Denis Quarta: “Arbitrare non è solo conoscere il regolamento”

Denis Quarta: “Arbitrare non è solo conoscere il regolamento”

Intervista all’arbitro di Serie A fatta dai nostri amici di Vecchio Cuore Giallo Blu.

di La Redazione

 

Riceviamo e pubblichiamo una intervista fatta dai nostri amici di Vecchio Cuore Giallo Blu (che potete seguire su Instagram) all’arbitro di Serie A Denis Quarta.

  • Spesso i giovani preferiscono giocare piuttosto che arbitrare. Come mai tu invece hai deciso di intraprendere questa carriera? Qual è la scintilla che ti ha fatto decidere di diventare arbitro?

 

In realtà giocare è il modo in cui cominciano tutti ad avvicinarsi a questo sport. Infatti cominciare ad arbitrare avendo già giocato permette di conoscere il gioco e le regole. Arbitrare non è soltanto conoscere il regolamento. È bello che la gente si avvicini al basket nell’età in cui si gioca, poi ognuno sceglie la strada che sente più propria. Fare l’arbitro è una cosa che si percepisce giocando.

In Piemonte abbiamo buoni arbitri che sono stati anche degli ottimi giocatori. Quelli sono i momenti più brutti perché bisogna fare una scelta. Io, ad esempio, giocavo nella categoria allievi ma mi allenavo tutta la settimana in quanto membro anche delle tre annate superiori, oltre a giocare per la prima squadra. A 18 anni, fui chiamato ad uno stage in Valle d’Aosta e presi una decisione netta: smisi di giocare a stagione ancora in corso (era aprile/maggio) e iniziai a dedicarmi all’arbitraggio. Non mi è mai mancato il basket giocato, perché vivevo comunque la palestra in un altro modo.

 

 

  • Parlando del tuo esordio in Serie A, eri emozionato, agitato? Quali erano le tue sensazioni prima della palla a 2?

 

Non ero agitato perché non è una mia caratteristica. Ero sicuramente emozionato, in quanto l’emozione è un sentimento che si prova rispetto ad un evento particolare. Questa emozione si presenta anche in altre situazioni, come ad esempio nelle partite importanti ma, a differenza di allora, oggi ho dalla mia parte l’esperienza. Ricordo perfettamente l’esordio in serie A, a Venezia (Venezia-Montegranaro) come tutti gli altri nei campionati più importanti (Serie A2, B d’Eccellenza) e posso dire con certezza di non avere avuto agitazione ma, in compenso, mi mancava un po’ il fiato da spingere nel fischietto.

 

 

  • Circa 190 partite arbitrate tra Serie A e Serie A2, qual è quella che ricordi più piacevolmente?

 

Ricordo più facilmente le partite che mi hanno permesso di arrivare fin qui, quindi quelle arbitrate qualche anno fa. Indubbiamente ricordo una per una tutte le finali dei vari campionati, da quelli regionali, la serie C e i campionati nazionali. Quella che ricordo di più è gara 5 della finale di A1 femminile. Non si giocava da parecchi anni e, in quella stagione, si arrivò anche un po’ a sorpresa con una delle due squadre che recuperò uno svantaggio di due gare. Ho apprezzato la differenza che c’è tra la finale di un campionato e la finale scudetto. In quel caso, la squadra vincitrice sarebbe stata campione d’Italia mentre chi conquista la serie B, ad esempio, passa in A2. Quando siamo entrati al palazzetto di Taranto (Taranto-Schio 2010) due ore prima dell’inizio della partita, gli spalti erano già gremiti e si sentivano tutti i tifosi cantare, in mezzo al campo il trofeo con su scritto “Campioni d’Italia”.

 

 

  • Qual è quella in cui invece ti sei sentito più in difficoltà?

