A2, Carugate: intervista a Laura Rossi

A2, Carugate: intervista a Laura Rossi

La guardia di Carugate si racconta.

di La Redazione

Certo che gliel’hai detto, Laura. Lo fai ogni giorno. Ogni volta che ti alleni. Ogni volta che entri in campo per il riscaldamento prima di una partita. Lo hai anche fatto il giorno in cui li chiamasti al telefono per gridare: “Mamma, papà: ce l’ho fatta, vado in Nazionale!” e lo fai svegliandoti ogni mattina alle 6.30 per andare all’università di Milano, per poi presentarti agli allenamenti a Carugate nel pomeriggio e infine tornare a casa tua, a Cucciago, vicino Cantù, la sera, dopo aver percorso oltre 100 chilometri in macchina. “Voglio ringraziare i miei genitori”. Laura non ci pensa su due volte alla domanda: “C’è qualcosa che vorresti dire e che non hai ancora detto durante questa chiacchierata?”. La risposta arriva neanche una frazione di secondo dopo. Un po’ come quando le avversarie le lasciano mezzo metro di spazio, o quando vede una compagna libera sotto canestro: bomba immediata, assist fulmineo: “Voglio dire grazie ai miei per tutti i sacrifici che hanno fatto e che fanno tuttora per me. Vengono a vedermi al palazzetto. Spesso vengono in trasferta, lo hanno fatto anche a Cagliari. E mi hanno sempre accompagnato in palestra quando non avevo la patente, nonostante ci volessero 45 minuti di auto, quando giocavo a Biassono. Non gliel’ho mai detto, posso dirlo qui?”. Glielo dici ogni giorno, Laura, fidati.

A DUE ANNI GIA’ PALLEGGIAVO
D’altronde la ragazza è fatta così. Ventun’anni, comasca, capelli lunghi castani, a volte tendenti al biondo. Qualche volta spuntano fuori le trecce, quand’è così è merito dell’altra Laura della squadra, la lituana Zelnyte, “regina delle trecce” riconosciuta da tutte le compagne. Si presenta al palazzetto una mezzora prima dell’allenamento come d’accordo per fare due chiacchiere, Lauretta, è così che la chiama coach Piccinelli. E attacca: “No guarda, a me non viene proprio da parlare”. Va molto meglio invece quando deve palleggiare. Del resto ha iniziato subito. Anzi, come dice lei: “Gioco… Da sempre”. Ci sono fotografie di Laura a due anni, forse qualcosa di meno, in azione con la palla. Palleggia, per l’appunto. Perlomeno ci prova. Sarà che un pallone in casa c’è sempre stato. Chicca, la sorella maggiore, già giocava a buoni livelli. Senza considerare il paese dove entrambe sono nate e cresciute. Cucciago. Tremila anime ma soprattutto lui: il Pianella di Cantù, tempio del basket italiano, dove la società brianzola in passato ha vinto tutto, tra campionati e coppe europee. Casa Rossi è proprio davanti al palazzetto. Oggi è tutto chiuso. Non si può entrare, sono in corso i lavori di ristrutturazione. Ma proprio lì di fronte, fino a qualche anno fa, era pieno di canestri, di campetti su asfalto, uno accanto all’altro. Laura ci andava assieme al papà. Lui le passava la palla, lei tirava. Andavano avanti così per ore. Esempi di giocatori in famiglia? Non i genitori, ma la sorella maggiore sì, come detto. Ruolo, playmaker: “Lei era più tosta di me fisicamente. Più… buzzurra”. Le scappa un sorriso. Apperò. Quando vuole, Laura le sa trovare, le parole. E aggiunge: “Chicca ha deciso di lasciare, ha giocato per tanti anni ma non vedeva il basket nel suo futuro. La vita è fatta di scelte e poi…”. E poi? “E poi sono più brava io”. Eccola qui, Laura la peste, come l’ha soprannominata Paolo Gavazzi, Gm del Basket Carugate.

MIO COGNATO NON MI FA VINCERE
“Sono più brava io”. Non abbiamo chiesto conferme a Chicca. Però magari è anche per questo che quando Laura va al campetto con Marcos Casini , 8 punti, 2 rimbalzi e il 47% da tre punti a Rieti in Serie A2, nonché suo cognato e quindi papà della sua splendida nipotina, Isabel, vincere è sempre un po’ un problema: “Lui è uno che gioca con la bava alla bocca sempre, nel senso che non molla mai, si impegna al 200% in ogni partita, vuole vincere, chiunque abbia davanti. Che sia un ragazzino o che sia io, anche quando siamo in camera”. Ma come in camera? “Certo, facciamo le partitelle”. Basta poco, in fondo. Canestrino inchiodato al muro perché quelli a ventosa li hanno rotti tutti subito. Regole speciali. Un solo palleggio, un po’ di tolleranza sull’infrazione di passi, d’altronde la camera è piccola. E si comincia. “Non gliene frega niente se sono una ragazza. Vuole vincere lui”. Poi magari il vero vincitore in realtà è chi dei due non rompe niente in casa. “Ma no, stiamo attenti, se no la mamma si arrabbia, ma per davvero”. Peste forse sì, ma evidentemente non fino a questo punto. Sta di fatto che come esempio, Laura ha scelto proprio lui, Juan Marcos Casini, le origini sono argentine. Non molla mai a dispetto dei suoi 37 anni. Anzi, il suo, in serie A2, lo porta sempre a casa. E qualcosa in effetti Laura lo ha imparato, dal “cognato caliente”.

