Pedersen, la ragazza che gioca a basket lungo la sua strada

Pedersen, la ragazza che gioca a basket lungo la sua strada

Da Flint nel Michigan, dove è nata, a Lucca: il lungo viaggio della giocatrice americana che segue Gesù e supporta “I am second”

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Fa freddo a Flint, nel Michigan, troppo. L’inverno è lungo, le temperature basse (-6 di media a gennaio) e la neve e il gelo sono un disagio. Meglio andare altrove – l’America è grande – meglio trasferirsi, seguire le orme dei nonni che hanno fatto da tempo i bagagli per spostarsi in Arizona, dove c’è un clima diverso. Lo pensano papà Gary e mamma Kelli e così all’età di 4 anni Kayla Pedersen lascia la casa dove è nata, dove ha mosso i primi passi per cominciare un’altra vita, insieme a Kyle, il fratello più piccolo.

Un viaggio che è anche un segno del destino, perché la valigia è destinata ad accompagnare spesso questa ragazzona che sin da bambina è più alta delle sue coetanee e che si ritrova ben presto ad avere a che fare con una palla. Gioca a soccer, ma in casa ha l’esempio della madre che pratica la pallavolo e soprattutto quello del padre, giocatore di basket al Saint Mary’s College.

Kayla si ritrova sotto il canestro, è quello che le piace di più, gioca nel cortile sfidando il genitore, gioca a scuola dove già a 8 anni si fanno i primi tornei. Quello sport che da bambina è il suo divertimento preferito la conquista per davvero. Così quando frequenta la Red Mountain High School è già una pedina fissa di quella squadra, dove resta fino a 18 anni.

Il passaggio a Stanford e la Wnba. A quell’età, finito il ciclo scolastico, tira fuori la valigia dall’armadio e si trasferisce a Stanford, in California. Università (psicologia infantile) e il team dei Cardinal, dove rimane fino al 2011, collezionando una lunga serie di soddisfazioni, compreso l’oro con la selezione americana alle Universiadi del 2009 a Belgrado.

Kayla è ormai una giocatrice pronta per la Wnba, la chiamano le Tulsa Shock, in Oklahoma, ma a questo punto di bagagli ne servono di più, perché finita la stagione Usa, le si aprono le porte dell’Europa. Va in Slovacchia, nei Dobri Anjeli di Kosice, dove finalmente si confronta con il basket del vecchio continente giocando l’Eurolega.

“E ho imparato subito le differenze – dice Kayla -. Il basket americano è più fisico, più veloce, più esplosivo, in Europa contano molto la tattica e la tecnica, c’è una grande attenzione ai dettagli”.

Il viaggio continua. Intanto Pedersen ha l’opportunità di viaggiare, di conoscere posti e persone diverse. Dopo Kosice, va in Turchia, poi nel 2013 un doppio salto. Lascia Tulsa e il suo lungo viaggio la porta dapprima in Connecticut, con le Sun e a fine stagione in Australia, con le Danden Rangers. La ragazza con la valigia, ormai donna, è matura per nuove sfide. Dalla Turchia all’Australia il salto è grosso, per stile di vita e abitudini. Comprese quelle religiose. Da un paese musulmano a uno tipicamente anglosassone, dove Kayla, che nel frattempo ha scoperto e abbracciato il suo credo, si trova decisamente meglio.

Al servizio degli altri. “Seguace di Gesù”, si definisce su twitter la lunga americana. “Vivere nella sua grazia, servire gli altri e giocare a basket lungo la strada”. E’ uno dei suoi pensieri, una delle sue frasi. Parole di una donna che aderisce e supporta “I am second”, un’organizzazione nata negli States e di cui fanno parte musicisti, artisti, atleti (fra cui il calciatore Kakà), dirigenti di imprese e che ha la finalità di aiutare gli altri, le persone in difficoltà, chi ha avuto esperienze negative. Persone che possono essere avvicinate a un modo differente di vivere, secondo i canoni dell’evangelizzazione cristiana. Prima delle sedute di allenamento e delle partite non è raro vederla leggere qualche passo della Bibbia.

