A1 – Julie Wojta, la rubapalloni che spinge in alto Lucca

A1 – Julie Wojta, la rubapalloni che spinge in alto Lucca

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C’è un parco dall’altro lato della strada dove si trova la casa di famiglia di Julie Wojta a Francis Creek, nel Wisconsin. Un parco con l’immancabile canestro da basket, sotto il quale si ritrovano a giocare tutti i bambini di questo paese di poco più di 600 abitanti. “A nice place to live and work”, recita un grande cartello all’ingresso dell’antico villaggio, che si trova 260 chilometri a nord di Chicago.

Un canestro gemello di quello che papà Paul e mamma Jeanne hanno piazzato dietro la loro abitazione e che ha già visto sfidarsi e competere i due figli maschi, Brian e Kevin, di 5 e 3 anni più grandi di Julie.

La piccola di casa, la bambina ultima nata cresce all’insegna dello sport. Le piace il basket, ma ama anche il calcio, che pratica fino a 14 anni, e si diverte pure con il lancio del giavellotto. D’altra parte a Francis Creek, due bar e una chiesa, non ci sono tante altre attrazioni.

E così la palla a spicchi diventa l’amica fedele di Julie, quella che l’accompagna in tutto il suo percorso sportivo, quando decide che sì, sarà proprio la pallacanestro, lo sport della sua vita.

Gli anni a Green Bay. La svolta, dopo gli anni alla Mishicot High School, è la decisione di frequentare l’università a Green Bay. Quattro anni, quattro stagioni – dal 2008 al 2012 – in cui si definisce il profilo di Julie come giocatrice e in cui segna la storia del suo team, grazie ai 30 punti e ai 20 rimbalzi di cui è protagonista in una partita. Prima di lasciare il suo marchio indelebile in una sfida contro Milwakee, in cui Julie ruba 12 palloni e mette 27 punti in 25 minuti.

Non c’è da stupirsi. Per chi la conosce, per chi l’ha vista giocare in quella che è di fatto la sua prima stagione in Italia, con la maglia numero 10 del Basket Le Mura Lucca, queste cifre non possono essere una sorpresa. Perchè la pallacanestro di Wojta è fatta di intensità e applicazione, di difesa e sacrificio, di sostanza e di istinto. Può capitare di non notarla quando gioca, per poi ritrovarla improvvisamente sui due lati del campo a conquistare i palloni più improbabili.

Dopo quattro anni a Green Bay c’è l’opportunità di un training camp con le Minnesota Linx e l’anno successivo a San Antonio. Nel mezzo la chiamata dall’Europa, dal club belga Belfius Namur, dove gioca due campionati imparando ben presto la differenza fra il basket a stelle e strisce e quello europeo.

Due gravi infortuni. Due campionati che però non si concludono bene. A febbraio del 2014 Julie Wojta si infortuna seriamente al piede destro, la sua stagione s’interrompe anche se mentre è ancora in corso la rieducazione, le arriva la chiamata da Lucca.

La vuole il coach Mirco Diamanti, che ha avuto referenze positive sul suo conto da una compagna di squadra, ex giocatrice del tecnico di Carrara ai tempi della sua esperienza a Spezia. Referenze non solo tecniche, ma anche umane, quelle che quasi sempre stanno alla base delle scelte della società lucchese.

Arriva al raduno di Lucca non ancora al 100%, Julie, e non sa che il destino le riserva un’altra brutta sorpresa. Le Mura dopo pochi giorni di preparazione gioca un’amichevole a Vigarano. Dopo tre minuti Wojta si fa male in un contrasto con un’avversaria. Salta il legamento crociato del ginocchio sinistro, stagione finita ancor prima di cominciare, un’altra operazione.

Serve un carattere forte per uscire dal tunnel. “E’ stata dura – racconta oggi Julie – stare un anno e mezzo senza poter giocare. Io anche d’estate non riesco a stare ferma, non riesco a stare più di 3-4 giorni lontana dalla palla. Mi ha aiutato molto la vicinanza e la fiducia della società lucchese”.

Un contratto a scatola chiusa. Nei pochi giorni trascorsi con la maglia biancorossa infatti Julie aveva già conquistato tutto l’ambiente per il suo comportamento, il suo modo di fare. Così immediatamente dopo l’operazione Le Mura le propone il rinnovo del contratto per la stagione successiva e la giocatrice accetta una riduzione dello stipendio per consentire al club di ingaggiare una sostituta.

La guardia-ala, che compirà 27 anni il prossimo 9 aprile, trascorre in America il secondo periodo di rieducazione per poi presentarsi al raduno a buon punto. Gli allenamenti, le prime partite scacciano via ogni timore, è il momento per Wojta di far vedere quello che sa fare.

Gioca quasi 32 minuti di media, con 11,6 punti, 8,6 rimbalzi e 2,9 palle recuperate a gara. Ma al di là delle cifre dà un grande contributo di concretezza e solidità alla squadra, soprattutto in difesa. “Dove – dice Julie – coach Mirco Diamanti è attento a ogni piccolo dettaglio così come lo era Matt Bollant, mio allenatore a Green Bay”.

C’è tanto di Julie Wojta nei 13 successi in 14 gare del Basket Le Mura in questa prima parte della stagione. “Ma le vittorie – dice la numero 10 di Lucca – sono frutto del lavoro di tutto il gruppo. Noi giocatrici stiamo bene insieme sul parquet e anche fuori dal campo. Si lavora l’una per l’altra. Lo scudetto? E’ presto per parlarne, per il momento abbiamo dimostrato di essere competitive con tutte le squadre, se avremo una chance ce la giocheremo”.

Lucca e l’Italia. “E’ una delle migliori situazioni in cui mi potessi trovare – rivela Wojta -. Sono in una bella città, con tante cose da vedere, dove si mangia bene. I tifosi ci sono vicini, abbiamo bravi allenatori e una buona società. Cosa non sopporto? Il traffico caotico, il modo di guidare che c’è qui”, dice con un sorriso. Un modo di guidare a cui – sostengono nel clan biancorosso – Wojta si è comunque ben presto adeguata.

Negli Stati Uniti Julie ha completato gli studi in economia e commercio ma a 27 anni non fa ipotesi sul suo futuro, su cosa accadrà il giorno in cui appenderà le scarpette a un chiodo. “Ho solo un’idea – dice – mi piace lo sport e vorrei poter utilizzare i miei studi e le mie conoscenze in questo ambito”.

Prima però c’è il basket giocato, gli allenamenti, i viaggi con le compagne, l’atmosfera dello spogliatoio, l’adrenalina delle partite. Che respira anche una giocatrice apparentemente fredda come la ragazza di Francis Creek. Quella che da bambina usciva di casa anche in pieno inverno, nonostante il ghiaccio e la neve, per tentare il canestro nel parco, dall’altra parte della strada.

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