 

Diciamo che la difficoltà di arbitrare una partita c’è sempre, perché sempre, anche all’ultima di campionato, una squadra vuole vincere. Difficoltà personali non ne ho avute. Non ci sono state partite che mi abbiano messo in difficoltà particolarmente. Forse c’è un episodio che ha reso difficile una partita, al mio secondo anno di serie A: quarto di finale Venezia-Cantù. Era l’anno in cui Cantù aveva preso, per la parte finale della stagione, Metta World Peace, un personaggio particolare. Durante un timeout, fu provocato da qualche tifoso e lui reagì lanciando una bottiglietta. Questo scatenò una rissa tra il pubblico e la panchina, rendendo la partita ingestibile fino alla fine.

 

 

  • Come ti prepari prima di una partita? Studiate le squadre da arbitrare in modo da analizzare possibili situazioni dubbie create da giocatori che utilizzano l’esperienza per indurre l’arbitro in errore?

 

Innanzitutto formiamo la terna molte ore prima della palla a due, raggiungendo la città della gara il giorno prima o il giorno stesso, in base alla lunghezza della trasferta. Abbiamo perciò il tempo di dividerci il compito di preparazione della gara, guardando il video della partita precedente o delle ultime disputate dalle due squadre. Questo lavoro è, indubbiamente, più intenso all’inizio della stagione, soprattutto per le squadre che rivoluzionano il roster. A questo punto della stagione, invece, è più semplice: abbiamo già arbitrato quasi tutte le squadre, quindi basta guardare un video breve sulla partita per analizzare, perlopiù, giocatori appena innestati. Dopo aver studiato le squadre individualmente, ci si riunisce la mattina della gara (o la sera prima in caso di partita alle 12.00) per confrontarsi.

 

  • L’arbitro a cui più ti ispiri?

 

Ho avuto la fortuna di arrivare in Serie A in un momento di grande cambio generazionale degli arbitri che però non erano ancora alla fine del loro percorso. Questo processo di ricambio si concluderà entro 2-3 anni, quando avremo tutti arbitri più o meno della mia età. Oggi ho ancora colleghi che hanno 25-27 anni di serie A alle spalle e più di 600 partite condotte. Io ho avuto la fortuna di lavorare con loro, rubando un particolare da ciascuno. Noi, ora, siamo chiamati a sostituire questa generazione di grandi arbitri, che hanno condotto decine di finali internazionali (Euroleague, Europei, Olimpiadi,…). È chiaro che il modello per eccellenza è Luigi Lamonica. Ha una preparazione alla partita che è di altissimo livello e, purtroppo, ci manca questa sua capacità di preparare le gare e i suggerimenti che poteva dare in campo. Ci manca tantissimo Gianluca Mattioli, che non è più con noi dopo quella dannata serata di Murcia, ho arbitrato molto con lui nei miei primi anni: aveva la capacità di smorzare le tensioni, di mettere sempre un sorriso, il divertimento è stato il leit-motiv della sua vita.

 

 

  • Si parla spesso di collaborazione tra giocatori e arbitri, che importanza le dai all’interno della partita?

 

Quello che ci viene insegnato e che, a mia volta, insegno è di saper ascoltare e capire il messaggio che ci vogliono consegnare, che può essere cortese o meno. Una volta che siamo nelle condizioni di poter ascoltare, possiamo decidere cosa fare. Abbiamo tanti strumenti. Possiamo rispondere comunicando e parlando o sanzionare possibili proteste (che possono avvenire anche attraverso l’utilizzo del linguaggio del corpo) o, addirittura, insulti. Ciò può avvenire sia in campo sia fuori. Ovvio che chi sta giocando ha l’attenuante dell’agonismo. Questo non significa che viene permesso qualcosa in più ma che chi è in campo fa o dice qualcosa da atleta. Chi invece si trova all’esterno del campo dovrebbe saper controllare ciò che succede.

 

  • Un aneddoto divertente accaduto in una partita?