AL CAMPETTO SFIDO I MASCHI
D’estate Laura stacca la spina dalla pallacanestro per due settimane, a volte tre. Dipende da come va la stagione. Poi ricomincia. Piano piano. Magari va al campetto di Figino e torna a scaldare nuovamente la mano mancina. D’altronde il suo gioco è perfetto per i playground. Tiro da tre punti mortifero e assist “from nowhere” sono tra gli ingredienti più appetitosi quando si gioca in strada e non è un caso che tutto questo sia anche la specialità di casa Rossi. Certo, dipende anche da chi c’è. “Quando mi manca un po’ il gioco sfido qualche ragazzo che c’è lì”. Già, ragazzo, al maschile. E che problema c’è? “Chi deve stare attento ai contatti è lui, non certo io”. Rieccola ancora, Laura la peste. Nel dubbio, uno contro uno con il fidanzato, pardon, ragazzo. Anche lui, Filippo, dà del tu alla pallacanestro: gioca in serie C, a Lentate.

QUEST’ANNO E’ DURA
Laura staccherà la spina anche alla fine di questa stagione. Un campionato difficile. Carugate è in lotta per la salvezza. La squadra è giovane. Per lei è la prima volta da titolare in serie A2. Prima volta per tante cose. Serve forza mentale innanzitutto, concentrazione per 40 minuti e una difesa cattiva, se serve anche al limite del fallo. Sono poche regole non scritte, ma piuttosto chiare e da seguire senza se e senza ma per sopravvivere,. Laura e le sue compagne le stanno imparando sulla propria pelle. Anche con qualche sconfitta di troppo. “Dobbiamo migliorare. Io devo migliorare”. In cosa? Ci pensa su un po’, un bel respiro e poi: “Sicuramente in difesa, non tanto fisicamente, da quel punto di vista non ho problemi, è più l’aspetto mentale, che poi riguarda un po’ tutte quante”. Appunto.

BOMBE E ASSIST I MARCHI DI FABBRICA
Come detto, la bomba è la sua specialità. Ma in una stagione come questa il tiro da tre punti inevitabilmente va e viene, e quindi Laura alterna partite in cui chiude con quattro su cinque dall’arco ad altre invece da zero. Ma non è sempre stato così: “Fino a qualche anno fa mi piaceva buttarmi dentro, mi piaceva mettere sotto pressione sia la mia diretta avversaria sia le lunghe che proteggono il canestro. Poi qualcosa è cambiato. Ho iniziato a tirare e segnavo, così piano piano mi sono allontanata dal ferro”. Fino a pochi centimetri dall’arco. In fondo, giocando lontano dal cesto, from downtown come dicono negli Usa, anche l’assist viene più facile, ed è l’altro marchio di fabbrica di casa Rossi. “Mi piace fare bei passaggi. Non cerco il guizzo da fenomena ma se vedo la compagna libera focalizzo tutta l’attenzione su di lei. Che sia difficile o facile devo passargliela. E se non ci riesco mi innervosisco”. Come se ne avesse bisogno, peraltro. Perché Laura lo ammette, senza problemi: “Mi capita spesso di agitarmi prima della partita, già nel pomeriggio. Sto bene tutta la settimana ma poi la tensione del pre gara mi travolge, tutta insieme. Batticuore. Farfalle allo stomaco. E’ una brutta sensazione. Poi con la palla a due per fortuna si calma tutto”. Siamo essere umani, dopotutto. E la scaramanzia può essere infantile, ma a volte aiuta: “Allaccio sempre almeno due o tre volte le stringhe delle scarpe. E poi il reggiseno, quello sportivo, è sempre dello stesso colore. In trasferta è rosa, in casa è grigio. Infine le calze, sempre bianche”. 

ROSSI NELL’AZZURRO IN ROSA
Chissà se in valigia, nella fretta per raggiungere le sue compagne azzurre dell’Under 17, in Repubblica Ceca, si era ricordata di metterle, le calze bianche e i reggiseni del colore giusto. Fu una sorpresa grandissima. Un’emozione forse mai provata prima, anche perché non arrivò certo nel periodo migliore di Laura, tutt’altro. Ma si tratta di emozioni che appartengono alla pallacanestro esattamente come alla vita di tutti i giorni. Laura era stata convocata al raduno dell’Italbasket in rosa a Taranto, in tutto erano una ventina di atlete. Dalla palestra all’albergo, dall’albergo alla palestra. Un mese tutto così, e nonostante il caldo fosse soffocante, una volta sola volta si erano potute togliere lo sfizio di andare al mare. Questione di concentrazione. C’erano da giocare i mondiali, in Repubblica Ceca. Solo che al momento delle convocazioni finali, il posto per Laura non c’era più. Questione di scelte. Laura accetta l’esclusione, torna a casa, disfa le valigie. Magari per un po’ si mette a guardare il soffitto, sdraiata sul letto, come a volte succede nei film. Finché, qualche giorno dopo, non arriva quella email, anticipata di poco dall’sms del Ct. Una ragazza sta male, tornerà a casa. E la prima scelta, Laura, sei tu. La prima cosa che fa? “Ho telefonato ai miei genitori”. Lo vedi, che in fondo glielo dici sempre, “grazie”, a mamma e papà?

