Il grido delle atlete al primo Meeting Nazionale dello Sport Femminile

Il grido delle atlete al primo Meeting Nazionale dello Sport Femminile

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Sapete che a un’atleta donna non è riconosciuto il professionismo per nessuna disciplina sportiva? E sapete che se una ragazza volesse crearsi una famiglia, nel momento in cui resta incinta decade qualsiasi accordo con la società, e può essere lasciata in mezzo a una strada? Sapete che spesso le Federazioni stesse discriminano la sezione femminile del loro sport, perché “tanto sono donne”? E sapete che le atlete che hanno smesso di giocare sono letteralmente scippate di 15/20 anni di contributi previdenziali, mentre facevano dello sport la loro professioni davanti agli occhi di tutti, tranne che della legge?

Molte di queste situazioni sono poco conosciute dal grande pubblico, ed è proprio per una sensibilizzazione su questi temi che l’associazione Assist, capitanata dal Presidente Luisa Rizzitelli, ha voluto organizzare ieri a Roma il primo Meeting Nazionale dello Sport Femminile, per portare alla luce situazioni assurde che nel 2015 non dovrebbero più verificarsi, e per cercare di smuovere qualcosa dal punto di vista legale e politico.
Una battaglia che riguarda non solo le donne, ma tutti gli sportivi: se non ne siete a conoscenza, sappiate che sono solo cinque le discipline sportive maschili riconosciute come lavori professionistici, e parlando del nostro sport, rientrano solo i giocatori della A1, nonostante tutte le serie inferiori di inferiore non abbiano nulla, e l’impegno richiesto sia esattamente lo stesso.
Per le donne, nessuno sport è riconosciuto come professione.
Come è stato specificato più volte nel corso del convegno, una legge c’è, ma è una legge da modificare: la legge 91 dell’81 stabilisce che scegliere il professionismo degli atleti è a discrezione delle Federazioni. Indovinate quanti rappresentati federali erano presenti ieri? Ve lo dico io: uno solo (il Presidente Brasca della Federazione Pugilistica Italiana).

La situazione ha dell’assurdo, e sentendo le testimonianze delle atlete presenti (poche ma buone, anche se è stato un peccato non vederne di più), è emerso che lo sport femminile, compreso il nostro  amato basket, versa in uno stato di discriminazione che rasenta l’assurdo. Da atlete ancora in campo come Lavinia Santucci (basket) e Terry Gordini (pugilato), a glorie del passato che ora si trovano con un pugno di mosche in mano, costrette a reinventarsi perché prive dei diritti che assicurano una pensione che si sono onestamente guadagnate con anni di lavoro, come Stefania Passaro (basket), Manù Benelli (pallavolo) e Josefa Idem, da anni in prima fila con Assist, una che ha disputato i Mondiali incinta per non perdere quello che aveva ottenuto nella sua carriera.
Particolarmente d’impatto la testimonianza della giovane e battagliera Arianna Cau, campionessa di wakeboard e snowboard, abbandonata totalmente dalla sua Federazione: “Io da loro non ho niente di niente, ho iniziato a 15 anni ma non ho mai avuto un allenatore, un team, un coach: io faccio tutto da sola, mi tessero alla Federazione, mi mandano un tesserino e li finisce il mio rapporto. Io ho ottenuto ottimi risultati in Italia e a livello internazionale, ma non sono mai stata convocata in Nazionale, ma la cosa ancora più assurda è che i miei due sport sono in crescita, quindi il budget della Federazione è aumentato, ma non hanno mai convocato me o altre ragazze nella squadra nazionale, e quest’anno hanno persino fatto dei raduni di weakboard per allenarsi in posti tropicali (un mese pagato dalla Federazione in Thailandia) portando tutta la squadra e io non sono stata chiamata.
E allora io ho lavorato, mi sono veduta tutto quello che avevo, e mi sono comprata un biglietto per le Filippine, perché loro non mi fanno allenare, e allora io lo faccio da sola!”
E poi aggiunge: “Io lavoro per potermi permettere le gare, perché anche l’iscrizione me la pago da sola. Ho un furgone dove praticamente vivo quando vado in trasferta, ci mangio, ci dormo; lavoro tutto il giorno, la sera parto da sola macinando chilometri su chilometri, faccio la gara e torno a casa: lo faccio al 100% solo per passione. Io non è che chiedo chissà che stipendio, ma almeno gli strumenti e i mezzi per potermi allenare e per avere un tecnico che mi aiuti: ora non li ho perché sono ragazza, e nel 2015 lo trovo assurdo.

Parlando nello specifico del nostro sport Lavinia Santucci ha raccontato un chiarissimo e desolante quadro della situazione del basket femminile: “Noi viviamo una vita sportiva identica a quella degli atleti maschi, ma i nostri contratti sono solo degli accordi privati, che non ci tutelano da nessun punto di vista. Io per esempio mi sono infortunata al ginocchio e mi sono dovuta operare e riabilitare: ho dovuto fare tutto da sola, perché il mio contratto non mi dà un’assicurazione sanitaria. Inoltre è chiaramente specificato in questi accordi che sono due i motivi per cui possono cacciarti: se ti arrestano, o se rimani incinta. Proprio la stessa cosa, vero? E’ importante parlare di questa situazione: molti dei nostri colleghi maschi non hanno idea di cosa succeda, a meno che non abbiano una sorella o una fidanzata che gioca. Questo deve cambiare, perché non è una battaglia solo femminile: i diritti sono di tutti, e tutti devono impegnarsi per farli rispettare.”

Le testimonianze delle atlete del presente e del passato si susseguono, e ognuna porta con i suoi racconti storie simili di non rispetto, perché un’atleta donna deve essere non solo brava, ma anche bella, perché siccome è donna la sua prestazione vale meno, i suoi premi per le vittorie sono inferiori, e via dicendo.
Assist ha lanciato un grido, per lo sport femminile ma anche per tutti gli sport: vi sembra possibile che atlete come Federica Pellegrini o Flavia Pennetta, che hanno vinto di tutto, siano davanti alla legge dilettanti? Sì certo direte, ma con quello che guadagnano…Ma quante ragazze e ragazzi ci sono dietro che si spaccano la schiena in vasca, in palestra, sul parquet tutti i giorni della loro vita? Non meritano di essere tutelati perché non vincono medaglie? La risposta potete darvela da soli.

L’iniziativa di Assist di dare voce e parlare di questi problemi gravi e reali è encomiabile, e la presenza della Vice Presidente del Senato Valeria Fedeli fa sperare che questo messaggio sia arrivato forte e chiaro, e che magari sia veramente il momento giusto per cambiare qualcosa. Pensate che solo noi in Europa abbiamo bisogno di una legge specifica per le discipline sportive: in Francia, Germania, Spagna, Inghilterra e via dicendo, non serve una legge specifica perché lo sport è considerato un lavoro come tutti gli altri, e quindi regolato dalle normative vigenti per qualsiasi altro tipo di lavoro. Ma siccome in Italia ci piace complicarci la vita, allora via con la legge sullo sport, che ormai è fondamentale se non necessaria.

Assist ha lanciato un grido d’aiuto, ha dato voce alle atlete, soprattutto ha parlato di questa situazione che riguarda tutti, le donne maggiormente ma anche gli atleti uomini, anche loro dilettanti con vite da professionisti: questa è una questione di diritti e di giustizia, una parola che in questo Paese spesso è abusata, se non dimenticata.
Assist lo ha gridato, le atlete lo hanno gridato: è ora di dire basta, e di cambiare le cose.

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