 

Divertente è perché qualcuno ride e si diverte, giusto? Non c’è nulla di così eclatante ma mi viene in mente una cosa successa durante il turno di campionato del 30 dicembre: sono caduto per terra. Sono inciampato, nulla di che, ma è successo in una situazione particolare. L’azione non era vicino a me ma vicino ad un mio collega che stava per essere travolto da un giocatore che aveva recuperato un pallone. Io già mi immaginavo il mio collega ‘travolto’ e cercavo una posizione per sopperire al fatto che lui sarebbe stato “spiaccicato” per terra. Ho fatto perciò un movimento scoordinato, inciampando nel laccio della scarpa che era slacciato, mentre il mio collega è riuscito a tenere il giocatore e a rimanere in piedi. Ho dato una botta assurda e pensavo di essermi fatto veramente male perché avevo un livido enorme a fine partita. L’azione è stata poi fermata da un fallo perciò l’attenzione di tutti era rivolta da un’altra parte. In quel punto del campo eravamo soli io ed Esposito (coach Dinamo Sassari, ndr) che mi ha tirato su come un bambino che è appena caduto.

 

 

  • Se ti accorgi di aver sbagliato un fischio, come reagisci? Provi a compensare o cerchi di ‘dimenticare’ l’errore e continuare come se nulla fosse accaduto?

 

Quello che sono certo di non fare è compensare perché compensare significa commettere due errori. L’obiettivo dell’arbitro è massimizzare la sua resa, minimizzando i propri errori, quindi la compensazione non può esistere. Invece, la cosa più difficile è dimenticare uno sbaglio. Questo perché non c’è un pulsante che si accende quando l’arbitro sbaglia. Puoi avere una sensazione, poche volte la certezza. Il modo migliore è non pensarci perché se ci penso non ho la concentrazione massima per poter prendere il fischio giusto nelle situazioni successive, rischiando di commettere un altro errore.

 

 

  • I minuti finali di una partita punto a punto, quanto sono complessi dal punto di vista della pressione psicologica?

 

Per quanto mi riguarda sono i momenti più facili perché l’arbitro è consapevole del fatto che siano momenti cruciali e perciò ha l’attenzione massima. L’errore perciò può arrivare solo per una posizione scorretta o una mancanza di conoscenza del gioco o del giocatore, non per mancanza di concentrazione. E poi sono momenti che durano poco perché un finale concitato può essere lungo 2 minuti effettivi. I momenti più difficili sono quelli in cui l’arbitro si rilassa, come ad esempio un parziale 8-0 o 10-0, per cui pensa che la partita stia già andando in una determinata direzione. Inoltre queste situazioni si possono ripetere nel corso della gara a differenza di un finale punto a punto, dopo il quale la partita termina, a meno di supplementare. Quest’ultimo è però una discesa perché i giocatori devono dosare le proprie energie in soli 5 minuti.

 

 

  • Quanto l’utilizzo dell’instant replay aiuta l’arbitro? Saresti favorevole al suo utilizzo per tutta la partita e per ogni occasione dubbia?

 

Gli arbitri VOGLIONO l’instant replay. Prima che io arrivassi in Serie A c’era il falso mito per cui gli arbitri non volevano la tecnologia mentre, in realtà, erano più che favorevoli al suo utilizzo e sono stati particolarmente entusiasti quando l’Italia è stato il primo paese a farne uso per tutto il campionato. Credo che ormai abbiamo completato le situazioni che si possono analizzare tramite l’ausilio del monitor da quando, da quest’anno, la FIBA ha inserito la possibilità di verificare l’intensità di un fallo e decidere se valutarlo o meno come fallo antisportivo; l’Italia è stato anche il primo paese ad inserire la casistiche di interferenza negli ultimi due minuti.

A questo punto quello che vorrebbero gli arbitri è un supporto sempre migliore. La Lega ha investito per far sì che la situazione fosse omogenea su tutti i campi. Dall’anno scorso la produzione delle immagini è la stessa in ogni palazzetto, con 4 telecamere posizionate negli stessi punti che trasmettono video alla stessa definizione. Purtroppo non sempre  quello che vediamo noi è lo stesso che si vede a casa in quanto, in televisione, ci sono a disposizione più telecamere di quelle che visioniamo noi. In alcuni casi poi l’operatore, che è messo a disposizione dalla squadra di casa, non è così veloce da mettere a nostra disposizione la clip di cui abbiamo bisogno perché a volte dobbiamo valutare situazioni accadute precedentemente al momento in cui abbiamo sospeso il gioco.

