunità?  Io penso che questo stato dell’arte derivi da un’insieme di cose. Prima di tutto bisogna creare gli italiani, allenarli, con strutture, con investimenti nei settori giovanili, e negli allenatori. Solo con una struttura organizzativa così i giocatori possono crescere e diventare migliori. Se è vero poi che una volta venivano in Italia stranieri di alto livello, oggi vengono certi stranieri che non superano affatto tanti ragazzi italiani nelle minors. Altro problema è che a volte non si conoscono gli stessi ragazzi che militano dalle minors: ho la fortuna di allenare da 3 anni la Nazionale sperimentale, e vedo che ci sono elementi estremamente interessanti, ma che arrivano a giocare in serie A più avanti perché non sono conosciuti. Bisogna invece dargli più fiducia, anche con la possibilità di sbagliare. Partiamo quindi con un profilo più basso, con più sacrificio: poi ti ripagheranno, ci tengono, sentono le piazze, possono dare un valore aggiunto insospettabile. Facciamo un gioco. Domani Attilio Caja viene nominato presidente della Lega. Quale sarebbe la prima cosa che cambierebbe? Io sono molto rispettoso dei ruoli, penso che per un discorso di educazione e di cultura ognuno debba fare la sua parte. Non sono un tuttologo, non ho ricette magiche, dico solo che la Fip con Petrucci si sta muovendo benissimo, la stessa Lega ha fatto cose interessanti, la recente convenzione è un bel segnale. Ci sono ottimi dirigenti, di ottimo livello, siamo in buone mani.   Un ringraziamento ad Attilio Caja e Davide Minazzi per la disponibilità dimostrataci. Sul n°14 di Basket Magazine il servizio completo sulla OpenJobMetis Varese.

0 commenti

Commenta per primo!

Inserisci qui il tuo commento

Recupera Password

accettazione privacy