DUE PUNTI CONTRO L’EGITTO

Ricordi di quell’avventura. Tanti. “Ma il primo sono io che scendo dall’aereo a Praga e che devo capire da sola, per la prima volta e senza l’aiuto di nessuno, dove devo andare”. La città dove si svolse la competizione si chiama Klatovi, a due ore dalla capitale. Un paesino praticamente vuoto ma che al momento delle partite riempiva il palazzetto forse come a Laura non era mai capitato di vedere. Non fu un gran mondiale in verità: “Sfiorammo le prime otto, ma facemmo un po’… schifo! Però segnai due punti contro l’Egitto”. Unica nota stonata, il cibo. “Un po’ strano, in effetti. Ci davano da mangiare delle barrette alle mele non proprio appetitose, ma pazienza”. Quell’esperienza non fu l’unica parentesi azzurra di Laura. La scorsa estate infatti è stata convocata per l’Under 20, c’erano da preparare gli Europei in Portogallo. Le cose sono andate in maniera un po’ diversa.

RIPARTIRE, PIU’ FORTE DI PRIMA
Sì perché a volte ce lo dimentichiamo, ma le cose non sempre vanno come si vorrebbe. “Stavo male, la prima settimana continuavo ad avere attacchi di panico, non so cosa mi stesse succedendo. E ho rinunciato”. Si rabbuia, Laura. Inizia a guardare altrove. “Lo feci a malincuore”. Ma non c’è niente da vergognarsi. Lo stress è parte di ognuno di noi. Qualunque sia il motivo per cui ce l’abbiamo, può manifestarsi in ogni situazione. Anche nei momenti peggiori. E quando il tuo mestiere è giocare a basket, lo stress non si manifesta certo mentre stai seduta davanti a una scrivania in ufficio. Occorre accettarlo, guardare avanti. Laura lo ha fatto. Anzi, lo ha fatto sempre. Senza fermarsi mai. Da piccola ha iniziato a giocare nella società del suo paese a Cucciago, minibasket. Si trasferisce a Vertemate, paese vicino. Poi arriva alla Comense, una delle società più importanti d’Italia: “Sapevo che in quella palestra si allenavano anche le più grandi, le ragazze della prima squadra che militava in serie A1”, la stessa che per anni ha dominato campionato e coppe europee. In quella squadra c’era anche Susanna Stabile. “Si allenava prima di me e ritrovarmela in squadra assieme, l’anno scorso, è stata una sorpresa: avevo 13 anni quando andavo a vedere i suoi allenamenti e all’improvviso me la ritrovo compagna di squadra. Non gliel’ho mai detto ma io ho sempre desiderato diventare come lei”. E’ stato emozionante quindi, allenarsi fianco a fianco? “No. Direi più… Strano”. Rieccola, la solita Laura, una ragazza timida, riservata. Ma pur sempre Laura la peste. 

PER ORA NIENTE SOGNI, MA C’E’ IL CASSETTO
L’anno prima milita nell’Under 20 di Carugate, dove ormai si trova da tre anni. Prima ancora, Biassono, quattro stagioni. Ma il passato è passato. Oggi c’è un intero girone di ritorno da giocare, una salvezza da conquistare e una laurea da prendere, sociologia: “Frequento sempre, non voglio restare indietro, per ora va bene. Anche i miei genitori sono contenti”. Sveglia ore 6.30, da Cucciago alla Bicocca, poi Palasport di Carugate e ancora Cucciago. Ed è subito sera, come dice il poeta. Giusto così. Infine un ricordo, forse il più importante in questo momento. La partita contro Bolzano, l’anno scorso. Quella decisiva per la salvezza. La più bella nella memoria di Laura: “Eravamo sotto di 20 a fine primo tempo. Eravamo reduci da una stagione tribolata, ma nella ripresa di quella gara riuscimmo a compattarci, rimanere unite, vincere ed evitare i playout. Fu una gran bella partita. E anch’io giocai benissimo”. Quello stesso spirito è da tirare fuori adesso. Calze bianche, reggiseno rosa per la trasferta, grigio per le partite in casa. E il la parte sinistra del pantaloncino da gioco, leggermente più su di quella destra, si tratta dell’ultima scaramanzia. Per i sogni c’è tempo: “Giocando si vuole sempre arrivare il più lontano possibile, tutte noi desideriamo giocare in serie A1 un giorno. Ma è ancora presto per i sogni, aspetto che ne venga fuori uno realizzabile, lascio il cassetto vuoto. Almeno per il momento”. 

Si riempirà presto, Laura, fidati.

Uff.Stampa Carosello Carugate

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