Cosa abbiamo imparato dalla ‘Favola’ di Caserta?

Cosa abbiamo imparato dalla ‘Favola’ di Caserta?

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Con i play-off appena a G-3 dei Quarti, ancora non possiamo tirare le somme di questa stagione cestistica, che in ogni caso si è dimostrata come la più incerta di tutte, facendo scomparire finalmente (non suoni come offensivo ai tifosi senesi, anzi, credo sia un vanto) quella sensazione di giocarsi, nella migliore delle ipotesi, il secondo posto in classifica e l’ “onore” di strappare una W contro la schiacciasassi Mens Sana.

Qualcosa però, sulle formazioni che per forza di cose sono già in vacanza, possiamo dirla. La retrocessione di Biella, che non ha nulla di drammatico, almeno per come hanno reagito in società e sugli spalti; squadre come Pesaro e Avellino, che hanno dimostrato che per quanto si puo’ operare al meglio nel mercato di “riparazione”, è sempre consigliato anticipare le scelte giuste nella sessione estiva; la Sutor Montegranaro, che tanto deve, in questa stagione sfortunata, al proprio allenatore, dimostrando ancora una volta come chi siede sulla panchina fa la differenza, come spesso ripetuto dal “vate” Bianchini.
L’esplosione di Stipanovic e il ritorno di Vitali ad alti livelli, hanno segnato la salvezza della Vanoli, mentre gli statunitensi di Brindisi, dopo un grandissimo girone d’andata, hanno portato i supporters pugliesi sull’orlo di una crisi di nervi. Crisi di nervi invece, non risparmiata ai tifosi bolognesi di sponda virtussina, che tra americani che vanno, “Lassie” che tornano e un Sabatini troppo concentrato sui minuti degli italiani, mentre intanto in classifica si affondava, hanno probabilmente raggiunto il punto più basso mai toccato in Serie A dalla gloriosa compagine felsinea.
Per finire poi con l’ultima esclusa dalla post-season, quella Caserta che, data per spacciata, ha scritto probabilmente una delle più belle favole di questo sport.

Qui arriviamo al punto. Andando oltre i discorsi che interessano “cuore”, “imprese” o “miracoli”, e analizzando nello specifico questa stagione della JuveCaserta, possiamo trovare quella che è la morale della favola bianconera, che in quanto tale deve emozionare ma anche insegnarci qualcosa.
E fossi un dirigente di una squadra in difficoltà (in aumento esponenziale ormai), presterei molta attenzione a quanto accaduto all’ Ombra della Reggia.

Italiani. Si è fatto un gran parlare di Premio per l’impiego degli italiani, che dovrebbe spettare a chi più ha fiducia sui prodotti della nostra pallacanestro, e invece finisce sempre in una poco dignitosa commedia all’italiana. Caserta è arrivata seconda in questa graduatoria, in crescendo soprattutto nel girone di ritorno, quasi monopolizzata con la partenza di Akindele, dove il minutaggio degli italiani aveva raggiunto il 75%. Percentuale finale che si attesta, però, solo poco sopra al 50%, nonostante i minuti in più rispetto alla Virtus dovuti ai numerosi supplementari giocati dalla Juve.
Questo è solo il dato numerico, ed in parte anche economico, perché è anche grazie a quel premio che Caserta ha potuto superare la prima delle numerose scadenze economiche per la prossima stagione (quella di oggi, 15 Maggio).
Il fattore decisivo della questione dei passaporti è soprattutto psicologico.
Un importante nucleo italiani ha, a prescindere dal talento individuale, la capacità di cementare una squadra, evitando la nascita di “gruppi” (atteggiamento classico quando si scommette su più americani, magari alla prima esperienza) che minano lo spogliatoio. Inoltre, nello specifico della situazione d’emergenza come quella casertana, il professionista “locale” ha molta più dimestichezza con la realtà della pallacanestro, riesce a leggere la situazione e misurare gli atteggiamenti. Un giocatore italiano s’identifica nella canotta che indossa, e nelle difficoltà emerge.
Una lunga serie di caratteristiche che fanno del giocatore italiano (o almeno, quelli che ancora vivono per il gioco, senza necessità di chiedere la luna perché le normative “a tutela” lo permettono) l’ideale per quelle società che cercano la salvezza.

Fiducia nell’ allenatore. Una regola non scritta nella pallacanestro è che, nelle difficoltà, non potendo cambiare l’intera squadra, paga l’allenatore. Ad Avellino quest’anno si sono alternati tre coach, due a Cremona e a Bologna. Probabilmente l’unico cambio davvero produttivo è stato quello in favore di Gresta in Lombardia, che ha saputo far esplodere due giocatori come Stipanovic e Vitali, mentre seppur Pancotto abbia plasmato una Scandone vincente, è indubbio che non aveva la stessa squadra affidata a Valli agli albori. Lakovic e Kaloyan Ivanov, Hunter e anche Brown, sono risultati decisivi ai fini della svolta stagionale.
Caserta ha saputo, anche in virtù della lunga esperienza di Sacripanti nella Città della Reggia (giunta al 4° anno), stringersi intorno al proprio allenatore, che è diventato una sorta di plenipotenziario, e questo gli ha permesso di gestire al meglio la situazione, creando quell’ambiente lavorativo ottimale che poi è stato trasferito anche alla squadra. Quando in panchina si ha un allenatore competente e preparato, ma la squadra non va, si prova a tagliare la guida per dare una scossa immediata ai giocatori, ma che non dura mai più di un paio di settimane. Quella stessa scossa che, invece, se data all’allenatore con un pubblico attestato di massima stima e fiducia (come successo nella stessa Montegranaro con Recalcati), puo’ far compiere alla squadra quel decisivo cambio di atteggiamento che spesso, fa la differenza.

