Esclusiva BasketInside: A tu per tu con coach Giovanni Lucchesi

Esclusiva BasketInside: A tu per tu con coach Giovanni Lucchesi

L’ultima medaglia con la nazionale under 16 Bronzo agli ultimi Europei in Portogallo, coach Giovanni Lucchesi si racconta ai nostri microfoni con lo sguardo sempre rivolto a quel mondo del basket giovanile che tanto ama e per il quale si spenderà sempre.

 

Togliamoci subito un dubbio, bronzo eccezionale come risultato, ma visto il cammino delle ragazze con una sola sconfitta nella competizione, resta il rammarico per non essere riusciti a centrare un metallo più importante?

“Il rammarico c’è, eccome. Anni fa vincemmo l’argento: ci fu rammarico, anche allora. L’argento “era frutto” di una sconfitta, in finale con la Spagna. Si fece fatica a dire che era stato vinto l’argento. Adesso, legittimamente sia chiaro, si fa fatica a dire che abbiamo vinto il bronzo. Credo che tutti dovremmo fare un passetto in avanti e parlare di risultati in termini, oltre che di metalli, anche  di crescita, di sviluppo, di esperienza. Come fanno spesso nelle altre nazioni. Abbiamo avuto un percorso direi “interessante”, sviluppato una buona pallacanestro, migliorato le ragazze sul piano tecnico e tattico aggiungendo lavoro a quello già buono delle società a cui tornano con un bagaglio “nuovo” difficile da acquisire nei nostri campionati giovanili. Io questo lo ritengo un ottimo risultato, perché questa è la sintesi di una attività giovanile finalizzata alla costruzione di giocatrici e non al loro sfruttamento (tecnico tattico) in funzione del risultato. Crescita e risultato non vedo perché non possano andare d’accordo. Alle nostre spalle ci sono potenze quali Spagna, Russia, Francia, Ungheria, Turchia…La Rep. Ceca ci ha battuto in semifinale giocando una pallacanestro di consapevolezza ed esperienza. Questa la sintesi, ma è frutto del vivere sul campo, su una tribuna, comunque dal vivo, queste partite quando ti accorgi di quel linguaggio del corpo particolare che in streaming è abbastanza difficile da percepire e che appartiene a molte giocatrici “europee”.

Cuore, grinta, sudore, voglia di lottare e onorare l’azzurro qual è la ricetta o il segreto che ha reso così compatto questo gruppo?

“Una parola magica: l’intelligenza. Delle ragazze insieme alla loro disponibilità a mettersi in discussione dal primo giorno di raduno cercando di lavorare sui punti deboli tecnici e fisici ed esaltare i punti di forza. Per fare questo ci vuole intelligenza, appunto. Questo è un gruppo che si è dimostrato tale e capace di risollevarsi dalle difficoltà di una partita o rialzarsi da un pugno violento come quello della semifinale dando 20 punti alla Spagna, non a “pizza e fichi”,  portando a casa quel bronzo che come dicevamo va stretto per la qualità della pallacanestro espressa, più che sul piano del risultato numerico”.

Avete anche conquistato la partecipazione al prossimo mondiale under 17, quanto potrà cresce ancora questa squadra?

“La crescita dipende dal lavoro che sarà proseguito in società. E su questo credo sia giusto avere grande fiducia e senso di responsabilità. Tutte le atlete possono fare passi in avanti per migliorare gli strumenti tecnici per essere competitive a livello assoluto. Penso che questo percorso sia possibile, auspicabile, doveroso e adeguato all’alto valore degli allenatori di club che sapranno sicuramente operare su questi aspetti e “restituire” atlete cresciute sia sul piano tecnico che su quello fisico”.

 

Qual è l’immagine che ti porterai dietro da questa avventura?

