Francesca Dotto, il pivot mancato che vuole fare grande Lucca

Francesca Dotto, il pivot mancato che vuole fare grande Lucca

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Sognava di fare il pivot, voleva crescere, raggiungere l’altezza di papà Stefano, i suoi 190 centimetri. Invece si è fermata prima Francesca Dotto, a 1 metro e 69, e dal sogno di diventare la regina dei canestri è passata alla realtà di una play di talento, esplosiva, dalle accelerazioni inarrestabili. Una giocatrice in grado di dare la scossa, di elettrizzare compagne e tifosi, di guidare la squadra dettando i ritmi di gioco. Una leader a suo modo, nonostante i soli 22 anni compiuti il 17 marzo scorso.

“Di grande rispetto all’altezza mi sono rimasti i piedi – scherza Francesca – così adesso non mi rimane che mettere le lunghe nelle migliori condizioni per andare a canestro”.

Il campetto vicino casa. Quel sogno infranto, che ha regalato alla pallacanestro una play di. prim’ordine, era nato in un campetto vicino casa. “Avevo 7 anni – ricorda Dotto – frequentavo la seconda elementare. Avevo già provato a fare ginnastica ritmica, ma con poco entusiasmo e d’estate avevo seguito corsi di nuoto. Mi piaceva anche giocare a calcio, lo sport praticato da mio fratello maggiore. Poi mio padre, ex giocatore di basket, ha portato me e mia sorella gemella Caterina al campetto, a 10 minuti a piedi da casa. Ricordo che era una bella giornata di sole, stava per tramontare. C’era un’atmosfera suggestiva e cercavo di fare canestro con quel pallone che pesava molto di più di quelli con cui avevo giocato fino a quel momento. Con il basket fu amore a prima vista”.

E non potrebbe essere diversamente dal momento che proprio in quei giorni una società locale, i Raptors Mestrino, decisero di iniziare l’attività di minibasket. La miccia era stata innescata.

Francesca e Caterina avevano il tempo lungo a scuola, le lezioni terminavano alle 15,30, la stessa ora in cui in palestra iniziavano le sedute di minibasket.

Dalla scuola alla palestra. “Nostra madre Anna ci veniva a prendere a scuola – dice Francesca – e ci cambiavamo in macchina per cercare di perdere meno tempo possibile”. Cinque anni con i Raptors, un percorso lungo seguito passo passo da papà Stefano, che aveva visto riaccendere anche la sua di passione, al punto da tornare a giocare in un campionato minore.

Il destino di Francesca è segnato. Passa a San Martino di Lupari e qui le sue doti e le sue caratteristiche conquistano gli addetti ai lavori, al punto che a 16 anni, insieme all’inseparabile gemella Caterina, viene chiamata nel College Italia. Due stagioni a Roma, quindi il rientro a San Martino, la maturità scientifica e la chiamata di Lucca, che spalanca a Francesca le porte dell’A1.

Intanto però sono arrivati i primi trionfi un oro con la Nazionale under 18, cui seguirà l’argento con l’under 20 in Turchia.

L’ascesa  inarrestabile. Il primo anno a Lucca Dotto morde il freno, parte dalla panchina, è il cambio di Gianolla. E’ anche il primo anno della separazione dalla gemella Caterina: “Abbiamo vissuto 19 anni insieme, tutti i giorni – dice Francesca – poi il distacco. Fu un trauma, ma poi capimmo che era un percorso obbligato da fare per crescere ancora”.

Gioca a Lucca e studia a Pisa, Francesca. Si iscrive a ingegneria, con l’obiettivo, una volta laureata, di impegnarsi nel campo della tutela dell’ambiente. Con il Basket Le Mura cresce e si impone all’attenzione generale, arriva la convocazione nella Nazionale maggiore, poi dopo due stagioni in biancorosso decide di accettare la corte di Venezia. Vuole fare una nuova esperienza, avere la possibilità di misurarsi in una competizione europea (l’Adriatic League), provare un’altra realtà.

Una stagione però inferiore alle aspettative e così Francesca decide di fare un passo indietro. Lascia cadere l’opzione per il rinnovo del contratto con l’Umana e trova invece un nuovo accordo per tornare a Lucca. Quella Lucca che le manca, come scrive in un post su Facebook del 28 marzo scorso, corredato da una foto scattata sulla Torre Guinigi dalla quale domina tutta la città. “Tornare a giocare da avversaria a Lucca mi aveva fatto un certo effetto – spiega ora Francesca – l’accoglienza, il calore dei tifosi, l’affetto che mi fu dimostrato. Anche questo mi ha spinto a tornare”.

La sua città, la sua squadra. “Lucca è casa mia”, disse Francesca a giugno, al momento della . presentazione. Adesso – dopo le prime 5 giornate di campionato –può spingersi oltre, può dire di più, può affermare senza timore di smentita che questa è davvero la sua squadra.

“Sì – afferma la numero 8 del Basket Le Mura – questa è la prima volta, è il primo anno che sento di avere la squadra in mano. Sentirsi a casa, avere la fiducia dell’ambiente mi fa giocare con più tranquillità e determinazione e mi diverto a farlo”.

Divertirsi, un’affermazione che ritorna nelle dichiarazioni delle giocatrici biancorosse: l’aveva pronunciata Nene Diene e prima di lei anche Jillian Harmon, una che di partite e di esperienze ne ha vissute tante.

E divertirsi per Francesca Dotto vuole dire anche aggredire ogni volta partita e avversarie, con un esempio trascinante per le compagne. “Io un esempio? Non lo so – dice la play biancorossa -. Di certo abbiamo questo atteggiamento di sfida e competizione pure in allenamento; se è possibile fare una gara anche tra di noi la vogliamo fare, vogliamo vedere chi vince e chi perde. Più di una volta mi sono già ritrovata 1 contro 1 con Nene Diene. Chi vince? Venite a vedere”.

“Voglio vincere a Lucca”. Francesca ha scelto di tornare a Lucca, ha privilegiato l’ambiente biancorosso, il fatto di sentirsi in famiglia, piuttosto che giocare in un grande club in grado di puntare allo scudetto. A Schio, per esempio, nessuno dice di no.

“Schio? Si dà per scontato che vinca sempre – afferma Dotto – ma non è così. E’ sempre difficile imporsi. In ogni caso non mi piace vincere facile, mi darebbe sicuramente più soddisfazione, più gioia centrare un traguardo con Le Mura. E’ l’anno buono per provarci? Preferisco non sbilanciarmi, ma se continuiamo così, con questa voglia di migliorarci, possiamo essere competitivi con qualsiasi squadra. E mi piace pensare a qualcosa che sembra impossibile”.

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