Cremona: Omar Thomas, una stella costruita sul lavoro che fece impazzire anche Don Haskins

Cremona: Omar Thomas, una stella costruita sul lavoro che fece impazzire anche Don Haskins

La storia di Omar Thomas

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“Non ho mai visto un giocatore come lui”. Don Haskins fu l’allenatore di quel Texas Western College che nel 1966 sconfisse Kentucky e cambiò la storia del basket americano, vincendo il titolo NCAA con il primo quintetto interamente formato da giocatori di colore. Un copione da film, messo su pellicola 40 anni dopo con il titolo “Glory Road”.

“Lui” altri non era che Omar Abdul Thomas, che nel 2004 fece invaghire di sé mezzo Texas, Haskins compreso, dopo una stagione da oltre 20 punti e 6 rimbalzi di media per UTEP (University of Texas-El Paso), nome che Texas Western College prese un anno dopo quell’impresa da film.

Thomas arrivò a Carthage, Texas (sede di UTEP) due anni prima, dopo aver dominato il circuito dei Junior College: 34.3 punti e 19.1 rimbalzi di media il primo anno a Panola College, 36.1 punti e 17.1 rimbalzi il secondo, diventando il primo di sempre a mettere nei libri del circuito JuCo oltre 2.000 punti e 1.000 rimbalzi. In una partita segnò 70 punti con 36 rimbalzi, e il soprannome di “Black Jesus”, che si portava dietro dai playground di Philly, diventò popolare.

Arrivò praticamente con i crismi di una stella, ma con l’umiltà di sempre. Nel suo primo giorno al campus, durante il colloquio con Doc Sadler, assistente allenatore che si era occupato del suo reclutamento e che l’anno seguente diventerà head coach, alla domanda se volesse cambiare appartamento per un guasto all’aria condizionata, scrollò le spalle e rispose “no grazie, ho vissuto situazioni ben peggiori di questa”.

L’unico cruccio fu che coach Billy Gillespie aveva previsto per lui un ruolo dalla panchina, in una squadra che l’anno prima aveva chiuso con 6 vinte e 24 perse. “Nella mia testa lo maledissi per tanto tempo” spiegò O.T., che si guadagnò la promozione con 15.5 punti in 22 minuti nel suo primo anno ai Miners, portandoli ad un record di 24-8. E l’anno seguente, con Thomas in quintetto, i Miners volarono al torneo NCAA dopo dodici anni di assenza. Tanto che il 21 gennaio scorso, UTEP gli ha reso onore ritirando la sua maglia numero 33.

“Non capisco” disse Sadler. “Non corre più veloce degli altri, non salta più degli altri. Dopo il liceo nessuna università lo ha reclutato. Ma c’è qualcosa di speciale in questo ragazzo”. Tradotto: un cuore e una passione per il basket sconfinati. Quelli che alla sera, a Philadelphia, lo portavano a chiamare David Anwar, il suo coach alla Strawberry Mansion High School (portata al titolo della Public League), per farsi aprire la palestra del Gustine Lake Recreation Center per una sessione da 500 tiri dal mid-range.

Anche per cause di forza maggiore. Il basket era il suo mezzo per stare lontano dai guai. Quelli in cui erano finiti il padre Clayton e i due fratelli maggiori, Clayton Jr. e Shaum, in carcere con l’accusa di tentato omicidio quando Omar era ancora un bambino. Anche per questo, crescendo O.T. era solito chiamare la sorella Elaine, poliziotta del 35° distretto a Philadelphia, “mamma”, e la madre Hazel, che li manteneva gestendo una sala bingo e arrotondando come badante, “nonna”.

Per lui, la svolta arrivò nei tre mesi che precedettero il suo arrivo a Panola, passati in un riformatorio a Uvalde, Texas, dove mamma Hazel lo spedì dopo qualche piccolo furto in gioventù. “Una volta conclusa quell’esperienza, giurai a me stesso che non avrei mai più preso quella strada” disse Thomas, definito da Scott Monarch, suo allenatore a Panola, “il più grande lavoratore che abbia mai visto”.

Ufficio stampa
Vanoli Basket

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