“L’immagine è forse banale, ma è quella di 12 ragazze che dopo giorni e giorni di fatica erano pazze di gioia nell’ attesa di salire sul podio di un campionato europeo. Non proprio qualcosa di consueto; magari la speranza per loro, solo per loro è che diventi una significativa abitudine”.

 

Vorrei bonariamente provocarti. Dopo tanti anni nelle nazionali giovanili e da assistente della nazionale maggiore, non pensi mai al fatto che forse sia giunto il momento di ambire alla panchina di capo allenatore della nazionale maggiore?

“Credimi, io ambisco a una sola cosa: avere il rispetto degli altri come io cerco in ogni istante di dare rispetto agli altri. E tutto questo significa riconoscere il lavoro altrui, sia delle società che degli allenatori. E avere sempre, in ogni istante, rispetto delle atlete che vestono la maglia dell’Italia. Con quella addosso nessun traguardo è precluso, ma il primo traguardo consiste nel rispettare la propria etica di lavoro e quella altrui sapendo che la nazionale è un valore assoluto, una maglia che dovrebbe unire tutte le filigrane delle maglie di società. E’ un problema di cultura, soprattutto a livello giovanile, ed alcuni altri sport di squadra fondano tanti dei loro successi o delle loro notorietà su questo valore. Non è la nazionale maggiore la mia ambizione, ma questo valore, questo sentire: che piaccia o non piaccia non è un problema. Il problema vero sta nella condivisione e nell’azzeramento delle gelosie infantili. Chiediamo alle atlete di giocare insieme e lo pretendiamo. Coerentemente dobbiamo pretenderlo reciprocamente da tutte le componenti. Con intelligenza”.

Coach tornando ai settori giovanili delle nostre squadra credi che le società abbiamo rinunciato a programmare e lavorare sui giovani?

“Credo che il settore giovanile richieda un grande investimento non solo economico, ma anche emotivo, temporale e logistico. Ci sono delle eccellenze nella cura del settore giovanile e vanno curate e valorizzate. Altrettanto devono essere incentivate, curate e valorizzate le realtà che nascono magari per un impulso dato da un genitore o da un istruttore ispirato. I piccoli settori giovanili, definiamoli così, dovrebbero essere messi sotto tutela, come specie a rischio estinzione. Solo confermandoli nella loro capacità di produzione potranno diventare alimento per le società più grandi, nella certezza che ogni anno ci sarà un raccolto utile e stabile. Titoli regionali e nazionali hanno una importanza altissima e legittima: nello stesso tempo occorre capire che ogni vertice per definizione si sostiene su una base. Se la base si assottiglia e si tende a rovesciare la piramide, beh, non ci vuole un esperto di geometria per capire che l’equilibrio è impossibile!”

Selezionatore o allenatore in un club, ti manca il vivere la squadra giorno per giorno? Ci puoi indicare quali sono i punti di forza e di debolezza dei due ruoli?

“Io sinceramente non credo di essere un selezionatore, ma un allenatore del “club nazionale”. Si lavora sui fondamentali, si lavora sulla crescita delle ragazze operando allo stesso modo di un club. La differenza è nella concentrazione del lavoro a fronte dell’impossibilità di spalmare l’attività come nella normale routine di club. Punti di forza e debolezza stanno in questi concetti. Occorre adattarsi con grande umiltà e grande rispetto. E come vedi sono due concetti che tornano spesso in gioco”.

 

Coach adesso vogliamo tutta la verità! E’ più difficile stare in palestra con le ragazze ed allenarle oppure trova più difficoltà accanto al caro amico Giancarlo Migliola nel ruolo di commentatore?

“Sai qual è il bello? Che non è una difficoltà, ma è un onore in ambedue i casi. E in ambedue i casi cerco di farlo nel miglior modo possibile, consapevole delle difficoltà e dei miei limiti. Le ragazze e Giancarlo sanno sempre come aiutarmi e come valorizzarmi. Il merito, credimi, appartiene soprattutto a loro!”

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