A1 – Jillian Harmon: “Il mio basket senza confini”

A1 – Jillian Harmon: “Il mio basket senza confini”

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Guarda dalla finestra della sua casa di New York, Jillian. Si affaccia e vede quel campo da playground, quei ragazzi senza età che rincorrono una palla, che si sfidano sotto canestro. Che segnano ed esultano, che giocano e si divertono.

Guarda e resta incuriosita, affascinata, come può affascinarsi una bambina di quella età. Quattro anni, quelle scale da scendere con la palla in mano, le prime sfide con papà Randall o da sola. Quel canestro che sembra troppo alto ma che in fin dei conti non lo è per chi ha davanti un destino segnato dalla palla a spicchi.

Quella finestra sul cortile apre a Jillian Harmon il mondo del basket. Un sogno che si concretizza dopo che la famiglia si trasferisce in Oregon, dove Jillian gioca mentre frequenta la Lakeridge High School. E’ qui che la nota l’allenatrice di Stanford, la migliore università americana per coniugare studio e sport, specie quando lo sport è la pallacanestro.

La chiama e la porta nella sua squadra, i Cardinal, dove Jillian gioca dal 2005 al 2009, imponendosi subito all’attenzione per il suo carattere, la sua mentalità vincente, lo spirito agonistico e quella mano che le garantisce un tiro morbido e vincente.

La ragazza dai tre passaporti. E’ nata a New York, Jillian Harmon, da padre americano e da madre (Julie) neozelandese, ma in realtà venuta alla luce in Inghilterra. Così si ritrova ad avere tre passaporti e pensa a come sarebbe bello poter prendere parte ai Giochi Olimpici, a raggiungere la Cina, Pechino. E’ il 2008.

C’è una strada, passa proprio dalla Nuova Zelanda, Jillian viene convocata e prende parte a tutta la fase della preparazione, che la porta a giocare anche in Europa, a conoscere un altro basket, a un’altra latitudine. Prima dell’esperienza olimpica.

“E’ stata un’avventura bellissima – dice Harmon – che mi ha consentito di scoprire un altro basket, altre giocatrici e nuove realtà. Purtroppo non facemmo tanta strada, il nostro era un girone difficilissimo, con Spagna, Stati Uniti, Repubblica Ceca e Mali e vincemmo solo una partita. Ma quell’esperienza la porto sempre con me”.

Il ritorno in America, il completamento degli studi in psicologia e marketing, un’altra stagione a Stanford (dove nel frattempo conosce Kayla Pedersen, oggi compagna nel Basket Le Mura Lucca) e poi la decisione di mettersi in gioco in un’altra realtà, l’Europa.

L’arrivo in Italia. La chiama Smith Brooke Bailey, compagna a Stanford, che gioca a Como. “A giugno vado a fare un provino – ricorda Jillian – l’ambiente mi piace e decido di firmare per loro. Mi bastano poche settimane per innamorarmi subito dell’Italia, si vive bene, si mangia bene, i posti sono bellissimi”.

A Como Harmon rimane tre anni, poi le difficoltà e le sorti del Pool Comense la portano a Parma. Altre due stagioni in Italia ancora da protagonista. Dopo le quali, è l’estate del 2014, sta per firmare per Lucca.

I contatti con il Basket Le Mura. “Ero venuta a Lucca a vedere una gara playoff tra Le Mura e Schio – afferma Jillian – e avevo avuto modo di parlare con Mirco Diamanti. Già conoscevo il modo di giocare della sua squadra, i suoi sistemi. Però dopo 5 anni in Italia volevo fare una esperienza nuova, avendo il passaporto neozelandese avrei potuto giocare in Australia non da straniera. La squadra più forte, i Townsville Fire, mi hanno chiamato e ho accettato. Abbiamo vinto il campionato, ma non mi sarei mai aspettata che sin dai primi giorni l’Italia mi sarebbe mancata così tanto. Così finita la stagione in Australia ho chiesto al mio procuratore se era ancora possibile giocare a Lucca. Abbiamo parlato e alla fine ci siamo trovati d’accordo”.

Lucca e Le Mura nel destino. Forse doveva finire così, perché Lucca ritorna nei ricordi che Harmon ha delle precedenti esperienze italiane.

“E’ vero – dice l’ala 28enne -. A Como nella stagione 2011-2012 arrivammo a giocare la semifinale scudetto con Schio. Loro erano molto più forti, ma noi le impegnammo fino a gara5. Lo stesso fece Le Mura nell’altra semifinale con Taranto. Poteva venire fuori una finale tra Como e Lucca, invece andò diversamente.

“Di Parma – aggiunge – ricordo il primo anno, giocammo 7 volte contro Le Mura e perdemmo sempre. Non sopportavo più di fare quella strada da Parma a Lucca, venivo sempre a perdere”.

Adesso quella maglia che ha incrociato tante volte è la sua e a Lucca Harmon ha cominciato la stagione nel migliore dei modi. Prime tre partite con tre successi, 68 punti realizzati con il 76% dal campo.

“Qui mi sto divertendo davvero – dice la numero 12 delle Mura – non sembra che sono in questo ambiente da appena 6-7 settimane. Stiamo bene insieme, ci troviamo spesso anche fuori dal campo, non tutti gli anni hai la fortuna di trovare un gruppo di questo tipo. E credo che questo spirito si rifletta anche quando giochiamo, siamo davvero unite. Le mie percentuali? Non vorrei parlarne, porta male. Peraltro sono una giocatrice che se non trova il tiro prova a farsi sentire in altro modo, difendendo, passando la palla, aiutando la squadra”.

Un cestista nel cuore. Prima di imbarcarsi per una nuova stagione in Italia, Jillian ha postato sulla sua pagina Facebook le foto dell’anello che le ha regalato il suo fidanzato, Todd Blanchfield, giocatore di pallacanestro pure lui, che sta vestendo la maglia del Melbourne United Bc con la quale si avvia a vincere il campionato.

“Lo raggiungerò durante le vacanze di Natale – dice Jillian – poi lui verrà in Italia quando avrà finito il suo torneo”.

Ma nel futuro di Harmon potrebbe esserci un’altra Olimpiade, quella di Rio. “La Nuova Zelanda giocherà le qualificazioni la prossima estate e io ci sarò – afferma – sperando di centrare l’obiettivo Brasile”.

Poi, in un futuro ancora lontano, Harmon vorrebbe continuare a lavorare ancora in questo ambiente. Mettendo a frutto i suoi studi o – chissà – provando anche a fare l’allenatore. Perchè “il basket è la mia vita e mi diverto con questo sport. Tecnicamente sarebbe il mio lavoro ma non lo sento così. E’ una passione grande, travolgente, che mi ha portato a giocare in quattro continenti”.

E’ il basket senza confini di una bambina che si affacciava a una finestra e che sognava. Il sogno di Jillian si è trasformato in realtà.

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