Enichem Livorno – Philips Milano 1989: Andrea Forti, quanto ti abbiamo amato!

Enichem Livorno – Philips Milano 1989: Andrea Forti, quanto ti abbiamo amato!

Per chi aveva vent’anni o giù di lì, il canestro mancato di Andrea Forti è il simbolo di coraggio, di forza, del non arrendersi mai davanti al più forte. Un losing effort angelico, meraviglioso, a cui è rimasta appesa una generazione livornese di basket delusa e triste, ma entrata nella storia, anche se dalla porta sbagliata.

di Massimo Tosatto

La trasmissione di SKY sulla gara5 tra Milano e Livorno, ha riportato alla luce una Milano che non c’è più, e una Livorno che c’è ancora meno.

La Milano di allora, con un quintetto che definire stellare non basta (D’Antoni, Premier, King, McAdoo e Meneghin), contro la Livorno sponda Enichem più forte che mai (Fantozzi, Forti, Tonut, Carera, Alexis, non ricordo se Joe Binion il secondo straniero). In panca Franco Casalini, l’erede di Dan Peterson, e Alberto Bucci, che nell’84 aveva battuto l’Olimpia in finale in tre partite, tutte vinte dalle squadre in trasferta.

Milano giocava la finale per la settima volta consecutiva. Dall’82 poggiava su un durissimo asse play pivot con D’Antoni – Meneghin, intorno a cui si erano assestati McAdoo e Premier, coadiuvati di volta in volta da Ken Barlow, Antoine Carr, Cedric Henderson e via discorrendo.

da ytimg.com
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Milano vinceva grazie a una grande conoscenza del gioco, contro squadre altrettanto stellari. Pensare che sotto canestro si affrontassero Meneghin, Villalta, Magnifico, Carera, Polesello, dà solo vagamente l’idea del livello tecnico di quei campionati.

Meneghin era arrivato a Milano con la nomea di giocatore finito e con problemi alle ginocchia. Ma al quarantesimo minuto della quinta partita di finale, a 38 anni compiuti, insegue Andrea Forti ancora davanti a tutti nel tornare in difesa. Con Mike D’Antoni aveva rimesso in piedi una coppia a livello di Ossola-Meneghin dell’Ignis, e con la sua conoscenza del gioco dominava ancora in Italia e in Europa, per referenze chiedere a Sabonis o al compianto Kevin Magee.

Ciò che però è difficile da spiegare è il livello di odio che si respirava in quelle partite. Milano era diventata un simbolo del male, una squadra che vinceva sempre  e piegava il volere degli dei a se stessa. Pesaro, Caserta, Livorno, Roma, Bologna sponda virtus, lottavano per vincere ma difficilmente riuscivano a scalzare l’Olimpia. Intanto si vinceva in Europa e si dominava in nazionale.

Livorno era una squadra forte, che sotto Alberto Bucci aveva trovato il modo di fare l’ultimo salto in alto per giungere in finale. Fantozzi e Forti erano una coppia di guardie atipica, non atletici ma durissimi. Come Alberto Tonut e Wendell Alexis alle ali, mentre sotto canestro Flavio Carera e Joe Binion assicuravano rimbalzi e difesa.

Chiunque giocasse contro Milano era automaticamente la squadra di tutti, mentre l’Olimpia era di sicuro la squadra più odiata. Le partite di playoff erano infuocate anche allora. I duelli sotto canestro, letali, con gente come Magnifico e Costa a Pesaro, Dell’Agnello e Oscar a Caserta, Carera e Binion a Livorno.

L’Olimpia però era una squadra di una durezza incrollabile. I giocatori erano pura pietra, non si ricorda una partita di Dino Meneghin in cui non avesse saputo cosa fare, e Mike D’Antoni era un play affilato, duro, furbo, vagamente luciferino.

Non erano particolarmente belli da vedere. Esordiva Riccardino Pittis, Roberto Premier era puro cuore, un attaccante di razza, Bob McAdoo non si sa come si trovò a casa con loro. Un vincitore di quattro titoli di marcatore in NBA, Bob venne in Italia forse attratto da un buon contratto a fine carriera, o forse vinto a scopone scientifico dall’inossidabile coppia Peterson-Cappellari.

Fatto sta che l’arrivo di Bob rese quello italiano un campionato che grondava classe. Un quintetto NBA ideale di quell’anno avrebbe avuto:  Norm Nixon play, Micheal Ray Richardson guardia, Albert King ala piccola, Bob McAdoo ala grande e Artis Gilmore centro. Se a loro aggiungiamo Clemon Johnson, Kyle Macy, Oscar Schmidt, Drazen Dalipagic, esce una squadra da tranquilli playoff NBA, forse anche oggi.