Un braccialetto di “I am second” Kayla lo regala anche a Giuseppe Piazza, viceallenatore della sua attuale squadra, il Basket Le Mura Lucca. Perché il viaggio di Pedersen non è ancora finito e chissà dove la porterà in futuro.

La scelta di Lucca. “Dopo l’esperienza in Australia – racconta – ho detto al mio agente che avrei voluto provare a giocare in un Paese con una buona qualità della vita, avevo indicato Spagna o Italia. E mi è arrivata la proposta di Lucca, un club di cui ho subito avuto buone referenze”.

A Lucca Kayla si trova bene, nonostante la prima stagione sia avara di soddisfazioni. E’ in armonia con le compagne e con la città, che impara presto ad apprezzare (“Lucca è bella anche in una giornata di pioggia”, scrive l’11 gennaio scorso su Twitter). C’è il mare della Versilia vicino, ci sono le Cinqueterre dove festeggia il suo 26esimo compleanno (il 14 aprile spegnerà 27 candeline), c’è un ambiente familiare in cui la 21 biancorossa si trova perfettamente a suo agio.

Già, perché lei non è una leader, contrariamente a quello che il suo curriculum potrebbe far credere. E d’altronde non può esserlo anche per le sue convinzioni e la sua personalità, da quell’adesione a “I am second” alla frase sul “servire gli altri”.

“Non sono una leader – sottolinea Kayla – forse lo sono stata a Stanford nella prima stagione, poi mi hanno impiegato in tutti i ruoli e mi sono sempre messa al servizio della squadra. Ecco perché con Le Mura sto bene, qui non ci sono primedonne, tutte sono pronte ad aiutare le altre, c’è più lavoro che parole”.

A Lucca Kayla affina una sua dote, la difesa. “Qui per la prima volta ho veramente imparato cosa significa difendere e questa cultura della difesa l’ho già portata anche nella Wnba, quando sono tornata a giocare con le Sun”. Parole che vanno sottolineate due volte se si pensa che vengono da una giocatrice che appena due stagioni fa, in Australia, era stata premiata come difensore dell’anno.

Ragazza e atleta serena. La vedi quasi sempre con il sorriso sulle labbra, Kayla. Difficile ricordare una sua vibrante protesta in partita contro un arbitro o una giocatrice avversaria. Un altro lato del suo carattere, della sua forza interiore: “Accetto quello che la vita mi dà – spiega – e forse è vero, non mi arrabbio quasi mai. Le mie emozioni? Le tengo dentro di me”. Al punto da stupirsi, nei primi tempi di Lucca, del modo in cui le compagne festeggiano ogni vittoria. Uno stupore che manifesta pubblicamente, raccontando la sua esperienza nel blog delle Sun.

“Chi mi conosce sa che sono una giocatrice che non mostra emozioni – scrive la numero 21 del Basket Le Mura – ma questi due anni a Lucca mi hanno cambiata. Prima ero indifferente dopo una vittoria, soprattutto se era attesa. Questa squadra però celebra ogni singolo successo come se avessimo appena vinto un medaglia d’oro”.

Un team speciale. “Inizialmente questo mi dava fastidio – aggiunge Kayla -. Dicevo: ‘Forza ragazze, dovevamo vincere, non bisogna essere sorprese’. Ma ora vedo che questo è il motivo principale per il nostro successo, noi viviamo per questo momento. Ogni partita è l’unica partita che conta. Apprezziamo ogni secondo che siamo insieme, ecco perché tutto in questo team è così speciale”.

Tutto speciale, già. Come le focacce di Fabio e il gelato, di cui va ghiotta. Perchè l’Italia è il Paese dove si mangia meglio. Lo dice con un sorriso la ragazzona di Flint che gioca a basket lungo la sua strada.

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