 

 

  • Come riesci a sopportare gli insulti e le contestazioni provenienti dalle tribune durante una partita? Non ti è mai capitato di voler reagire?

 

Per fortuna non mi sono mai capitati episodi particolari. Io, da tanti anni ormai, non sento quello che mi viene detto perché non posso distogliere la mia concentrazione dal campo per sentire quello che viene detto fuori. Ovviamente percepisco il rumore del pubblico, soprattutto in momenti in cui la partita si accende ma non distinguo ciò che i singoli individui dicono.

Purtroppo invece questo accade nelle serie minori dove la situazione è molto meno sotto controllo. Questi campionati sono definiti campionati di formazione in quanto si formano anche gli arbitri. È dovere delle società educare chi va a vedere le partite ed è compito della federazione controllare che tutto si svolga senza problemi.

Ovviamente la qualità dell’arbitro è quella di saper assorbire e mai reagire, sperando però di non dover mai assorbire un cazzotto. Anche se, pensandoci bene, se io adesso uscissi da questo posto in cui siamo insieme e insultassi il primo che passa, lui, oltre a reagire, ha tutto il diritto di fermare il primo carabiniere che incontra e denunciarmi. Non è chiaro perchè invece l’arbitro è quella figura che tutti si sentono in diritto di insultare. A tal proposito, come Associazione Italiana Arbitri Pallacanestro in collaborazione con la FIP, abbiamo organizzato un convegno in occasione delle Final8 di Firenze, che ha come tema La Percezione dell’arbitro nello sport e nella società.

 

 

  • In merito all’intervista, pensi che anche gli arbitri dovrebbero aver la possibilità di dire la propria a fine partita come fanno giocatori e allenatori che magari contestano il vostro operato?

 

Io penso che il confronto dovrebbe limitarsi a chi ha un ruolo all’interno della partita. Quindi un arbitro non si confronta con un tifoso. Allo stesso modo io credo che un arbitro non debba intervenire sulle decisioni che ha preso. Innanzitutto perché, se viene fatto subito dopo la partita, non c’è la tranquillità necessaria. Se, invece, viene fatto in seguito ciò che l’arbitro dice può essere strumentalizzato. Inoltre non è detto che anche il miglior arbitro abbia una buona capacità comunicativa fuori dal campo. Questo perché non è una caratteristica che hanno di default gli arbitri. Se tra vent’anni verrà allenata saremo capaci di comunicare come fanno gli allenatori, che vanno sempre in sala stampa per esempio. Quello che penso è che potrebbero essere organizzati degli incontri in cui si da la parola anche agli arbitri come già in parte succede nei meeting tra CIA e CNA. Ad esempio si potrebbero fare dei report simili a quelli dell’NBA in cui si specificano alcune situazioni. La direzione è questa. Infatti il nostro istruttore Roberto CHIARI partecipa mensilmente alla trasmissione condotta su Rai Sport analizzando delle situazioni che illustra anche a noi. Dare la parola agli arbitri dopo una partita rimane sbagliato perché non è utile.

 

 

  • Un messaggio che vuoi dare ai giovani che vogliono diventare arbitri?

 

La cosa principale, che è quella che dico ai corsi, è divertirsi. Il divertimento è anche passione. L’arbitro non è in una squadra. La squadra se la deve creare ed è composta dai suoi amici che arbitrano con lui. Prima saranno quelli che hanno fatto il corso con lui, poi quelli che diventano i colleghi nei diversi campionati. Bisogna però anche trovare un modello di riferimento a cui ispirarsi, un esempio ovviamente positivo e d’esperienza. Dico un’altra cosa: scacciate l’invidia, è un brutto sentimento. Se c’è un tuo pari che raggiunge un risultato importante, non esser invidioso di quanto ha fatto, piuttosto da lui copia la cosa che fa meglio, e poi è bello esser contento per i risultati degli altri non solo i propri.

 

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