Se parliamo di campi caldi, poi, a quei tempi erano dei veri fortini. Pesaro, Livorno, Caserta, Cantù, campi che anche oggi hanno un tifo caldo, allora erano delle vere bolge. E fuori la situazione non era poi migliore. A Salonicco si giocava a un metro dai tifosi e gli ospiti non sapevano se difendersi dai giocatori di casa o dagli sputi del pubblico. Un fuoco divorava i tifosi e i giocatori ne erano il braccio sportivo in campo, portandosi dentro tutta la passione di una città e di un paese.

Certo, quella partita si porta dentro un’epoca e la conclude. Quando Alessandro Fantozzi prende quel pallone a metà campo potrebbe tirare da tre e sbagliare al 90%, mettendo fine con dolore a una gara sudata ma con una sua chiarezza. Invece, la sua visione di gioco lo tradisce, il play in lui vede quel passaggio e deve darla a Andrea Forti, che si sta involando verso il canestro.

Che giocatore, Andrea Forti. In campo non gli avresti dato due lire, con quel fisico smunto e scavato e le braccia sottili, non potevi immaginare la forza pazzesca che metteva nel gioco. un tiratore, difensore, pensatore e tutto quello che il coach chiedeva. Andrea prende il pallone e se lo porta davanti alla faccia. Meneghin e McAdoo arrivano a tutta velocità con una faccia che un sicario della mala sembrava una nonnina.

ilbasketlivornese .it
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Tutto il palazzetto grida, tutto il paese cestistico grida. Fuori fa un caldo della madonna ma noi siamo in ginocchio a vedere quel pallone rimbalzare sull’anello per finire dentro. Forti è finito contro una balaustra a contare le ossa mentre Menego ha ben pensato che, qualunque fosse il risultato, meglio eclissarsi. Massimiliano Aldi, da buon virgulto dell’altra sponda livornese, esulta due volte e corre anche lui nello spogliatoio. Premier è ancora lontano e uno del pubblico lo attacca ma Roberto è un goriziano duro cresciuto sul Carso e non indietreggia, ne nasce una rissa furibonda che solo i carabinieri riescono a sedare.

Le voci si mescolano. La gente grida. Wendell Alexis taglia la rete del canestro e una folla si agita come un mare con dentro la certezza della vittoria. Non si può dire cosa provarono a sentire che, invece, avevano perso. I milanesi ci misero ore a uscire dalla città infuriata, addolorata e ripiegata su se stessa. La Livorno sportiva non si riprese mai più. Milano era all’ultimo giro e fece poi una pessima coppa dei Campioni.

Cos’è successo dopo?

Probabilmente, a posteriori, lì si misero le radici dei problemi di oggi. Che non sono il numero di stranieri o robe del genere, ma dimenticarsi come il basket italiano fu il primo, negli anni ’70, a richiedere un palazzetto da 3500 posti minimo per stare in serie A, e che da lì non si è mosso.

Più che inseguire il gigantismo, un’incapacità di esigere la crescita dalle squadre, una solidità, una forza del campo che doveva diventare finanziaria, sportiva, atletica. Le stelle rimasero fino a quando non ci furono proprietari da spolpare, ma le squadre non misero mai in piedi le strutture sportive,  e non solo, per restare in piedi da sole.

Nell’Olimpia di oggi, al primo cambio difensivo sbagliato Menego tirerebbe una sberla alcolpevole e Montecchi farebbe comodamente l’Eurolega, figurarsi D’Antoni.

Quelle squadre sono svanite, come quei tempi e i nostri vent’anni. I livornesi si portano dentro una rabbia che li consuma, nemmeno adesso sono in pace, come se quella sconfitta avesse vanificato un decennio di lotte contro tutti i poteri. Forti esprime una dignità e un equilibrio che solo l’esperienza può aver insegnato. Fantozzi sembra riderne amaramente. Carera e Tonut sono ancora infuriati.

Per i milanesi la vittoria era un’abitudine, una in più o in meno per i comuni mortali non importava poi molto. Ma per loro no. Non potevi dire una cosa del genere a Meneghin o a McAdoo. Per loro quella vittoria, come tutte le altre era la vita, tutta la vita. E questo è il carattere di quella incredibile Olimpia, una squadra che era riuscita a superare tutte le altre, un poema epico del basket, un guppo di corsari durissimi mai sconfitti in partenza da nessuno.

Sul video la partita si ripete all’infinito, sospesa a un attimo che non si è dilatato abbastanza. Forti lascia andare la palla come se fosse una pietra infuocata. Io mi inginocchio davanti al televisore e per mezz’ora aspettiamo che due arbitri facciano il loro dovere, rischiando di loro. Ci dimentichiamo che è sport e siamo proiettati nella vita, una linea senza ritorno.

Le immagini si ripetono senza cambiare il risultato, anche quando è ingiusto, ma, forse, a norma di regola.

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