Fame. Coach Sacripanti a fine stagione ha fatto un bilancio dell’intero campionato e, quando è arrivato il momento di Eric Chatfield, ha riassunto tutto con un laconico “Non ha saputo calarsi nella realtà che eravamo”. Per quanto appaia banale, è semplicemente la conferma di un concetto arcinoto, ma di cui spesso non si tiene conto. A Caserta la realtà è tutt’altro che semplice, con problemi che vanno oltre il campo. Una realtà che sarebbe bello confinare in una nicchia, ma che invece accomuna la maggior parte delle formazioni che hanno partecipato a questa Serie A.
In questo ambiente, un giocatore come Chatfield, abituato a tutt’altra tranquillità, ha avuto difficoltà enormi, a differenza invece di uno Jelovac o di un Mavraides. Perché?
Semplice, il primo è uno statunitense classe ’79, ormai affermatosi in carriera in Francia e non disposto a scendere a compromessi per questi ultimi scampoli di carriera, mentre gli altri due sono ragazzi (23 e 24 anni, rispettivamente) che di carriera alle spalle hanno poco o nulla, e devono affermarsi giocando a basket, guadagnarsi l’occasione. Non è un caso che Jelovac si sia poi rivelato come uno dei migliori giocatori della competizione, e non per i 13.7 punti e 8 rimbalzi ad allacciata di scarpe con 16.8 di valutazione, registrati nell’intero campionato, ma per quanto prodotto nell’arco del periodo più difficile della Juve, dopo la truffa di Galimberti.
Dalla vittoria di Cantù all’ultimo secondo, il serbo nativo di Novi Sad ha messo insieme cifre incredibili: 20.6 punti e 10.3 rimbalzi di media nelle ultime 6, 45% da 3 (senza contare l’1/4 con Sassari, sarebbe sopra il 50) e una straordinaria capacità di crescere nelle difficoltà, imporsi come leader offensivo mano a mano che le situazioni (non ultima, la fuga di Akindele) lo caricassero di ulteriori responsabilità.
Scommessa vinta da Sacripanti, una delle tante, e forse anche per questo il terzo posto finale gli sta un po’ stretto.

Pubblico. Nella maggioranza dei casi si parla di sesto uomo in campo o di tifo organizzato, ma in questo caso quello che fa la differenza è la reazione a determinate situazioni.
Esempi quest’anno ce ne sono stati eccome, i fischi dei tifosi bolognesi a Sabatini jr, l’increscioso episodio che ha coinvolto Soragna e alcuni tifosi biellesi (subito condannato dalla maggioranza, che dal misfatto si è avvicinata ancor di più alla squadra), fino ad arrivare alla partita Pesaro – Caserta.
La partita vinta dai bianconeri e quasi mai in discussione, era stata sul punto di essere recuperata da Cavaliero e compagni, ma l’ambiente nell’ “Astronave” era quasi surreale, e all’ennesimo airball dei suoi, partono i fischi dal pubblico. Sacripanti, in conferenza stampa post-partita, sottolineerà l’episodio, evidenziando come sia difficile vedere una pallacanestro non sempre di alto livello (per usare un eufemismo), ma che è importante che il pubblico resti sempre vicino, nelle vittorie, ma soprattutto nelle sconfitte.
A Caserta, quest’anno, anche e soprattutto per merito di quanto visto in campo, non c’è stato un solo fischio partito dagli spalti in direzione dei giocatori bianconeri, nonostante anche al Palamaggiò non sia stato così avvincente il gioco espresso. La festa finale con Reggio Emilia ne è l’ovvia dimostrazione: la standing ovation è partita dal -3, sull’errore da tre punti di uno Jelovac (specialista se ce n’è uno) lasciato colpevolmente solo dai reggiani. Non un mugugno, solo applausi, come in tutte le partite casalinghe di questa Caserta.
La differenza non è solo nel tifo racchiuso in un coro o in uno striscione, ma anche nell’ambiente che sei in grado di creare intorno alla squadra.
Un ambiente sereno in cui sai di poter sbagliare, ti trasferisce abbastanza serenità da sbagliare meno.

Quattro concetti estrapolati come morale di una favola, ma che sono molto di più. Sono basi da cui partire per costruire qualcosa di solido, anche in evidenti difficoltà.
Replicare un nono posto con meno di 700.000 € di budget diventa quindi possibile, per una favola come la Juve di quest’anno, invece, occorrono altri fattori che in una cascata di casualità vadano a completare un quadro che, a questo punto, puo’ diventare Storia.

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