Drazen “Praja” Dalipagic, vincere è l’unica cosa che conta

Drazen “Praja” Dalipagic, vincere è l’unica cosa che conta

Commenta per primo!

kosmagazin.com
Drazen “Praja” Dalipagic è stato l’arma impropria del basket jugoslavo negli anni ‘70 e ‘80. Un attaccante e un tiratore, che pensava al canestro e a segnare. Drazen era un giocatore fisicamente normale. In un campo da basket i capelli radi e i baffoni lo facevano somigliare a uno capitato lì per caso. Ma appena la palla a due veniva alzata, la sua furia interiore, quel fuoco che spinge il vero attaccante a esigere la palla per tirare, lo scatenava e lo rendeva immarcabile. Nei grandi cannonieri del basket c’è un mistero. Ormai tutti li conoscono, sanno le loro mosse, dove andranno, come tireranno e come, raramente, passeranno. Ma, ciononostante, loro lo fanno. Se giocano molti anni, ogni avversario considererà una cattiva partita contro di lui come uno scalpo che arricchisce una carriera, li raddoppieranno, li triplicheranno, ma non basterà. E’ che per essere un grande attaccante non serve un’enciclopedia. Ci vuole prima di tutto un rapporto feticista con il canestro, poi due movimenti, uno il contrario dell’altro, che permettano di sbilanciare il difensore e infilarlo dall’altra parte, e infine una volontà ferrea di imporre agli altri che tu sei quello che prenderà la palla.
euroleague.net
Nello sguardo di Drazen c’era questo: il desiderio di segnare, di tirare, i movimenti con e senza palla che confondevano gli avversari, un tiro mortifero, come si diceva allora, che portava la morte come il dio Apollo, che proprio non gli somigliava, portava la morte nel campo greco dopo la lite tra Achille e Agamennone. Se c’è una partita da ricordare, è quella del 25 gennaio ‘87 contro la Virtus Bologna. Virtus prima in classifica allenata da Sandro Gamba, Venezia in difficoltà con Drazen a fare la stella della squadra, la punta di classe di un gruppo di lottatori. Dalipagic sta segnando una media di più di trenta punti a partita, ma quella…quella è pazzesca. In una prova di classe superiore, Dalipagic segna 70 punti, gioca 39 minuti e qualche secondo e fa impazzire un’ottima squadra allenata da un grande. Quello che impressionava di quel Dalipagic era la forza fisica, oltre alla tecnica. Fino a 38 anni gioca una media di 38 minuti a partita, segnandone regolarmente più di trenta. Si dice che si allenasse durante i giorni di festa facendosi dare le chiavi della palestra e facendo i suoi irrinunciabili mille tiri quotidiani. Un fachiro, un giocatore che non ha mai fatto un gesto inutile, completamente proiettato verso il canestro con, dietro le spalle, le sue squadre che a lui davano la palla come in una cassaforte. Di uno come lui non si discute la difesa, o i dettagli. Drazen era un vincente, basta chiedere a Vlade Divac cosa gli gridasse nelle orecchie nella semifinale dell’86 quando il divino Vlade, con la Jugo avanti di tre punti contro l’URSS nel minuto più folle della storia del basket, giocò a fare il piccolo a metà campo e fece passi, dando ai russi la palla che Valters mise nel canestro per il pareggio.
exyukosarka.files.wordpress.com
Dalipagic gli si avvicinò e, mentre Divac piangeva, gli gridò di tutto nelle orecchie. Abituato ai caratteri della grande Jugo, Slavnic, Kicanovic, Delibasic, Jerkov, Dalipagic non le mandava a dire in campo. Voleva solo far capire a Vlade che, in quei momenti, la palla si dà a uno solo, a quello che il canestro lo vuole come una fiera affamata vuole la gazzella ed è pronto a dissanguare l’avversario per fare quel canestro. Fu la sua ultima partita in nazionale, lui che era stato campione europeo, mondiale e olimpico, in una squadra che provava una gioia particolare a battere gli italiani. Per gli adolescenti cestisti degli anni ‘80, un mito, una figura leggendaria, uno che non ha mai avuto pietà di un avversario su un campo da basket e che non avrebbe rinunciato a segnare per nulla al mondo.
Kicanovic e Dalipagic || museodelbasket-milano.it
Oggi compie 64 anni, ma ancora oggi non lo darei battuto in molti 1vs1. Un giocatore che va oltre il tempo, oltre le differenze, sarebbe stato un grande in ogni età della storia cestistica. E poco importa che non abbiamo ricordato ogni vittoria, come i 100 punti di Wilt, i suoi 70 punti sono un’impresa iconica e troppo spesso dimenticata, il testamento lasciato sul campo da uno sulla cui stanchezza non potevi mai scommettere, consumato dalla voglia di giocare anche in una squadra che rischiava di retrocedere, dopo aver conquistato il mondo. Tutti questi complimenti non gli piacerebbero. Ti guarderebbe con la sua faccia slava e farebbe un sorriso appena visibile, con gli occhi ancora pieni di quella voglia di dar fuoco alla retina e nelle mani il fluido magico del tiro che non lo ha mai abbandonato… Irripetibile, Drazen, auguri.

0 commenti

Commenta per primo!

Inserisci qui il tuo commento

Recupera Password

accettazione privacy